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L’INCLUSIONE SOCIALE NELL’ERA DELL’IMPACT INVESTMENT


di Alina Di Mattia

Riforma delle pensioni, reddito di cittadinanza, carta REI, flat tax. Sono numerosi e diversificati per utenza gli interventi pubblici a favore del tema più dibattuto in questi ultimi mesi in Italia: promuovere l’inclusione sociale garantendo i beni ed i servizi essenziali ai cittadini, sostenendo le condizioni di accesso al mercato del lavoro e favorendo lo sviluppo di una cultura imprenditoriale.

Dopo la grande recessione globale che ha rallentato l’attività produttiva provocando un significativo aumento del tasso di disoccupazione e il peggioramento delle condizioni di vita delle classi disagiate, i governi hanno attuato una serie di politiche economiche attive con l’obiettivo di combattere povertà e disuguaglianza, molte delle quali basate su costosi interventi quantitativi che comunque non giovano all’economia nazionale. Soluzioni in grado di curare il sintomo ma non il problema, e che continuano a restituire un innalzamento del debito pubblico ad un Paese che, seppur all’avanguardia in molti settori, fatica a progettare un sistema economico nuovo, meno circoscritto e di lunga durata.

Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” scriveva Dante Alighieri oltre sette secoli fa. Il sommo poeta aveva individuato, già da allora, il punto chiave per costruire in modo consapevole e responsabile il nostro futuro: la conoscenza.

Difatti, un sistema economico con diretto impatto sociale, efficace in termini di remunerazione per gli investitori e capace di ridistribuire equamente la ricchezza all’interno della collettività, è attuabile solo imparando a gestire con confidenza gli strumenti finanziari. Utopia? No, ma è indispensabile che i cittadini, in particolare le fasce di esclusione sociale, inizino ad esplorare il tema dell’educazione finanziaria per sperimentare soluzioni innovative in grado di creare uno stabile assetto sociale-economico capace di sopperire alle lacune di un sistema ormai oltrepassato.

Welfare State e l’illusione del benessere universale

Viviamo oggi in una società con prospettive totalmente differenti rispetto al passato.
La globalizzazione ha migliorato per certi versi la qualità della nostra esistenza; sono cresciuti i redditi ma la distribuzione non è avvenuta in modo omogeneo provocando, di conseguenza, ulteriori discrepanze sociali. Grazie al progresso tecnologico e sanitario, l’attesa di vita è notevolmente aumentata contestualmente ad una significativa richiesta di assistenza.
Sono quindi emerse nuove esigenze che rendono complicato e sempre più spesso obsoleto il sistema del Welfare.
Inoltre, dei 60 milioni e 441mila residenti in Italia, solo il 37,2% lavora. Questo vuol dire che poco più di 22 milioni di italiani producono per tutti gli altri. A peggiorare il quadro, c’è un dato anomalo rilevato dall’Istat e che segnala che circa 3 milioni di cittadini, potenzialmente attivi, non cercano un lavoro quasi vivessero nel limbo della rassegnazione.
Affinché il mercato possa aprirsi a nuove prospettive, c’è pertanto una chiara esigenza di promuovere attività economiche che favoriscano interazioni tra pubblico e privato favorendo l’occupazione e tenendo conto delle aspettative degli investitori, ma per fare ciò non basta appoggiarsi agli interventi legislativi del momento o alle soluzioni temporanee, e neppure fare appello agli aiuti delle organizzazioni non profit.

Azionariato sociale

La collettività è ormai sempre più sensibile a tematiche di sostenibilità sociale e ambientale, tanto che si sta delineando un interessante scenario all’interno del comparto degli investimenti, che tende a coinvolgere i capitali privati nelle iniziative indirizzate alla produzione di beni e servizi a beneficio della comunitàNegli Stati Uniti è chiamato Social Impact Investment, termine coniato dalla multinazionale JP Morgan e dalla Rockefeller Foundation, per indicare l’investimento in attività di impresa sotto forma di azionariato sociale, con il duplice obiettivo di accrescere il benessere pubblico e allo stesso tempo generare un ritorno economico per l’imprenditore. JP Morgan prevede che nei prossimi anni saranno investiti 500 milioni di dollari proprio in prodotti finanziari ad impatto sociale.
Nel 2013, la SIIT britannica (Social Impact Investment Task Force) coordinata da membri attori chiave della Finanza, ha promosso lo sviluppo degli investimenti ad impatto sociale nei Paesi del G8 che in Italia ha coinvolto professionisti, fondazioni filantropiche, cooperative, banche, istituzioni pubbliche, onlus, imprese ed università.

