Alla scoperta delle meraviglie del Bel Paese – L’incantesimo del barocco tra colori e odori della Sicilia orientale

di Goffredo Palmerini

 

Il numero Autunno 2017 del magazine i-Italy – attualmente in distribuzione a New York, Washington DC, Los Angeles, San Francisco, Boston e presto anche in altre città degli Stati Uniti – dedica 8 pagine alla Sicilia, delle quali 5 con un mio racconto di viaggio. La rivista diretta da Letizia Airos, dopo i miei articoli sull’Abruzzo, sul Gargano, su Matera e la Basilicata, sul lago di Garda, sulla Calabria jonica, con questo servizio sulla Sicilia sud orientale (Siracusa, Noto, Modica, Scicli) continua il viaggio nel Bel Paese per interessare i lettori americani – il magazine è in lingua inglese – alle straordinarie meraviglie e singolarità dell’Italia. Se può essere d’interesse, qui di seguito ne riporto il testo in italiano, che la redazione del magazine ha tradotto per l’impaginazione. L’articolo è pubblicato da pag. 70 a 74. 

http://www.i-italyny.com/magazine/2017_FALL/files/assets/basic-html/index.html#1

 

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Quando finisce di sorvolare il Tirreno e di lato scorrono i Monti Peloritani l’aereo inizia la sua discesa verso Catania. Qualche minuto e già la sagoma dell’Etna si staglia possente. Un piumino bianco sulla cima, una nuvola. O forse fumo del vulcano. Gli si deve rispetto, al vulcano, è patrimonio dell’umanità, anche se le eruzioni danno qualche grattacapo. Ma è davvero uno spettacolo l’Etna visto dall’alto, nero di lava sulla vetta ma rigoglioso di verde più giù, in questi giorni d’inizio estate. La terra lavica che lo contorna dona vini sapidi, rossi e bianchi, dai sapori speziati. Splendida città, Catania, l’Etna le fa da gendarme. Meriterebbe una visita, la faremo in altra occasione. Siamo diretti al sud est della Sicilia, questa volta. In aeroporto ci attendono i nostri amici di Modica. Giusto il tempo d’un pasto veloce, in un ristorantino di periferia, e già la Sicilia ci accoglie con un tripudio di sapori: pasta alle sarde, con profumo di finocchio, innaffiata da un ottimo bianco dell’Etna, trancio di pesce spada alla griglia, infine spicchio di cassata siciliana e un buon caffè. Si prende l’autostrada, per Siracusa. Il sole incandescente indora campi d’agrumi e colture d’ortaggi di questa terra generosa e feconda. Oleandri fioriti, vivaci i colori, fanno da quinta al nastro d’asfalto, fin quando a sinistra il profilo degli impianti chimici ci rivela Augusta. La città è sulla punta nord della baia, con il suo porto, mentre al centro del golfo splendono i resti dell’antica e prospera Megara Iblea. Fondata nell’VIII secolo a.C. da coloni greci dell’Attica, ne restano le vestigia delle mura, dell’agorà, del tempio di Afrodite e delle terme. Un antiquarium espone reperti e corredi funerari della necropoli. Sulla punta meridionale del golfo sono invece i resti di Thapsos, risalente all’età del bronzo.

 

Appena un quarto d’ora di strada e all’orizzonte spicca alta una cuspide, quasi una piramide. E’ il santuario della Madonna delle Lacrime, imponente tempio circolare d’ardita architettura, all’ingresso di Siracusa. Una visita breve, perché il nostro interesse è per la città vecchia, nell’isola di Ortigia. Ha una storia millenaria, Siracusa. La sua fondazione risale al 734 a.C. ad opera dei greci di Corinto. Tra le più grandi città della classicità, per potenza e ricchezza, fu in competizione con Atene, che tentò invano d’assoggettarla, e principale rivale di Cartagine, città dei Fenici. Solo Roma, nel 212 a.C., riuscì a conquistarla, non senza difficoltà. Patria di artisti, filosofi e scienziati, Siracusa diede i natali ad Archimede. La visitarono personalità illustri. Platone vi soggiornò tre volte, ma anche Eschilo, Pindaro e Senofonte. Poi Cicerone, che la lodò come la più bella città greca. Nei secoli successivi fu luogo d’incrocio di popoli e dominazioni: bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi. Un crogiolo di culture che hanno fatto della Sicilia una straordinaria sintesi di civiltà.

