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Associazione Fontevecchia su domani i ‘Week end della Cultura’ con Fernando Riccardi


 

Sarà il giornalista Fernando Riccardi, tra i primi a occuparsi dell’inchiesta sulla Terra dei Fuochi, a inaugurare domani, sabato 24 marzo, alle ore 17, presso la Libreria Rusconi, alla stazione di Pescara Centrale, il primo appuntamento con i ‘Week end della Cultura’ promossi dall’Associazione Fontevecchia. L’evento sarà dedicato alla presentazione del volume ‘Storia della Spedizione dell’eminentissimo cardinale Fabrizio Ruffo’, alla presenza del Presidente dell’Associazione Luciano Troiano e dell’editore Claudio Saltarelli.

“L’Associazione Fontevecchia – ha spiegato il Presidente Troiano – ha organizzato una serie di incontri a tema tesi a raccontare singoli episodi o specifici personaggi che sono stati i protagonisti dell’epoca del brigantaggio, riprendendo il fil rouge dell’evento ‘Notti della Brigante’ che si svolgerà, come sempre in agosto. I prossimi mesi saranno tesi a incontrare autori, studiosi, docenti universitari che negli anni si sono concentrati sulla tematica e che, in alcuni casi, sono già stati ospiti del nostro Festival estivo”. Domani si comincerà con la storia delle insorgenze abruzzesi e del ‘generale’ Giuseppe Pronio: abate, armigero e capomassa. Quello delle insorgenze d’Abruzzo è stato un fenomeno storico di 219 anni fa che ha visto protagonista la figura di Giuseppe Pronio, nato nel 1760 ad Introdacqua, uomo con una certa cultura e di famiglia agiata e civile, che, dopo essere stato chierico, divenne armigero del marchese di Vasto. Sposato con figli, con l’arrivo degli eserciti francesi divenne uno dei più abili e temuti capimassa delle zone settentrionali del Regno. Messosi a capo di 700 uomini Pronio divenne ‘capomassa’ ossia guida dei briganti e, in seguito, affiliandosi alla causa borbonica, Ferdinando IV, il 2 giugno 1799, lo nominò generale e comandante degli Abruzzi. Leggendario per la sua bellezza e charme, Pronio era un brigante gentiluomo che non tollerava i soprusi e che, con il suo coraggio, riuscì a riconquistare Ripa Teatina, dove i francesi avevano fatto strage dei frati del locale convento, quindi Chieti, Ortona, Lanciano, Vasto e tentò anche di liberare Pescara difesa da Ettore Carafa, conte di Ruvo che invece sarà giustiziato. Di lui si persero le tracce dopo la battaglia del Tronto nel 1801, per riapparire nel 1804 a Napoli dove morì col grado di colonnello dell’esercito borbonico.

“L’Associazione Identitaria ‘Alta Terra di Lavoro’ – ha aggiunto il Presidente Troiano – ha editato la ristampa anastatica della ‘Storia della spedizione del Cardinale Ruffo’, opera di Domenico Petromasi, risalente al 1801. Si tratta di un corposo e assai circostanziato saggio introduttivo a firma dello storico Fernando Riccardi, che ricostruisce, passo dopo passo e in maniera dettagliata, la straordinaria impresa che nel 1799 portò il porporato calabrese Fabrizio Ruffo a riconquistare il Regno di Napoli, invaso dai francesi, con la sua ‘armata reale e cristiana’, composta in gran parte da volontari raccolti strada facendo. Fu allora che nacque l’epopea dei lazzari, degli insorgenti e dei briganti. Il nome più famoso dell’impresa sanfedista, però, rimane quello di Fra’ Diavolo, al secolo Michele Pezza di Itri”. Michele, giovane dal fisico mingherlino ma dal coltello facile, doveva il suo soprannome al voto fatto dalla madre, che da piccolo, e per molti anni, lo vestì con un saio francescano. Quando risponse all’appello del cardinale Ruffo, a 25 anni, aveva già una taglia sulla testa. Il capo dei sanfedisti gli assegnò il territorio tra Cassino, Caserta e Capua. E si racconta che in pochi giorni riuscì a mettere insieme una banda di oltre duemila accoliti. Le sue veloci azioni da guerrigliero procurarono non pochi danni alla ritirata francese mentre il territorio occupato dalla sua banda, sulle carte geografiche, è segnato da un cerchio rosso, proprio per indicarne la pericolosità. Dopo la caduta della repubblica napoletana Fra’Diavolo divenne colonnello del re e il suo esercito aveva come veste giubbe di fustagno color tabacco, camiciotti di rigatino blu, coccarde bianche sui capelli a cono, cioce ai piedi. Michele Pezza morì, condannato a morte per impiccagione dai francesi che erano tornati a Napoli, qualche anno dopo, nel 1806.

 

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