MORTI BIANCHE. LA SILENZIOSA MATTANZA DEI LAVORATORI


di Alina Di Mattia

Tirava un maledetto vento quel mattino di gennaio.
La pensilina della fermata dell’autobus non bastava a riparare Mario dal gelo invernale.
Il ragazzo si stringeva tremolante nel giaccone che era ancora buio pesto.
Si era trattenuto qualche minuto davanti ad un caffè nero e fumante osservando con soddisfazione lo stipite della porta sistemato la sera precedente, mentre la giovane moglie, ancora provata dalla notte insonne, allattava il piccolo Lorenzo.
Torno presto” – le aveva detto uscendo frettolosamente.
Quando la portiera del mezzo si chiuse alle sue spalle, le sue dita erano livide e ghiacciate.
Attraverso i vetri appannati guardò quell’unica finestra accesa al terzo piano in cui viveva tutto il suo mondo racchiuso in 45 mq, nascondendo quel pensiero nella piega di un sorriso stanco.
Chiuse gli occhi per qualche secondo, mentre l’autobus si allontanava coprendo il rumore di un lungo e profondo sospiro.
Tre ore dopo, Mario perderà la vita sotto una vecchia pressa meccanica difettosa.
Aveva 34 anni ed un solo sogno: crescere suo figlio.

Ufficialmente vengono chiamate “morti bianche”, alludendo all’assenza di un responsabile che avrebbe potuto evitare l’accaduto. Ma come recita un passo della poesia di Carlo Soricellinon è il bianco dell’innocenza o di una nevicata in montagna, ma il bianco di un lenzuolo che copre occhi spalancati dal terrore”.
Una sorta di imbiancamento dei sepolcri per alleggerire le coscienze, lavare via le colpe, allontanare la vergogna. Andrebbero invece chiamate con il loro vero nome: morti annunciate.

Nell’anno di grazia 2018, nell’era della robotica in cui i macchinari dovrebbero sostituire le persone nelle attività pericolose, in quella Repubblica idealmente fondata sul lavoro, è inammissibile morire di lavoro stesso. L’Italia è il secondo Paese europeo, dopo la Francia, con il più alto tasso di infortuni mortali, nonostante la nostra legislazione in materia sia la migliore in Europa.

L’iter è sempre identico: l’incidente, la denuncia, la Procura che apre un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti, un processo che il più delle volte manca di efficacia probativa e che comunque non restituisce la vita alla vittima. E poi l’impatto mediatico di breve durata che non lascia tracce se non nel cuore di chi piange i suoi morti. Un copione che si ripete quotidianamente per 365 giorni all’anno e che ormai passa inosservato davanti agli occhi di tutti. Siamo talmente assuefatti dalla sofferenza altrui, dai costanti bombardamenti di sventure provenienti da ogni parte del mondo, che la normalità è finita per diventare l’eccezione. Dinnanzi ad un evento luttuoso, lo sdegno e il dispiacere della comunità perdura soltanto un attimo, il tempo di passare a quello successivo e “avanti un altro!“.
La società dell’usa e getta consuma tutto velocemente, anche il dolore, anche la morte.
Eppure è in atto una vera e propria guerra non dichiarata. Un tragico bollettino perpetrato da un killer silenzioso che non lascia spazio ad equivoci.

I NUMERI DEL DOLORE

2 milioni di infortuni mortali ogni anno nel mondo. Oltre 300 milioni di incidenti, 160 milioni di malattie professionali. Senza contare i dati dell’economia sommersa, del fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile, dei lavoratori spesso stranieri, ricattabili, provenienti dalle fasce sociali più disagiate, che non denunciano e che accettano di lavorare in condizioni di schiavitù e in totale insicurezza pur di non perdere l’occupazione tanto agognata. 2 morti al giorno soltanto in Italia!

Significa che 5.479 persone, quotidianamente, escono di casa e non vi fanno più ritorno! Come se ogni giorno un paese grande quanto il quartiere Murano a Venezia, per intenderci, sparisse sotto l’indifferenza, l’irresponsabilità, la burocrazia.

Mentre scrivo queste righe, da qualche parte sulla terra, qualcuno starà piangendo un padre, un marito, un figlio, una mamma, una sorella, un fratello.

