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COSTRUITI PER ROMPERSI. LA LOGICA PERVERSA DELL’OBSOLESCENZA PIANIFICATA


Comprare, rompere, buttare, ricomprare.
Tra Black Friday, Cyber Monday, Final Sales, 3 al prezzo di 2, acquistare sembra ormai essere diventato il mantra quotidiano.
Lavoriamo il doppio, il triplo, il quadruplo, sia di giorno, sia di notte, sacrificando vita sociale, famiglia, hobbies, tempo da dedicare a noi stessi, per acquistare un oggetto che nella maggior parte dei casi non ci serve e, sempre più spesso, per sostituire un apparecchio che non funziona più, poiché la sua durata è stata pianificata a tavolino insieme ad una costosa, difficile, se non  impossibile riparazione.

Non è un caso che lo smartphone di ultimissima generazione si blocchi dopo appena due anni di vita, o che il computer rallenti a causa dell’aggiornamento del software che, d’un tratto, non è più compatibile con l’hardware per il quale è stato concepito. E non è neppure un caso scoprire che aggiustare la stampante non più funzionante, vi costa più di un oggetto nuovo e imballato e con cartucce di inchiostro incluse.

Si chiama obsolescenza programmata o pianificata, ed è una strategia di produzione sleale a danno del consumatore, in base alla quale gli oggetti che compriamo (abbigliamento, elettrodomestici, prodotti informatici in particolare) nascono con un ciclo di vita prestabilito, ovvero per durare solo un certo numero di anni –  generalmente appena oltre il limite della garanzia – con lo scopo di aumentare i profitti delle aziende.
Un circolo vizioso ad infinitum che porta ricchezza a pochi e miseria a tutti gli altri, e che ha generato – secondo il Global EWaste Monitor 2017 della United Nations University –  la bellezza di 44,7 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici soltanto nel 2016.

Un sistema creato ad hoc per produrre beni di qualità scadente e a buon mercato e di conseguenza con una durata sempre minore.

I prezzi crollano, le persone acquistano, l’economia cresce.

In fondo, il ragionamento non fa una piega: per muovere l’economia è necessario che ci siano consumi – tanti consumi – e per avere la certezza dei consumi è fondamentale creare dei bisogni – tanti bisogni –  e per creare dei bisogni è essenziale immettere sul Mercato oggetti desiderati dal consumatore e progettati per durare poco, in modo tale da dover essere costantemente rimpiazzati. Tutto chiaro, no?

L’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha avviato un’indagine nei confronti di Apple e Samsung per pratiche scorrette nei confronti dei consumatori, e la stessa Apple ha ammesso di recente che l’iPhone è stato pensato per durare tre anni, mentre il Mac, quattro.
In Francia la Direction générale de la concurrence, de la consommation et de la répression des fraudes sta indagando per “presunta truffa e obsolescenza programmata” dei prodotti Apple. E in Italia?

Siamo circondati da cineserie di bassa fattura, per la maggior parte inutilità. Cianfrusaglie e pessime copie di prodotti hi-tech.
Guardatevi intorno: siamo sommersi da futura immondizia! Per aiutare noi stessi e l’ambiente che ci circonda, dobbiamo innanzitutto acquistare oggetti di buona qualità e segnalare i prodotti scadenti.
Se pensate minimamente che in tal modo le grandi aziende lavoreranno di meno e quindi assumeranno meno personale, siete in errore.

Più compreremo oggetti programmati per rompersi, più aumenterà la produzione in serie. Più aumenterà la produzione in serie, più gli operai verranno sostituiti da robot e da macchinari industriali.

Come siamo finiti in questo circolo vizioso?

Dobbiamo fare un salto indietro nel 1924, precisamente in Svizzera, e citare in giudizio il famoso e “ufficioso” Cartello Phoebus, in base al quale i produttori di lampadine elettriche quali General Electric, Tungsram, Compagnie di Lampes, Osram, Philips, decretarono la durata delle lampadine stesse in modo da incrementarne la produzione.

La commissione ordinò di limitare la durata delle lampadine a 1000 ore e la produzione venne rigidamente monitorata. Qualora i produttori si fossero allontanati dagli obiettivi prefissi, sarebbero stati pesantemente multati.

E pensare che la prima lampadina commerciale di Thomas Edison, nel 1881, fu progettata per durare più di 1500 ore!

Nei decenni successivi sono stati depositati brevetti per lampadine con una durata ancora superiore ed esiste addirittura il prototipo di una lampadina con una durata di 100.000 ore, ma non è stata mai prodotta. Ovviamente.

Quando l’azienda chimica DuPont presentò per la prima volta al mondo il nylon, una fibra sintetica rivoluzionaria utilizzata per la realizzazione di calze femminili, ricevette lo stesso contrordine intimato ai produttori di lampadine.
La fibra era troppo resistente e le calze duravano troppo.
I chimici della DuPont, malgrado loro, furono costretti a progettare nuove calze che si smagliassero e con una durata limitata.

