LA MIRACOLOSA ACQUA ARCHIBUGIATA DI AVEZZANO


L’acqua curativa nata ai piedi del Velino, la cui origine viene erroneamente attribuita ai francesi

Un’acqua miracolosa famosa in tutta la nostra penisola, dalle Alpi al mar Ionio, che pare curasse le ferite dai colpi di un’antica arma da fuoco, l’archibugio, da cui prese appunto il nome.

L’acqua archibugiata di Avezzano era un antico distillato a base di decine di erbe medicinali raccolte sul Velino e in particolar modo sulla vetta della Majella. Un territorio rinomato nei secoli passati per la varietà delle portentose piante officinali presenti sulle montagne, erbe ricercatissime dagli speziali dell’antichità.  Per la preparazione dell’acqua venivano usate le foglie di Tanaceto, pianta  aromatica dalle foglie lunghe e verdi e dalle proprietà antibatteriche e antinfiammatorie, con cui venivano preparati decotti curativi per uso topico, ma anche tisane digestive e rinfrescanti e lozioni disinfestanti per allontanare insetti e piccoli roditori.

Con il Tanaceto nacque in seguito un  ottimo amaro peptico che oggi i francesi chiamano Liqueur d’Arquebuse.  Chi ha qualche anno in più, ricorderà un liquore di colore verde clorofilla, con una piantina all’interno della bottiglia stessa. Era proprio il Tanaceto, questa pianta aromatica dalle foglie lunghe e sottili i cui fiori, simili alle margherite, fioriscono in estate. L’origine del famoso liquore viene fatta risalire,  molto erroneamente secondo me, ai frati francesi di fine ottocento.

In realtà l’acqua archibugiata esisteva in Abruzzo durante il Regno delle due Sicilie, ma anche dai tempi dell’invenzione dell’archibugio, visto il nome. Se ne trova testimonianza nel libro “Viaggio attraverso l’Abruzzo nel 1789. Da Napoli per Avezzano e Sulmona e ritorno per la via di Isernia” scritto da Carlo Ulisse De Salis Marschlins: «Si deve alle erbe aromatiche di queste sconosciute contrade d’Italia, la preparazione della così detta acqua archibugiata di Avezzano, tanto famosa per guarire le ferite.  La nobile signora che mi ospitava aveva l’arte di prepararla alla perfezione; e me ne diede una certa quantità per curarmi alcune ferite insignificanti che mi s’erano prodotte, facendomi prima lavare le parti, e poi legandovi delle compresse ben imbevute della miracolosa acqua. 
Queste erbe medicinali famose vengono raccolte sul Velino, e ancora più sulla vetta più alta della Majella; ma però tutta la giogaia di quella zona è rinomata per la produzione di ogni sorta di erbe medicinali, in modo che alla data stagione, è frequentatissima da speziali ed erborizzatori di ogni paese e di ogni regione. 
Anche nei tempi più remoti dell’antichità, la giogaia dei monti Marsiani godeva fama speciale per la produzione delle sue erbe medicinali; ed io ritengo, insieme ai comentatori dell’Ostìensis, che la leggenda della Dea Angitia, alla quale si vuole fosse consacrato un tempio in un boschetto nei pressi di Luco, per aver insegnata l’arte di curare le malattie con l’applicazione di certe date erbe, debba essere derivata dall’abbondanza sempre esistita in questi luoghi, di erbe medicinali. E si spiega anche così la nomèa di stregoni che avevano presso i Marsi, gli empirici ed i preti, i quali, in ispecial modo e per i loro fini ascosi, usavano di questa cura primitiva per guarire miracolosamente le morsicature di bestie velenose
».

Se davvero l’acqua archibugiata di Avezzano guarisse dai morsi dei serpenti velenosi, non lo sapremo mai. Con tutta probabilità però con l’Unità d’Italia e il sud conquistato e messo sottosopra dalle truppe sabaude, la ricetta miracolosa fu “esportata” (come tutto il resto) nei territori del nord, fino a diventare oggi un prodotto della tradizione piemontese, in particolare di Carmagnola in provincia di Torino.

E questo un po’ ci rammarica.

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