I Sindacati lanciano l’allarme a più riprese.
In Italia, negli ultimi dieci anni, sono stati registrati più di 13mila decessi per cause di lavoro. Solo nel 2018 circa 800, con una percentuale dell’8,5% in più rispetto all’anno precedente. La metà delle vittime ha tra i 45 e i 64 anni.
Non soltanto incidenti mortali e invalidanti, ma anche condizioni occupazionali che espongono il lavoratore ad agenti cancerogeni e mutageni e che in parecchi casi conducono alla morte. Nel 2018 sono stati registrati 10mila nuovi casi di tumori professionali.
E  ancora malattie da lavori usuranti, alienanti, che incidono sul benessere psico-fisico del lavoratore. Alcuni anni fa, ha fatto scalpore la vicenda dei due impiegati della Mitsubishi Electric giapponese, che si suicidarono a causa di eccessivo stress da lavoro, fenomeno tutt’altro che circoscritto e che in Giappone viene chiamato Karoshi.  Secondo la FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie Ospedaliere), in Italia lo stress da lavoro colpisce un lavoratore su quattro.

L’Osservatorio di Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering che analizza dati e statistiche sugli infortuni mortali al fine di  stabilire quali misure di sicurezza adottare per contrastare tali eventi, ha rivelato che la regione italiana con maggior numero di decessi è la Lombardia, seguita da Veneto e Piemonte. I settori più colpiti sono invece quello dell’agricoltura e dell’edilizia.

Un bilancio agghiacciante e reiterato negli anni che ha indotto l’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ad organizzare una giornata mondiale per le vittime di infortuni, giunta quest’anno alla sua 68a edizione, finalizzata a richiamare l’attenzione sul tema della sicurezza e ad accelerare il raggiungimento degli obiettivi del programma dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile: “proteggere i diritti dei lavoratori e promuovere ambienti di lavoro salubri e sicuri per tutti i lavoratori, nonché porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme“.

LE CAUSE

Modalità operative non idonee, uso improprio dei macchinari, attrezzature obsolete, turni e orari di lavoro inadatti o massacranti, strutture precarie, presenza di materiali pericolosi, assenza di corsi di formazione adeguati per valutare i rischi, carenza di ispettori, impossibilità per le imprese di investire in sistemi innovativi e, molto spesso, il mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza.
Mancanza, dunque.

Due aziende italiane su tre sono irregolari.  A fronte di circa 3 milioni di imprese, ci sono soltanto 3000 persone a svolgere la funzione di controllo. Questo vuol dire che per la maggior parte di esse non ci sarà mai un funzionario a bussare alla loro porta. Eppure siamo lontani dai tempi della rivoluzione industriale, quando l’infortunio sul lavoro restava, ahimè, una responsabilità esclusiva del lavoratore.

Oggi, le regole in materia di sicurezza esistono. Eccome.

Nato a pochi mesi dall’incidente nelle acciaierie della ThyssenKrupp di Torino in cui persero tragicamente la vita 7 operai, il Testo Unico della sicurezza sul lavoro è oggi la principale norma in materia di sicurezza, nonostante non sia stato ancora completato il processo di attuazione.
Sono peraltro costanti le attività di prevenzione nonché di informazione promosse dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con l’obiettivo di innescare un’inversione di tendenza e creare una cultura consapevole in materia di sicurezza sul lavoro.
L’Anmil (Associazione italiana fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro) promuove da anni il tema della sicurezza nelle scuole tramite incontri formativi ed iniziative a premi che hanno coinvolto circa 1.600.000 studenti solo nell’ultimo anno. Lo scopo è quello di sensibilizzare le nuove generazioni, i lavoratori del futuro, a diventare consapevoli dei rischi ai quali si è sottoposti nel proprio ambiente lavorativo, anche la stessa aula scolastica, sottolineando i 75.000 incidenti, fortunatamente non mortali, avvenuti all’interno degli edifici scolastici durante il biennio 2016/2017.
In seguito al report di Ucimu (Associazione costruttori italiani di macchinari) che denunciava impianti ormai obsoleti nelle imprese, il governo ha avviato un piano di incentivi per eliminare sistemi datati. Dal canto suo, l’Inail, con il Bando Isi 2017, ha messo a disposizione finanziamenti per circa 249 milioni di euro finalizzati alla  sostituzione di macchine agricole, tanto è vero che le richieste sono aumentate in modo significativo. L’azienda inoltre ha disposto la riduzione del tasso Inail (oscillazione per prevenzione-OT/24) per le imprese che apportano miglioramenti significativi per la sicurezza sul lavoro.