 

All’ingresso di Ortigia ci fermiamo ad ammirare l’antico tempio dorico dedicato ad Apollo. Frotte di turisti animano il dedalo delle strette vie che penetrano nell’isoletta, regalando quella suggestione che solo città con una lunga storia sanno procurare. Seguiamo la fiumana di varia umanità, mentre procede curiosando tra vetrine di souvenir. Finalmente, a destra, un’ampia strada lastricata annuncia il cuore della città, aprendosi in una lunga piazza rettangolare. Vi prospettano la magnificente Cattedrale, costruita sui resti del tempio dorico ad Atena, il Palazzo municipale, l’Episcopio, la Chiesa di Santa Lucia alla Badia, ed altri palazzi di elevata dignità architettonica. Il duomo coniuga un insieme di stili: all’esterno dal barocco al rococò, all’interno dai resti greci alle parti medioevali realizzate dai Normanni. Ma è nella chiesa di Santa Lucia – la santa qui nata e patrona della città – dove andiamo dritti ad ammirare il Seppellimento di Santa Lucia, grande tela del Caravaggio, uno dei capolavori del maestro della luce. Tante altre meraviglie la splendida città offre ai visitatori, ma il nostro tempo è tiranno. Si riprende il viaggio e presto incontriamo Avola. La si vede sulla sinistra, verso il mare. Rinomata per le sue mandorle e particolarmente per il “Nero d’Avola”, vino rosso corposo con sentori di ciliegia e prugna, il cui territorio d’elezione sta nella fascia di territorio costiero tra Avola e Pachino. Scorriamo ora veloci, verso Noto.

 

Non possiamo fare a meno d’una sosta nella città definita capitale del barocco siciliano. Noto fu riedificata interamente dopo il distruttivo terremoto del 1693, ma su un nuovo sito. Entriamo dalla Porta Reale su corso Vittorio Emanuele. La chiesa di Santa Chiara, i magnifici palazzi, monumentali scalinate, il Palazzo Ducezio, la Cattedrale, le chiese di San Carlo e San Domenico, mostrano la loro bellezza, mentre il sole calante risalta le preziose architetture. La città, patrimonio dell’umanità, è un’autentica bomboniera. La via centrale che percorriamo è conquistata da visitatori incantati. La bellezza, sull’uno e l’altro lato del Corso, inebria. Stupenda la Cattedrale, con la facciata indorata dal sole, completata di recente nei lavori di restauro dopo il crollo della cupola nel 1996. In stile tardo barocco e in pietra calcarea tenera, ha un’impronta neoclassicista. Coronata dalle statue degli Evangelisti, opera dello scultore Giuseppe Orlando nel 1796, mostra nel primo ordine tre maestosi portali delimitati da colonne corinzie. L’ingresso centrale ha la porta in bronzo dello scultore Giuseppe Pirrone raffigurante alcune scene della vita di San Corrado Confalonieri, Patrono della città, le cui spoglie sono conservate all’interno in un’urna finemente lavorata a cesello. Il tempio s’erge sulla sommità d’una maestosa scalinata a tre rampe, d’origine settecentesca. L’interno è a croce latina su tre navate, con affreschi risalenti a metà del secolo scorso, realizzati dagli artisti Nicola Arduino e Armando Baldinelli. Nelle cappelle laterali diverse opere, tra le quali si segnalano un’Adorazione dei pastori di Giovanni Bonomo (1783), la tela Spasimo di Sicilia di Raffaele Politi (1809) ed alcune interessanti sculture. Ci resta solo il tempo per una granita rinfrescante e un cannolo, prorompente e immancabile dolcezza da gustare.

