PERETO – LA LEGGENDA DELL’ORECCHIO MACCAFANI


La leggenda dell’orecchio Maccafani per molti a Pereto è solo una storiella, per molti è verità. La famiglia Maccafani è stata una delle famiglie piu’ importanti e ricche del paese, nota nei secoli passati anche nelle sale della Santa Sede. La signora Matilde Maccafani aveva una quarantina d’anni. Il marito era molto più vecchio e lasciava spesso, per mesi, la moglie sola al castello, mentre girava o a caccia, o per acquistare bestiame, o per contattare gli altri castellani dei dintorni: Celano, Carsoli, Aquila, oppure quello di Ocre, dove aveva amici carissimi e compagni di caccia inseparabili.
La vita nel castello era quanto di più monotono si potesse pensare; inoltre, dal matrimonio non erano venuti figli e la marchesa si annoiava maledettamente.
Un giorno essa dovette ricevere il giovane Nacleto, che portava i frutti di un terreno di Roccadibotte, affittato dal marchese a suo padre.
Il giovane era bello, aitante, con un’abbronzatura, da sole di montagna, perfetta. La signora lo guardò a lungo e gli chiese chi fosse la sua donna. Il giovane rispose che ancora non aveva una donna; suo padre aveva deciso che prima si dovevano sposare gli altri e, a casa, erano in cinque figli.
La signora parlò a lungo e fu conquistata dal suo candore virile. Ad un certo punto gli prese una mano. Arrivato alla camera della donna, Nacleto tremava come una foglia; comunque, l’abbraccio amoroso gli risultò talmente esaltante che egli, da quel giorno, non visse di altro che per gli incontri che potevano seguire.
Due volte la settimana passava sotto il castello e il cuore gli dava colpi violenti come una catapulta.

Secondo le istruzioni che la donna gli aveva dato, sulla cima di un colle vicino, aspettava che la donna affacciasse un drappo bianco alla finestra; in tre salti era al castello, spingeva la porta che, nel frattempo, era stata aperta e imboccava una delle tre scale che portavano al settimo piano, quella di donna Matilde. Lo scalone principale girava intorno alla torre all’esterno e dava sul grande cortile, in mezzo al quale c’era un enorme pozzo. Poi, c’era una scala a chiocciola interna che veniva usata dalla servitù e dagli altri quando pioveva; c’era infine una scala a chiocciola, in pietra raffinata, che era ermeticamente chiusa agli altri: ci potevano salire solo la marchesa e il marchese. Questa era la scala che Nacleto saliva, divorando i gradini a tre a tre.
A Pereto c’era un tizio su cui madre natura si era divertita ad ammucchiare tutta la ferocia e le bruttezze di cui essa è capace. Al fisico maledettamente deforme si erano aggiunti i guai: un giorno, in una stalla, un cavallo imbestialito lo aveva ridotto un ammasso di ferite e gli aveva rotto un braccio ed una gamba, che erano stati messi a posto come si poteva a quei tempi. L’anima di Stefinazzo – così lo chiamavano, da Stefano che era il suo nome di battesimo – era ancora più nefanda del corpo. Nessuno sapeva che mestiere facesse con precisione. Si sedeva, per un po’ di giorni, su un gradino di una casa e quelli che abitavano di fronte sapevano che se ne sarebbe andato solo dopo aver ricevuto dei soldi. In caso contrario, prima o poi, una calunnia sulle donne della casa non la levava nessuno. Immaginarsi quando su qualcuna c’era da ricamarci veramente. L’unica sua gioia era vedere gli altri che soffrivano.

Un giorno Stefinazzo notò il giovane di Roccadibotte che su di un colle stava aspettando qualche cosa, poi vide il segnale del castello e capì che c’era da fare un grosso bottino.
Appena Nacleto fu entrato nel castello, Stefinazzo spinse la porta e si accorse che era chiusa: certamente era stata chiusa da Nacleto.

Alcuni giorni dopo, mentre si ripeteva la scena, Stefinazzo postosi vicino alla porta del castello l’aprì prima che arrivasse Nacleto e si mise in osservazione e, poco dopo, lo vide entrare e imboccare la scala segreta. Tutti a Pereto sapevano che questa porta potevano aprirla solo il marchese e la marchesa.
Un martedì mattina presto, il marchese Giorgio partì con i compagni di caccia per Pratolungo. Mentre il canettiere scioglieva i cani ed essi cominciavano a braccare, vicino alla posta di Giorgio, si presentò Stefinazzo.
” Marché, ti debbo parlare”
” Stefinà, se mi fai perdere questa lepre, sparo a te; comunque aspetta nascosto dietro quel cespuglio”.
La lepre, condotta dai cani infallibili, arrivò alla posta; il marchese la mise sotto tiro e la fulminò, la consegno ai compagni di caccia, poi soggiunse:” andate verso Marsia, che io ho da fare un po’”.
“Se mi fai un favore, io te ne posso fare un altro molto più grosso” disse Stefinazzo. “Di che si tratta? ” rispose il marchese, sospettoso.
“Io ho quella casa dove abito ridotta che non ci si può più stare, se mi dai i quindici scudi d’oro per accomodarla, ti dico che fa tua moglie quando tu sei fuori”.

