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Tutti i motivi (nascosti) del fallimento azzurro


Carlo Tavecchio

 

L’Italia non parteciperà al prossimo Mondiale di calcio, non accadeva dal ’58. Abbiamo sicuramente problemi molto più gravi da risolvere – siano essi sociali, politici, culturali ed economici – ma siamo certi che questo fallimento li rispecchi tutti. Sì, perché ciò che accade è palesemente sinonimo di un Paese che non va più bene e che, nonostante tutti i proclami fatti e rifatti, di cambiare non ne vuole proprio sapere. 

Perché l’Italia è quella nazione dove tutto ciò che andrebbe rivisto, migliorato, sostituito, esce dalla porta ma trova sempre una finestra aperta da cui rientrare, che si tratti di persone, leggi, regole, idee. Tutto quello che è obsoleto e superato riesce sempre resistere, perché vengono ideati e messi in pratica “giochetti sporchi” che lo permettono.

E così accade nel calcio, nelle sue federazioni, i suoi organi, i suoi governanti, le sue associazioni e le sue regole. 

“Il cambiamento non sarà necessario finché l’individuo non si renderà conto che è assolutamente necessario”. Con questa frase Diego Franzoso, tecnico del settore giovanile dell’Hellas Verona, apre per dire la sua su ciò che si è concretizzato nella serata di ieri . “Verso le ore 22:30 l’Italia intera aveva già trovato il suo capro espiatorio. Il C.T. Ventura, che sicuramente qualche colpa avrà, non era però presente a Sud Africa 2010, dove è giusto ricordarlo, siamo usciti nel girone con Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Lo stesso C.T. non era neppure presente a Rio 2014, dove, sempre nei gironi, siamo usciti con Inghilterra, Uruguay e Costa Rica. Possiamo quindi affermare che qualche avvisaglia di una possibile non partecipazione ai Mondiali (soprattutto se nel girone ti ritrovi la Spagna) già c’era da tempo”. E’ da quindi almeno 10 anni, come spiega Franzoso, che il calcio italiano è in totale declino ma di rivedere il suo assetto nessuno ne ha voluto sapere. Eh già, perché ai vertici del calcio non si fa calcio, ma politica e così, l’idea di “smacchiare il giaguaro” non è stata affatto presa in considerazione. Il calcio è interessi, appalti, mega-stipendi (dei dirigenti, si intende in questo caso), fondi per le strutture, voti di scambio… chi se ne frega se poi 50 milioni di italiani vedono infrangersi i propri sogni contro una squadra da 11 persone perennemente dietro la linea della palla e che pensa talmente tanto a difendersi da rinunciare completamente ad attaccare.

Diego Franzoso

 

“Possiamo ora criticare il catenaccio della Svezia – spiega infatti Franzoso – e della “fantastica” trovata di far rinviare il portiere direttamente in fallo laterale, ma parliamoci chiaro… sono anni che nei settori giovanili Italiani assistiamo a queste scene. Siamo i primi che, già dalla Scuola Calcio, inculchiamo la necessità di vincere a tutti i costi. Se poi non formiamo giocatori, che ce ne frega, conta solo vincere, perché chi perde è un fallito”. Cose dette e stra-ridette che entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Basta recarsi nei campi di periferia e nelle scuole calcio per capirlo. Lì si rinuncia al calcio, si rinuncia al talento, al dribbling, al divertimento, al rischio, alla sconfitta: conta solo vincere ed è proprio questo che ci ha portati al baratro. Con la complicità della federazione, si intende. 

