È stato bello, Marco

Da quindici anni il ciclismo non è più lo stesso. Non c’è più l’istinto di un attimo, il coraggio di osare, il romanzo oltre la cronaca, il pianto nascosto dietro un urlo di gioia. Da quindici anni non c’è più Marco Pantani, l’ultimo dei romantici, la firma dell’ultimo capitolo dell’epopea ciclistica.

Quando si parla di Pantani lo si fa con una massiccia quantità di nostalgia nel cuore ed un velo di malinconia nell’animo. Spiegare chi era Marco Pantani è semplice ma, al tempo stesso, alquanto complesso. Indole battagliera, spirito coriaceo, talento smisurato che nascondeva le enormi fragilità che albergavano nel profondo del suo io interiore. Il Pirata è stato la voce fuori dal coro della rivoluzione del ciclismo degli anni ‘90, l’ultimo figlio della grande tradizione di scalatori dei padri fondatori Bartali e Gaul. Marco era il figliol prodigo di un ciclismo innamorato della montagna, in netto contrasto con quello delle lunghe cronometro e delle tappe “extra-large” pianeggianti.

Marco è andato contro tutti e tutto, contro un ciclismo che iniziava a sposare scienza e tatticismo, contro uno sport che viveva più di calcoli che di istinti. Pantani era un dio proveniente dal passato in bianco e nero, l’”artigiano in mezzo alle multinazionali”.

È stato bello vedere il Pirata sbocciare sulle rampe del Mortirolo, costruire la sua leggenda lungo i tornanti dell’Alpe d’Huez. È stata dura vederlo cadere, sconfitto dall’avversario più ostico che si chiama “sfortuna”. È stato emozionante vederlo rialzarsi, tornare a combattere più forte di prima. È stato meraviglioso vederlo conquistare Giro d’Italia e Tour de France nello stesso anno, il 1998, unico italiano a riuscirci dopo Fausto Coppi. È stato drammatico vederlo cadere di nuovo e sprofondare nell’abisso delle sue paure interiori, tra le braccia di quel nemico infido che lo ha condotto ad una morte avvolta ancora nel mistero.

Se ne è andato nella notte degli innamorati, in uno squallido residence rivolto verso un mare spento dai colori invernali. Se ne è andato da solo, lontano dalla bicicletta, dalle vittorie, dai trionfi, dal mito che ha edificato attorno a sè.

Se ne è andato ed ancora non sappiamo il perché. Il mondo è troppo mediocre per gli eroi. Con Marco lo è stato fin troppo.

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