Ciò che viene meno è la corretta applicazione delle norme e dei conseguenti controlli da parte dei soggetti responsabili della sicurezza sul lavoro, un’efficace supervisione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) o del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS). La Suprema Corte ha rilevato infatti che “in tema di sicurezza sul posto di lavoro, la responsabilità per la violazione dell’obbligo di adottare le misure necessarie a tutela dell’integrità fisica dei prestatori di lavoro ex art. 2087 cod. civ., si estende al committente solo se questo si sia reso garante della vigilanza relativa alla misura da adottare in concreto e si sia riservato i poteri tecnico-organizzativi dell’opera da eseguire”.
Manca pertanto l’obbligo perentorio di una figura che si faccia carico delle eventuali responsabilità in prima persona per tutta la durata del ciclo lavorativo, una figura addestrata a vigilare senza sconti.

LA CONSAPEVOLEZZA DEI RISCHI

E’ chiaro quindi, che il nostro Paese viva un profondo ritardo in tema di sicurezza sul lavoro. I lavoratori non hanno spesso consapevolezza dei rischi del proprio ambiente di lavoro, pertanto devono necessariamente essere formati ed informati all’utilizzo dei dispositivi di sicurezza, a saper prevenire  eventuali eventi disastrosi e addestrati a intervenire laddove sussistano lacune dei datori di lavoro.

Ogni lavoratore che perdiamo è un attore economico in meno per lo Stato, una ricchezza mancata, un fallimento del sistema.

E’ importante che lo Stato intervenga nella prevenzione in modo innovativo, adottando ad esempio un sistema fiscale più favorevole per le imprese che si adoperano per tutelare i propri dipendenti e che si impegnano al reintegro dei lavoratori infortunati. Tale manovra farebbe risparmiare notevolmente sul sistema sanitario, se calcoliamo che in Italia spendiamo il 3% del Pil per gli infortuni, le morti sul lavoro e le invalidità permanenti.

Non basta istituire la settimana europea dedicata al tema della sicurezza e della tutela dell’ambiente di lavoro e neppure recitare luoghi comuni ad libitum nei più seguiti talk show televisivi. Statuti, articoli, ideologie e regole non sono più sufficienti.
E’ necessaria una rigorosa e capillare informazione sui diritti (e doveri) dei lavoratori in sinergia con politica, istituzioni, sindacati, imprenditori, media, che conduca finalmente al lavoro consapevole e in totale sicurezza, che restituisca condizioni dignitose ai lavoratori e che cancelli definitivamente il lavoro minorile.
Serve trasformare le parole in fatti concreti, confrontarsi con le imprese virtuose, le cosiddette best workplaces, aggiornare la normativa in modo direttamente proporzionale alle innovazioni tecnologiche.
Ma ciò che davvero è indispensabile e a cui nessuno può prescindere è una mobilitazione delle coscienze che possa tramutare il dolore di pochi in dolore di tutti, affinché nessun uomo resti più solo.

Dipinto di Carlo Soricelli – “Morti bianche”

Per informazioni su infortuni sul lavoro e malattia professionale, è attivo il nuovo numero telefonico del Contact center Inail 06.6001

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About Alina Di Mattia

Alina Di Mattia
Autrice, conduttrice e responsabile produzione di grandi eventi istituzionali. All'attività artistica e manageriale ha affiancato quella di scrittrice freelance. Si è occupata spesso di tematiche sociali ed ha all'attivo alcune pubblicazioni tra cui il saggio "Erano gli anni della TV dei ragazzi". Nel 2018 ha ricevuto due prestigiosi premi giornalistici nazionali e tre riconoscimenti letterari.