MAXI MULTA UE ALL’ITALIA SU ACQUE REFLUE


Inquinare, e non impedirlo, è veramente un pessimo affare. Ci rimettono l’ambiente e gli ecosistemi (terrestri, fluviali e marini), la salute umana e ora anche le nostre tasche! Questo il commento del WWF alla notizia della maximulta che la Corte di Giustizia europea ha comminato al nostro Paese in tema di mancata depurazione delle acque reflue. I cittadini italiani dovranno pagare 25 milioni di euro ai quali si dovranno aggiungere altri 30 milioni per ogni semestre di ritardo. La multa non rappresenta sicuramente una sorpresa: è infatti il frutto di tanti anni di gravi inadempienze sulle normative europee, normative che peraltro la stessa Italia ha giustamente contribuito a fissare. La procedura di infrazione era cominciata infatti sin dal 2004 e l’Italia era stata condannata una prima volta nel 2012. La Corte tuttavia aveva concesso allora un ulteriore termine – 11 febbraio 2016 – per applicare la prima sentenza che allora riguardava 109 comuni. Scaduto anche questa proroga la Commissione Europea ha chiesto la nuova condanna che puntualmente è arrivata. Non sono bastati oltre 18 anni di tempo (il termine per mettersi in regola era stato originariamente fissato al 31.12.2000) per mettersi in regola! L’Italia ha ridotto le situazioni fuori norma, ma ha comunque continuato ad avere oltre 70 aree o centri urbani sprovvisti di reti fognarie o di sistemi di trattamento delle acque di scarico.

Sono ben 18 le regioni fuori regola e tra queste non manca l’Abruzzo. Il nostro territorio è coinvolto per l’area Castel Frentano – Lanciano perché il nuovo depuratore di quel territorio è stato sì finalmente inaugurato ma soltanto nel 2017 con eccessivo ritardo rispetto ai tempi previsti.

Il WWF è preoccupato anche per altre procedure che incombono sull’Italia in materia di acque,  riguardanti l’inadeguata applicazione della Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE): una concernente le derivazioni a scopo idroelettrico (EU PILOT 6011/14/ENVI) e una più generale (EU PILOT 7304115/ENVI) per la mancata piena attuazione della direttiva, con particolare attenzione all’insufficiente coordinamento, all’assenza di metodologie corrette per gli inquinanti nelle acque sotterranee, ai prezzi dell’acqua in agricoltura e ad altre questioni legate sempre al settore agricolo.

 

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