I LIVIDI INVISIBILI DELLA VIOLENZA PSICOLOGICA


violenza psicologica

La violenza non è sempre visibile e non avviene soltanto tra le mura domestiche.

Esiste una violenza psichica molto più insidiosa di quella fisica, non facilmente identificabile e ancor più difficile da dimostrare: una sorta di stalkingbullismo e mobbing in un unico e crudele meccanismo di sopraffazione che non lascia lividi sulla pelle ma che conduce alla malattia e spesso alla morte.
Le parole sbagliate, le offese, le critiche, le accuse, l’assenza di parole come “scusa” e “grazie“, la mancanza di rispetto, la svalutazione spesso in forma ironica, la pressione sessuale, il silenzio, la menzogna, le minacce e i ricatti affettivi, l’oppressione e il controllo della libertà personale, il tradimento della fiducia riposta, la diffamazione e la denigrazione, sono soltanto alcune forme con le quali si manifesta uno degli abusi mentali più subdoli e devastanti per un essere umano, la violenza psicologica. Il tutto nascosto sotto atteggiamenti spesso affettuosi che confondono la vittima fino ad annullarne completamente la personalità.

Sottili maltrattamenti ricorrenti che comprendono denigrazioni e frasi offensive pronunciate anche in presenza di altre persone: “Scusatela, mia moglie è una deficiente” –  “Senza di me non sei nessuno” – “Sei scema come tua madre” – tanto per citarne alcune, atte a minare l’autostima della vittima la quale perderà qualsiasi capacità decisionale e di problem solving e, sentendosi inadeguata e non all’altezza delle aspettative dell’aguzzino, farà di tutto per assecondarlo pur di non generare malcontenti.

Tecniche impietose di abuso emotivo molto comuni nei rapporti interpersonali e ancora fiorenti nelle piccole realtà di provincia, nelle relazioni conflittuali tra partner, nelle famiglie disturbate, nelle persone narcisiste, nei soggetti che per combattere la propria inferiorità hanno bisogno di avere accanto persone fragili da dominare, ma anche nei gravissimi casi di sindrome di alienazione parentale, ovvero quando uno dei genitori separati manipola il figlio per allontanarlo dall’ex coniuge.

In questo contesto si inserisce il gaslighting, un fenomeno poco conosciuto e ancora troppo sottovalutato che trae il nome da Gas Light, un’opera teatrale del 1938 il cui tema fu ripreso nel film italiano Angoscia di George Cukor, il cui abuso è basato sulla destabilizzazione della vittima attraverso la negazione di fatti realmente accaduti e la conseguente denigrazione.

Tale manipolazione può avvenire indifferentemente nelle relazioni coniugali, tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli, tra amici o colleghi di lavoro. E’ proprio la quotidianità del rapporto ad esporre la vittima ad un prolungato stress emotivo provocandole un sovraccarico allostatico, che degenera in malattie della pelle, problemi cardiovascolari e respiratori, disturbi comportamentali e persino cancro.

Una sorta di plagio, o meglio, di svuotamento mentale che azzera giorno dopo giorno l’identità della persona manipolata fino all’isolamento sociale. La vittima si chiuderà in casa e si allontanerà sempre di più dai suoi affetti e dalle amicizie, diventando più vulnerabile, profondamente insicura e dipendente dal carnefice del quale giustificherà ogni atteggiamento.

E’ stato dimostrato scientificamente che una persona posta in un ambiente privo di interferenze che possano ricondurla alla sua identità e al suo vissuto, è facilmente condizionabile. Non a caso, i detenuti nei campi di prigionia vengono chiamati con un numero e non con il nome.

Il gaslighter non è riconoscibile, anzi, si presenta come una persona perbene ed altruista. Alternerà momenti di affetto ad esplosioni di rabbia, tenderà al vittimismo, accuserà la persona manipolata di essere la causa della sua infelicità e dei suoi insuccessi lavorativi, confondendola. Inizialmente la vittima tenterà di difendersi, di far valere le sue ragioni, ma nel tempo eviterà qualsiasi discussione ed annullerà la sua capacità di giudizio distruggendo irrimediabilmente la sua autostima. A questo alternarsi di presenze e mancanze seguiranno le minacce di abbandono, di privazione economica, di allontanamento dai figli o dal nucleo familiare, di isolamento, di perdita di uno status, di licenziamento. Tutto con il preciso scopo di mantenere il controllo della persona manipolata che, a sua volta, cercherà il riconoscimento del suo carnefice e diventerà sempre più dipendente e pronta a idealizzarlo, che sia il capo d’ufficio, il genitore, il fratello o l’amica.

Sono infatti numerose le donne che, a causa di ripetuti traumi psicologici, sviluppano la cosiddetta “sindrome del cuore infranto“, una patologia del miocardio che si manifesta con il dolore improvviso al petto, tipico dell’infarto, che nella maggior parte dei casi non è letale ma che interferisce profondamente con la qualità della vita.

Purtroppo ad oggi non esiste una legislazione specifica che si occupi del reato di violenza psicologica, perché è difficile da individuare, perché mancano le denunce, perché è la stessa vittima incapace di riconoscere la manipolazione che sta subendo, ma il nostro ordinamento punisce con la reclusione “chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa”. Art. 610 del Codice penale al quale si aggiunge l’Art. 612 bis volto alla tutela della tranquillità psichica dell’individuo.

E’ comprovato che dopo gli abusi psicologici, quando la volontà della vittima è ormai esautorata e la sua sicurezza finalmente demolita, arrivano le botte. Pertanto, quando si hanno le prime avvisaglie di manipolazione psicologica, la prima cosa da fare è rivolgersi  ad un centro antiviolenza. Qualcuno disse: “Nessuno può obbligarti a sentirti inferiore senza il tuo consenso.”.  Non dimentichiamolo mai, neppure un secondo.

di Alina J. Di Mattia

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About Alina Di Mattia

Alina Di Mattia
Autrice, conduttrice e responsabile produzione di grandi eventi istituzionali. All'attività artistica e manageriale ha affiancato quella di scrittrice freelance. Si è occupata spesso di tematiche sociali ed ha all'attivo alcune pubblicazioni tra cui il saggio "Erano gli anni della TV dei ragazzi". Nel 2018 ha ricevuto due prestigiosi premi giornalistici nazionali e tre riconoscimenti letterari.