“Possiamo ora discutere sulla formazione degli allenatori Italiani. Negli ultimi anni i corsi Uefa B, C, E, si sono divulgati a macchia d’olio, più con l’intento di far cassa, che di formare una nuova generazione di tecnici. Se poi vogliamo metterci la ciliegina sulla torta, potremmo anche discutere sull’obbligatorietà dell’aggiornamento online per mantenere l’abilitazione. Oltre 150euro versati in 3 anni per 15 ore che sfido chiunque a dire che sono state produttive” scrive Franzoso. Infatti, per i non addetti ai lavori, si intende comunicare che la FIGC obbliga gli allenatori italiani a conseguire dei patentini – cosa giustissima, in teoria – totalmente a carico dei tecnici stessi ed i cui costi sono esorbitanti. Si va da un minimo di 500 euro circa (nel caso del Uefa C) ad un massimo di 800 – parlando solo di dilettanti – senza contare le spese per benzina, autostrada, spostamenti vari. Corsi da 6 giorni su 7 per 6 settimane, che per seguirli bisogna prendere le ferie ed i permessi a lavoro e dove, giurano in molti, almeno la metà delle lezioni risultano essere completamente a-formative e servono solo per giustificare gli stipendi dei docenti.

Passando all’aggiornamento da 150 euro, si tratta di 15 ore di lezioni on-line dove non si fa altro che ripetere delle ovvietà. Ma sono obbligatori e devi farli, se vuoi allenare, altrimenti rimani a casa perché non ti danno il patentino.

Certo, la mancanza di Baggio, Totti e Del Piero non può essere giustificata solamente con l’elezione ai vertici di Carlo Tavecchio, uno che a calcio in vita sua non ci ha mai giocato e secondo il quale i giocatori di colore sono dei mangia banane. Ma l’inadeguatezza dei vertici federali italiani è palese, sotto gli occhi di tutti. Dalla FIGC alla LND è tutto un poltronificio contornato da stipendi faraonici. E l’Italia oltre a mancare di idee, programmazione e lealtà nei confronti dei suoi tesserati, pecca di strutture e di cultura sportiva.

Renzo Ulivieri e Gian Piero Ventura – foto sky –

 

 

“Possiamo ora discutere del fatto che nella scuola primaria manchi una figura riconosciuta per l’educazione motoria –  scrive infatti Franzoso – e del monte ore che un bambino pratica a giocare, ma se ne è parlato talmente tante volte che è meglio sorvolarci. Possiamo ora discutere sulle assurde regole che regolano promozioni e retrocessioni nei campionati regionali, con 4 squadre che retrocedono, in gironi da 14. Ditemi voi se un allenatore può lavorare sereno in queste condizioni. Ma tipo, cambiare i criteri in base ad investimenti sulle proprie strutture sportive e ai rimborsi per i propri tecnici, sembrerebbe una cattiva idea?”

“Possiamo ora discutere sulla mancanza di una vera linea guida, che supporti tutti gli allenatori che operano nei settori giovanili Italiani. Ma forse non ci meritiamo neppure questo, visto che continuiamo a credere di aver inventato il calcio, che non dobbiamo prendere esempio da chi sta davanti a noi da anni ormai. E, di tutti i punti che finora ho elencato, questo è sicuramente quello che mi disgusta di più. La nostra stupida presunzione di essere i migliori, di continuare per la nostra strada perché non abbiamo bisogno di nessuno noi. La cosa più triste – conclude Franzoso – in questo flop (che pareva a questo punto essere preannunciato visti i punti precedenti), è che se c’è ancora qualcuno che da oggi si attende una rivoluzione, rimarrà tremendamente deluso. Il capro espiatorio c’è già, via lui e avanti per la nostra strada. In fondo siamo sempre i migliori.”

“Il cambiamento non sarà necessario finché l’individuo non si renderà conto che è assolutamente necessario”.

In tutto questo elenco di cose che non vanno, non basterà rimpiazzare le persone ma bisognerà cambiare le idee che stanno alla base del movimento calcistico italiano. Se è vero che ogni caduta è sempre l’inizio di una grande risalita, bisogna rivedere tutto, smacchiare il giaguaro, tornare al calcio di strada (quello sì che sfornava talenti), fare autocritica e lavorare non nel calcio ma per il calcio.

 

Domenico Di Natale  

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