NOVECENTO”; LE STORIE ED I SUONI DEL SECOLO BREVE


Di Mario Cantoresi

Le storie del Novecento sono come le parole di un libro: quando si ascoltano si riesce a legare il passato al presente.

Il Novecento è come un film di tante vite, comprese quelle di ciascuno di noi, che scorre davanti ai nostri occhi e ci lascia senza fiato.

Ripercorrerlo è come salire su una macchina del tempo.

È il “Secolo breve”, quello che per gli storici è durato solo settantotto anni ma che, in realtà, è stato il secolo più determinante per l’Umanità.

Terremoti e migrazioni, guerre e migrazioni e poi olocausti, la conquista dello spazio, la caduta del muro di Berlino.

Ma cosa sono in realtà settant’anni?

                           Nulla!

Un lasso di tempo davvero insignificante; quello strettamente necessario affinché due generazioni s’incontrino per far sì che quella più vecchia tramandi a quella più giovane tutto ciò che fu.

Il filo della memoria non deve mai essere interrotto.

“LA RAGAZZA DELLA STANZA SULL’ARCO”

 Nota dell’autore:

Pubblicai per la prima volta questa storia il 25 ottobre 2014.

Da allora iniziai una difficile ricerca.

Volevo sapere a tutti i costi chi fosse la ragazza dell’arco.

Circa un anno dopo riuscii a scoprire tutto su di lei ma ritenni giusto tenere il segreto per me, di non raccontare nulla a nessuno.

Il Terremoto di Amatrice mi ha fatto cambiare idea.

Il 16 agosto scorso, durante la rappresentazione di “Novecento”, nel monologo iniziale dissi che il XX Secolo in realtà non era mai finito.

Solo otto giorni dopo ne ho avuto la conferma definitiva.

I drammi del terremoto del 1915, sono esattamente identici a quelli del sisma del 2016.

I bambini, i giovani, i sopravvissuti di Amatrice, hanno le stesse voci e gli stessi volti di quelli della Marsica, di quelli di L’Aquila e di quello di tutte le altre catastrofi.

La ragazza dell’arco, quella della foto, si chiamava Angela Catalani ed aveva solo 17 anni.

Insieme a lei, travolti dalle macerie della casa di Sopportico Magnante, persero la vita i suoi tre fratelli, Rosa di 15 anni, Icilio di 13 e Gino di 11.

Erano tutti figli di Vinceslao Catalani e  di Emma De Mena.

La coppia sopravvisse ai loro figli ed alla violenza del terremoto ma ogni giorno che passava stava diventa per loro un lungo e doloroso calvario.

Per mitigare almeno in parte quell’incubo i due si trasferirono a Roma e non fecero mai più ritorno a Celano.

Sono sepolti entrambi nel Cimitero Monumentale del Verano.

Un pronipote di Vinceslao è ancora in vita.

Quasi vent’anni fa è stato il Giudice di un importante processo, quello del “caso di Via Poma”, si chiama Pietro Catalani.

Ho avuto modo di conoscerlo lo scorso anno.

Venne ad assistere alla prima della mia pièce teatrale “Novecento” dove rappresentammo la storia di Angela.

Al termine dello spettacolo venne dietro le quinte a conoscermi ma non riuscì a dire una parola in più di grazie… era troppo commosso.

                 ———————-

                – Angela Catalani –

Il 13 gennaio 1915 a Celano, fra le oltre seicento vittime della furia devastatrice del terremoto, morirono nello spazio di soli 200 metri anche tre giovani donne:

Mariannina Letta che abitava a Palazzo Marrama, un edificio ancora oggi esistente a metà di Corso Umberto, Clorinda Scardella, che perse la vita fra le macerie di Palazzo Longo ed una ragazza sconosciuta la cui stanza si trovava su uno degli archi di Sopportico Magnante.

Io le ho viste tutte e tre quelle ragazze.

Mariannina aveva volto e nome ma la morte le aveva impedito di coronare il suo sogno di sposa e madre praticamente alla vigilia del matrimonio.

A Clorinda, invece, aveva riservato la dannazione della memoria, stampando il suo nome nel ricordo della gente ma cancellandone per sempre il volto.

Alla ragazza dell’arco, infine, la morte aveva concesso di salvare il viso, forse per ergerlo a simbolo della tragedia ma ne aveva disperso per sempre il nome.

In tutti questi anni mi sono sempre chiesto chi fosse la ragazza di quella foto.

Davanti a quell’arco lo chiedevo inutilmente alle pietre che sono ancora lì, esattamente nello stesso posto di cento anni fa.

Perché Sopportico Magnate era uno

dei pochi vicoli di Celano lastricato dai Sanpietrini in quel primo scorcio del Novecento.