Con quindici scudi ci si comprava giusto giusto mezzo Pereto. Il marchese capì che c’era il ricatto, ma fece finta di niente.
“Questa sera vengo a casa tua”.
In casa di Stefinazzo non andava mai nessuno, per cui, quella sera, chi vide che c’entrava il marchese, credette di avere le traveggole.
Il piano scattò tre giorni dopo. Appena Nacleto, dopo il segnale, si fu introdotto nella scala segreta, il marchese aprì con la sua chiave ed entrò insieme a Stefinazzo.
Quello che sentirono dentro la camera di donna Matilde non poteva essere oggetto di dubbio; le carezze, i baci, le effusioni, i gridolii di piacere erano tali che il marchese prese Stefinazzo per la mano, lo portò sulla scala, gli consegnò i quindici scudi e lo mandò via; poi su un letto cominciò ad escogitare i modi più crudeli possibili per la vendetta, mentre il tarlo della gelosia lo rodeva sempre di più.
Il pascolo di Nacleto il marchese lo conosceva benissimo. La mattina, verso le otto, uscì di casa con due mastini e si avviò sulla costa dei Bisognosi. Da lontano vide Nacleto che, buttato sotto un cespuglio, si era messo la giacca sul viso. ” Chissà che starà pensando?” si chiedeva Giorgio Maccafani, mentre il veleno gli faceva torcere le budella. A circa trenta metri legò i cani e il cavallo e, con la fune preparata a cappio, arrivò accanto al giovane e gli strinse il collo, poi con la stessa corda gli legò le mani e le gambe. Nacleto non ci provò a gridare, sapeva che d’intorno non c’era nessuno. Il marchese cacciò di tasca il suo coltello e tagliò di netto al giovane un orecchio, lo avvolse con cura in un panno e se lo mise in tasca. Poi gli tagliò i pantaloni e, con un colpo secco, prelevò gli organi sessuali. Si avvicinò ai cani, fece mangiare il pezzo di carne e li sciolse lanciandoli addosso al giovane.

Dopo poco, in un lago di sangue, Nacleto era un cadavere.
Il marchese legò i cani, salì a cavallo e tornò a casa.
All’ora di pranzo, mentre donna Matilde guardava quel volto, strano quanto mai, del marito, vide che costui prendeva un bicchiere, vi metteva dentro l’orecchio e glielo poneva davanti.
Il giorno dopo, all’ora di pranzo, fece la stessa cosa.
La faccenda durò così per molti giorni. Ormai era arrivata la notizia che i lupi avevano sbranato Nacleto di Roccadibotte, e il gesto del marchese, per la signora, era chiarissimo.

Dopo mesi di quel rito, senza mangiare e senza dormire, la marchesa era ridotta ad uno spettro.
Una sera, al centro del cortile della torre, si sentì un grosso tonfo: la signora si era buttata nel pozzo. Sul parapetto aveva lasciato il mazzo delle chiavi, raccolte in un grosso cerchio di ferro.
Fu estratta fuori cadavere e si fecero solenni funerali. Il popolo di Pereto, che amava la donna, generosa verso i poveri, partecipo’ nella totalità. Sulle scale della chiesa Stefinazzo guardava e si sentiva il padrone di Pereto. Tutti i parenti erano presenti, mancava solo Giorgio, che, dissero, aveva avuto una urgente convocazione al castello di Amatrice e non era potuto tornare.
Arrivò qualche giorno dopo, cenò e poi salì regolarmente in camera e si mise a dormire. Verso l’una di notte, sentì un tramestio caratteristico di chiavi che sbattevano fra loro. Il rumore proveniva dalla stanza di Matilde; Giorgio l’aprì e si accorse che una donna usciva da quella camera, agitando nervosamente un mazzo di chiavi.
La sera dopo Giorgio provò di nuovo a dormire, ma, alla solita ora, sentì il solito rumore; questa volta proveniva dal cortile grande. Si affacciò e vide la moglie che agitava le chiavi. La donna si girò lentamente verso di lui e lo fulminò, con due occhi che erano due fiamme rosse, spaventose.

Il marchese Giorgio Maccafani partì il giorno dopo e non tornò più.
A Pereto, quando si vuol dire che uno ripete una cosa continuamente e noiosamente, si parla “dell’orecchio dei Maccafani”. Ma tutti affermano di aver sentito, di notte, passando vicino alla torre piu’ grande, il mazzo delle chiavi agitato con violenza dalla signora Matilde.

” questa leggenda l’ho sentita tante volte avendo origini Peretane, una volta anche mia nonna mi disse qualcosa sull’accaduto, ma ricordo che questo racconto porta sempre un po di spettro per chi lo racconta e per chi lo ascolta, ancora oggi resta tale ”

 

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