Nonostante tutto e all’indomani della Riforma del Terzo Settore, il sistema economico italiano fatica a tenere il passo all’esperienza estera. Nel belpaese infatti soltanto 627 imprese sociali hanno accolto investimenti a fronte di un capitale disponibile di circa 200 milioni di euro. L’ipotesi più probabile di fronte ad una domanda così esigua, è che ci sia resistenza alla comprensione degli strumenti dell’Impact Investment, e che il concetto di una finanza filantropica a supporto delle fasce più deboli della collettività sia ancora materia ostica. Un paradosso in un’epoca come quella attuale in cui è l’informazione a far da padrona, con mezzi di comunicazione e di condivisione sempre più accessibili alla popolazione.
Numeri, grafici, formule e proiezioni matematiche, paroloni come Social Impact Investment non devono allontanare la ricerca di una stabilità del sistema; qualsiasi nuova sfida comporta difficoltà, studio e allenamento, a maggior ragione l’approccio ad uno strumento, comunemente denominato denaro, intorno al quale girano economie, guerre, povertà.

Istruzione e formazione per una società inclusiva

Imparare a gestire moneta, valuta, risparmio, investimenti, nonché maneggiare con abilità le stesse tecnologie informatiche, è il punto di partenza per elaborare nuove strategie di inclusione sociale, migliorare la fruibilità dei servizi al cittadino, riorganizzare il collocamento mirato e superare la quota obbligatoria prevista per le assunzioni delle persone con disabilità per un concreto abbattimento delle barriere culturali.
Attori economici che producono economia, nessuno escluso.
A tal proposito è interessante segnalare il percorso di formazione professionale di Everisitalia, già adottato in Danimarca, che ha permesso a dieci persone con autismo e sindrome di Asperger di lavorare come programmatori e addetti ai test di applicativi.

Negli Stati Uniti  ha avuto un incredibile riscontro il Pay for Success Bond, un titolo obbligazionario la cui restituzione implica il raggiungimento di un determinato obiettivo sociale, ovvero la realizzazione di un progetto condotto in collaborazione con agenzie governative. Idea innovativa per reperire capitali per il sociale, favorire l’occupazione, intervenire nell’economia della nazione e allo stesso tempo trarne profitto.

Ipotesi di un Social Reserve Act

Il modello della Fidelity Card americana, già impiegata negli esercizi commerciali italiani per fidelizzare i consumatori tramite premi, sconti e ritorni in denaro, o per migliorare i servizi a clientela con stessi interessi (golf, animalisti, etc.), opportunamente sviluppata, potrebbe essere adottata in un nostro sistema di Social Impact Investment.
Prendendo come riferimento l’esperienza della carta di credito di Banca Etica, collegata ad organizzazioni come Intersos, Agesci, Amnesty International etc., è possibile creare una vera e propria Social Affinity Card. Una carta innovativa, dunque, che possa ricavare una minima percentuale dalle commissioni usualmente destinate ai comuni benefit, senza gravare né sul cliente né sull’azienda, da impiegare in un unico o più Fondi a favore di iniziative a sostegno di investimenti ad impatto sociale ed ambientale.
Tale modello comporterebbe per i gruppi bancari, oltre al raggiungimento degli scopi sociali prefissi, un significativo ritorno d’immagine e, quasi certamente, un sensibile aumento della clientela.
Potrebbe inoltre essere istituito –  e forse anche istituzionalizzato  – un Social Reserve Act, un cartello tutto italiano da estendere successivamente ai Paesi dell’Eurozona, per destinare una percentuale del credito ad un Fondo per il sociale, magari pagando con una social coin.
Prospettive all’avanguardia che possono essere sviluppate efficacemente anche da noi, attivando un percorso di formazione finanziaria, corsi di istruzione economico-sociale sin dal periodo scolastico per educare le nuove generazioni –  le stesse che avranno l’onere di ridisegnare la società secondo un modello sostenibile – alla comprensione del sistema di integrazione sociale e, soprattutto, a familiarizzare con termini come spread, pil, debito pubblico, mercato azionario e obbligazionario, assicurazioni, investimenti.

Troppo futuristico? No. Gli investimenti ad impatto sociale ed ambientale ci sono già e fanno parte delle priorità dei Millennial, la cosiddetta Generazione Y, quei nati tra il 1980 e il 2000 pronti a fare business puntando alla sostenibilità e alla progettazione universale. Saranno loro ad avere nelle mani il potere economico-politico del futuro. Inversioni di tendenza per le quali noi, Generazione X, dobbiamo necessariamente cominciare a pre/occuparci.

 

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About Alina Di Mattia

Alina Di Mattia
Autrice, conduttrice e responsabile di produzione di grandi eventi istituzionali. All'attività artistica e manageriale ha affiancato quella di scrittrice freelance. Si è occupata spesso di tematiche sociali ed ha all'attivo alcune pubblicazioni tra cui il saggio "Erano gli anni della TV dei ragazzi". Nel 2018 ha ricevuto due importanti premi giornalistici nazionali e tre riconoscimenti letterari.