Tutte le altre strade erano fatte solo di sterrato e di polvere.

Nessuno sapeva dire da quanto tempo fossero lì quei selci, ma in fondo cosa importava?

C’erano e basta, facevano compagnia alle case che sorgevano in maniera diversa da quelle che ci sono oggi.

A quell’epoca le abitazioni non coprivano ancora la vista della piazza di San Giovanni e, risalendo il pendio di Via Ciavattella, si poteva scorgere l’entrata opposta del vicolo.

Le case erano state costruite con lo stesso materiale utilizzato per edificare il castello: pietre strappate con la rabbia delle mani da quella roccia che, nel corso dei secoli, aveva segnato i volti ed il carattere aspro dei celanesi.

Esse si sovrapponevano l’una sull’altra fino a creare un’incredibile contraddizione geometrica.

Angoli spigolosi, forme irregolari che, come tozzi mattoni, si fondevano disegnando inimmaginabili armonie stilistiche.

Questo era Supportico Magnate cento anni fa: una lunga teoria di archi di pietra che sorreggevano le case e le esistenze stesse di coloro che le abitavano.

E su uno di quegli archi vi era la stanza di una ragazza.

Una sola, semplice finestra univa gli occhi di quella giovane donna al sole, alla pioggia ed al vento, mentre i pochi anni che aveva le consentivano ogni giorno sogni bellissimi che lei credette eterni.

La ragazza aveva un viso dolce e lunghi capelli ed io lo so… amava pettinarli seduta davanti al suo piccolo angolo di mondo.

Non esisteva altro per lei nel 1915 ma tutto questo le bastava per essere felice.

Quale fosse il suo nome però

non sono mai riuscito a scoprirlo.

Ho smesso di chiederglielo perché lei non ha mai voluto dirmelo.

“Cosa t’importa sapere come mi chiamavano” – mi ripete ogni volta che vado a trovarla e mi fermo davanti al suo arco di morte –

“Sai?

I nomi sono solo un inutile dettaglio nell’eternità, si ripetono in continuazione e rendono ogni cosa anonima arrivando persino a cancellare l’identità delle persone e delle loro croci.

Ciò che davvero conta è avere la sensibilità di ascoltate le voci di chi non ha più voce e tu sei stato capace di farlo.

Mario, tu avverti il dolore della gente, lo hai fatto anche con me.

Eri qui anche tu quel 13 gennaio 1915, ed hai visto la mia casa crollare e seppellire i miei tre fratelli e quella grande pietra cadere su di me.

L’hai vista bloccare la mia mano destra, eri spettatore impotente quando essa ha

lentamente posto fine alla mia vita, ed ancora oggi confondi le tue lacrime con quelle che piansi io.

Ciò che è successo tu lo vedi ancora, ti prego… continua a farlo perché questa è l’unica vita che abbiamo ed è un dono grande, terribile e breve per permetterci il lusso di dimenticarlo”.

Sapete?

È una cosa talmente banale la morte… un’abitudine che la gente proprio non vuol perdere.

Così è stato anche per la ragazza dell’arco che aveva vissuto i suoi pochi anni come se fossero stati la vita intera e la morte, invece, come se fosse stata una semplice finzione…

Scusami Angela… non volevo dirtelo, ma io lo conosco il tuo nome.

Io so chi eri e so chi erano Rosa, Icilio e Gino, i tuoi fratelli, che quel giorno chiusero gli occhi per sempre insieme te.

Per questo perdonami se stasera lo dico a tutti…

lo faccio perché è giusto farlo…

Sai? È davvero povero quel paese che perde la memoria di ciò che è stato e poi, Angela Catalani, io ti ho sempre voluto bene.

Il giudice Pietro Catalani che si occupò del famoso “delitto di Via Poma a Roma” è un discendente di Angela.

Suo nonno era il fratello del papà di Angela e sopravvisse per miracolo al terremoto.

Suo nonno abitava alla Calata di Sant’Angelo, quel che resta della sua casa è la facciata diroccata di fronte all’abitazione di Sandro Del Corvo.

Pietro Catalani è un uomo austero e severo, come si addice ad un giudice, dopo aver visto a teatro la rappresentazione piangeva come un bambino.

Si sentì orgoglioso delle sue origini celanesi e volle vedere di persona l’arco dove morì la ragazza.

Lo accompagnai sul posto, mi chiese di essere lasciato solo per qualche minuto.

Si inginocchiò e rimase a pregare.

Poi lasciò dei fiori e andammo via.

Ti giuro, quello è stato uno dei momenti più significativi della mia vita.

Commenti Facebook

About Redazione - Il Faro 24