Si parlò di obsolescenza programmata già nel 1929, durante il crollo di Wall Street. L’America, caduta in recessione e in un momento di grave stallo, aveva necessità impellente di far ripartire l’economia. Tra le tante proposte avanzò quella di Bernard London, il quale propose di rendere obbligatorio il ciclo di vita a tempo per i beni di consumo, una scadenza quindi che avrebbe centuplicato i consumi e di conseguenza aumentato i posti di lavoro.

La proposta fu ignorata e tornò a farsi strada solo negli anni ’50 con Brooks Stevens, fautore dell’obsolescenza programmata e progettista industriale, che suggerì non soltanto di accorciare la durata dei beni di consumo, ma di indirizzare il pubblico all’acquisto facendo pressione sulla psicologia del consumatore, usando gli elementi dell’economia capitalista che hanno contribuito al dilagante fenomeno del consumismo: ciclo di vita del prodotto ridotto, pubblicità, credito al consumo. Quello che accadde dopo è Storia.

“Con l’avvento della società industriale, l’apparato produttivo tende a diventare totalitario… “. (H. Marcuse)

Ed infatti siamo ormai totalmente succubi del sistema di produzione di massa. Compriamo oggetti a tempo, stampanti che si rompono appena arrivano a “totmila” copie, computer che terminano le loro funzioni dopo un paio di anni, apparecchi elettronici con batterie che costano più degli apparecchi stessi o che non possono essere sostituite.
Riparare tali oggetti diventa un percorso sempre più complicato e dispendioso. E allora ne compriamo dei nuovi, diventando gli attori di un ciclo infinito e folle.

D’altra parte, prodotti efficienti causerebbero meno incassi per le major. E allora compriamo, usiamo e scartiamo ad oltranza cellulari, frigoriferi, hi-fi, computer, frullatori, lampade, fornelli, pc ed ogni sorta di congegno elettronico che nel giro di pochi mesi diventano e-waste (rifiuti elettronici) –  e poco ci interessa se i nostri scarti vanno a riempire il pianeta di immondizia.

Nei Paesi dell’Unione Europea, per ogni oggetto elettronico che acquistiamo è compresa la tassa di smaltimento, il cosiddetto eco contributo per smaltire i Raee, ovvero i rifiuti di apparecchiature che contengono sostanze pericolose per l’ambiente e la salute. A quanto pare però smaltire i nostri rifiuti nelle aree più povere del mondo ci costa meno che a casa. Ogni mese infatti 600 container contenenti la nostra immondizia – di cui almeno la metà non riutilizzabile –  partono per essere ammassati in 50 discariche del mondo e in particolare nel Ghana, ad Agbogbloshie.
Ecco cosa abbiamo combinato.

La società della crescita illimitata, il criminale meccanismo dell’usa e getta è ormai incompatibile con le risorse del nostro pianeta.

Gandhi ci avvertì:”Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi”.

Va immediatamente cambiato il sistema economico che crea il consumismo inutile, e se state pensando che potremmo perdere posti di lavoro vi rassicuro: la robotica sta facendo passi da giganti ed i lavoratori saranno via via sostituiti da robot veloci, precisi, che lavorano 24 ore di seguito, notte e giorno, ininterrottamente. Non scioperano, non si ammalano, non chiedono gli assegni familiari o i congedi per maternità, non si lamentano e non hanno i Sindacati alle spalle.

Una soluzione arriva dal decrescista francese Serge Latouche: “Per prima cosa bisogna cambiare mentalità. Spiegare alla gente che la vera rivoluzione è basata sul recupero e sul riutilizzo, e quando il rivenditore di turno suggerisce di cambiare la macchina piuttosto che sostituire il pezzo, informiamoci se esistono strade alternative. Non buttiamo quello che sembra superato e obsoleto, ci sarà sempre qualcuno a cui potrà essere utile”. Spiega Latouche.

Fermatevi un attimo, dico ioComprate merce di qualità e di buona fattura.  Riciclate, riparate, e ove possibile, fate spesa nelle piccole botteghe, tornate a far lavorare gli artigiani, il sarto, il calzolaio, il falegname, le piccole realtà che stanno scomparendo.

Se le mie parole non vi hanno ancora convinto, prendetevi del tempo, tutto il tempo che vi stanno rubando facendovi lavorare il triplo per ri-acquistare i prodotti che vi vendono 1, 10, 100, 1000 volte e guardate questo filmato.

“La civilizzazione consiste non nella moltiplicazione, ma nella intenzionale e volontaria riduzione dei bisogni. Se non ci fermiamo, una produttività sempre più alta richiederà un numero sempre minore di lavoratori e un numero sempre maggiore di macchine efficienti e veloci, e il risultato sarà che uomini e donne resteranno disoccupati e considerati scarti della società”

Non l’ho detto io, l’ha detto Gandhi.

Alina Di Mattia

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About Alina Di Mattia

Alina Di Mattia
Autrice, conduttrice e responsabile produzione di grandi eventi istituzionali. All'attività artistica e manageriale ha affiancato quella di scrittrice freelance. Si è occupata spesso di tematiche sociali ed ha all'attivo alcune pubblicazioni tra cui il saggio "Erano gli anni della TV dei ragazzi". Nel 2018 ha ricevuto due prestigiosi premi giornalistici nazionali e tre riconoscimenti letterari.