 

Ora, riprendendo il viaggio, procura una piacevole trepidazione l’andare verso Modica, specie quando a Rosolini l’autostrada d’improvviso finisce, confluendo in un’arteria di rango minore. Il che non disturba, anzi consente d’osservare meglio il paesaggio di questa parte di Sicilia, mentre attraversiamo l’ampio tavolato roccioso dei monti Iblei. I campi ostentano varietà di colture. Vigneti, frutteti, ulivi e fronzuti alberi di carrubo punteggiano una terra che alterna il verde degli erbaggi all’oro del frumento pronto per la mietitura. La sequela di campi recinti mostra ordinate muraglie a secco, pietre per secoli raccolte dalla terra e composte con cura da generazioni di contadini, come ci racconta il colore del tempo che recano. E’ davvero un belvedere, questi muretti di pietre a secco, fitta maglia di confini a piccole proprietà, geometrica armonia di poderi coltivati, dove si vedono al pascolo mucche, pecore e capre. L’aria è pulita, il cielo terso è d’un azzurro intenso.

 

Nei pressi di Ispica la roccia di calcare nel corso dei millenni è stata scavata in profondità dai corsi d’acqua. La vegetazione ardita ne esalta l’aspetto selvaggio. Le chiamano “cave” queste profonde scanalature nella roccia. Sulle pareti a strapiombo spesso affacciano grotte. In queste caverne comparvero le popolazioni preistoriche, come hanno rivelato le necropoli di Pantalica e Cava d’Ispica, risalenti a 2200 anni prima di Cristo. Vi si sono rinvenuti importanti reperti e affreschi rupestri, mentre nella periferia di Modica si trovò l’Ercole di Cafeo, statuetta bronzea di raffinata fattura, del III secolo a.C., ora esposta nel museo civico. Stiamo intanto arrivando a Modica. Dopo una serpentina di curve già si scopre il profilo della città alta, dominata dalla chiesa di San Giovanni e più sotto dalla maestosa facciata del duomo di San Giorgio. E’ davvero una suggestione la vista della città, arroccata sulle pareti di due canyon, scavati nei millenni da due torrenti che nella città bassa s’univano in un unico corso d’acqua. E’ così Modica, con l’impianto urbano particolare che l’ha fatta definire “la città più singolare dopo Venezia”, per l’intricata rete di scalinate e strette viuzze che arrancano sulle coste, fino alle sommità di quattro colli.

 

L’esposizione urbana dà forti emozioni, trapuntata com’è da un centinaio di chiese tardo-barocche, da palazzi gentilizi, monasteri e conventi di vari ordini religiosi, che nei secoli passati fortemente influirono sulla vita culturale della città. Per il suo valore architettonico Modica è riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità. La sua fondazione risale al 1360 a.C., una storia plurimillenaria. La città però conobbe il periodo di massimo splendore dal 1296, quando re Federico II d’Aragona nominò conte di Modica Manfredi Chiaromonte. La Contea di Modica per quasi cinque secoli divenne il più grande, ricco e potente stato feudale dell’isola. In Sicilia la figura del Conte di Modica coincideva di fatto con quella di Viceré del Regno. E i Chiaramonte godevano d’un prestigio indiscusso, anche perché il casato discendeva da Carlo Magno.

