PERCHE’ LE PERSONE FANNO O NON FANNO COSE? Parliamo della “leva piacere-dolore”


 

di Andrea Cilli

Amo guardarmi attorno.

Da diversi anni a questa parte, forse complice soprattutto l’essermi imbattuto in un discreta letteratura in tema Programmazione Neuro Linguistica (materia di cui un giorno vi parlerò in maniera mirata, raccontandovi tutto quello che so in merito), ho iniziato ad osservare il mondo che mi circonda con sempre maggiore attenzione. Cercherò di spiegarmi meglio: forse posso farlo con un esempio. Parlo di osservare in stile “cerchio di Ohno”.

Per farla breve c’era questo Taiichi Ohno (o Taiici Ono), un ingegnere giapponese che ha grandemente contribuito all’invenzione del sistema di produzione Toyota: il Toyota Production System. Ora, senza divagare troppo sul Toyotismo, praticamente questo Ohno aveva inventato un metodo semplice per far accendere l’attenzione ai nuovi arrivati in fabbrica, soprattutto se destinati ad un ruolo manageriale in azienda. L’ingegnere nipponico disegnava un cerchio a terra per poi chiedere al nuovo arrivato di posizionarcisi dentro e mettersi a guardare: come obiettivo l’osservatore, senza uscire da quel cerchio, entro un tot di tempo avrebbe dovuto trovare almeno 3 spunti di miglioramento in tutto ciò che osservava.

Perché vi ho parlato del cerchio di Ohno? Per illustrarvi il fatto che più o meno, anche io nella vita cerco di stare sempre nel mio cerchio di osservatore. Ed osservando il comportamento delle persone, ho avuto modo di elaborare le mie considerazioni. Una delle cose che saltano all’occhio osservando fenomeni umani, soprattutto se in contesti organizzati, è sicuramente il non fare cose delle persone. Non fare cose che ovviamente si contrappone al fare cose: chi non fa in contrapposizione a chi fa.

Ma la vera svolta per me in merito è arrivata poi, quando in un libro di Tony Robbins, ho letto che secondo lui ma anche secondo molti studi psico-sociologici, le persone spesso decidono in base alla paura del dolore. La paura del dolore? E cosa c’entra col cannare impegni presi? O non fare i compiti?

Sembra incredibile ma il dolore ci induce indirettamente a prendere delle decisioni (o non prenderle) veramente in grande misura. Infatti Robbins ci spiega che la mente umana giudica molto più pesante il disvalore del provare dolore piuttosto che la possibilità di provare piacere. Non che non ci piaccia godere o comunque l’aspettativa della felicità, del benessere e della soddisfazione frutto delle nostre azioni; ma, sulla bilancia, giudichiamo decisamente più pesante il rischio di addolorarci come conseguenza di una azione piuttosto che la felcità.

Praticamente per la mente umana è peggio rischiare di provare del dolore che non rischiare di perdere una occasione per essere felici.

Ed ecco allora che siamo arrivati al concetto della “leva piacere-dolore”, cavallo di battaglia della PNL. La parola leva di certo non sta li  a caso. Piacere e dolore sono leve: in grado di agevolare lo spostamento in una direzione o nell’altra delle nostre decisioni. E spesso l’una o l’altra direzione vengono a coincidere con il fare o non fare cose, a prescindere dall’essersi impegnati.

La costante della leva piacere-dolore è una sola: la mente umana tende ad allontanarsi sempre di più e con priorità dal dolore (e da cose che secondo essa possono portare dolore) rispetto al muoversi verso il piacere. In pratica, meglio un dolore mancato che un piacere perso: questo è il meccanismo automatico “di sopravvivenza” della nostra mente.

Discutendo della leva piacere-dolore dunque, si arriva ad accendere una riflessione profondissima nelle persone. La riflessione è la seguente: quando constatate che per esempio una persona che si era impegnata con voi per fare a qualcosa, poi non alla fine non l’ha fatta, è bene che voi riflettiate. Dietro quella mancanza, dietro quel rimangiarsi di fatto la parola data, potrebbe benissimo esserci mala fede, pigrizia, leggerezza, furbizia, ostacoli o limiti incidenti. Però vi sto dicendo che forse in primis,  è anzitutto bene chiedersi anche solo per un secondo: “forse questa persona non ha fatto quel che aveva promesso per paura di qualcosa? Ha potuto il dolore incidere sul suo non fare?”.

Beh, io vi dico che una riflessione di questo tipo spalanca letteralmente tante porte. Porte che spesso possono liberare dall’oppressione le persone che ci stanno attorno o che da noi dipendono. Riflessioni come quella sopra, regalano alle persone la percezione che per noi loro sono importanti. E cercare di capire di quale dolore una persona possa in un determinato momento provare eventualmente paura, amplierà sicuramente il nostro acume e contribuirà molto positivamente ad accrescere la nostra autorevolezza. E, perché no, la nostra leadership.

 

 

 

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