 

L’11 gennaio 1693, però, la tragedia. Tutta la Contea venne colpita da un terremoto disastroso che interessò una vasta parte della Sicilia sud orientale, fino a Catania, distruggendo città e castelli. Centomila i morti. Tuttavia l’opera di ricostruzione fu rapida e le città risorsero più belle di prima. Fu appunto dopo quel terribile sisma che nella ricostruzione operarono i migliori architetti siciliani – Rosario Gagliardi, Paolo Labisi, Vincenzo Sinatra ed altri. Artisti raffinati e qualificate maestranze artigiane dettero vita a quella fioritura d’opere d’arte del “barocco siciliano”, le cui massime espressioni sono oggi dichiarate dall’Unesco patrimonio mondiale, come appunto sono riconosciute le città di Modica, Noto, Ragusa, Catania, Scicli, Palazzolo Acreide, Caltagirone e Militello. Oggi Modica, esempio stupendo dell’arte barocca siciliana, è una bella città di 55mila abitanti. Vi nacque nel 1901 Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura. E’ la città del cioccolato. Apprezzato in tutto il mondo, il cioccolato di Modica ha una preparazione particolare che ne esalta il gusto. Numerose le case di produzione. Ma una in particolare si vuole citare: Casa don Puglisi. Produce cioccolato e dolciumi tipici, ma con i proventi della produzione sostiene l’omonima casa di accoglienza per persone in difficoltà e un centro di solidarietà.

 

Il nostro viaggio prosegue verso Scicli, altra perla di quest’angolo di Sicilia, impreziosita da magnifiche chiese e superbi edifici tardo-barocchi, come il Palazzo Beneventano e il Palazzo Civico. Quest’ultimo assai noto, per essere la “Questura” del commissario Montalbano, nei film prodotti dalla Rai e tutti girati da queste parti, tratti dai famosi romanzi di Andrea Camilleri. Magnifici i templi, come la Matrice di San Matteo e le chiese di San Giovanni Evangelista, di Santa Maria la Nova, della Consolazione, di San Bartolomeo. Curiosità in due chiese di Scicli: la statua d’una combattiva Madonna a cavallo che travolge due Saraceni, mai vista così la Madre di Cristo, e una tela – ne è autore don Juan de Parlazin, nel 1696 – con un Gesù Crocifisso coperto dai fianchi fino ai piedi con una singolare “sottana” bianca ricamata. Un soggetto che non ha eguali, tranne un’opera analoga a Burgos, in Spagna. 

 

Scendiamo infine verso il mare, a Pozzallo, dove il nostro viaggio si conclude. L’aria è pulita, il cielo terso. Il mare riflette i bagliori del sole, in una giornata luminosa e tiepida. E’ bella la costa, l’arenile ampio e pulito, l’acqua trasparente nella sua calma, quasi immobile. Siamo qui per una visita alla casa natale di Giorgio La Pira (Pozzallo, 1904 – Firenze, 1977), ora diventata Museo della Fondazione familiare che porta il nome del grande uomo politico siciliano. Giorgio La Pira, insieme a Giuseppe Dossetti e a Giuseppe Lazzati personalità insigni del pensiero cattolico-democratico, fu deputato alla Costituente e membro del Gruppo dei 75 che scrisse il progetto di Costituzione, poi discussa ed approvata a fine dicembre 1947 dall’Assemblea. Dal 1951 fu storico sindaco “santo” di Firenze, per due mandati. Docente dell’ateneo fiorentino, fervente cattolico e figura profetica nel suo tempo, – di Lui è in corso il processo di beatificazione, avviato nel 1986 da Giovanni Paolo II -, La Pira aprì sentieri nuovi per la Pace e nel dialogo est-ovest, in un mondo allora diviso dalla guerra fredda. Il piccolo Museo “Giorgio La Pira” di Pozzallo dà certamente un’idea abbastanza compiuta della grandezza dell’uomo politico, grande amico di Quasimodo. Semmai richiama l’esigenza di una maggiore e doverosa attenzione delle istituzioni nazionali, spesso corte di memoria, su una delle personalità politiche più significative e lungimiranti dell’Italia repubblicana. 

 

 

Redazione - Il Faro 24

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