Due o tre cose sulle Foibe e contro il revisionismo storiografico

  1. Si potrebbe cominciare da questa foto, tristemente famosa, per dire dell’indecente strumentalizzazione che si cerca di spargere su un periodo storico che, come tutti i periodi storici, fu complesso e tragico. In questa foto, scattata il 31 luglio 1942, si vede un plotone di esecuzione, inquadrato di spalle, che prende di mira cinque civili, anch’essi di spalle. I fucilatori sono soldati italiani mentre le vittime sono ostaggi sloveni rastrellati nel villaggio di Dane, a sud-est di Lubiana. Eppure questa foto è stata utilizzata spesso  per le commemorazioni ufficiali del Giorno del Ricordo e a dimostrazione della ferocia dei partigiani titini.
  2. Quando si parla di foibe, la storia sembra cominciare a Trieste nell’aprile 1945. A essere amputato dalle ricostruzioni è soprattutto il continuo, violento spostamento a est del confine orientale d’Italia, con la conseguente “italianizzazione” forzata delle popolazioni slavofone. Un processo cominciato con la prima guerra mondiale, portato avanti con fanatismo dal regime fascista e culminato nel 1941 con l’invasione italotedesca della Jugoslavia.
  3. I crimini commessi dalle autorità italiane durante la guerra nei Balcani – stragi, deportazioni, internamenti in campi sparsi anche per la nostra penisola – sono un enorme non detto. La rimozione alimenta la falsa credenza negli “italiani brava gente” e al contempo delegittima e diffama la resistenza nei Balcani e lo stesso movimento partigiano italiano.
  4. Subito dopo la sconfitta dell’Austria-Ungheria nella prima guerra mondiale, nelle zone di confine tra Italia, Slovenia e Croazia i comandi delle truppe di occupazione italiane presero una serie di iniziative che resero sempre più difficile la permanenza di coloro che non erano italiani e ostacolarono il ritorno degli sfollati di nazionalità slovena e croata fino a espellerli o internarli. Circa 800 insegnanti e sacerdoti slavi furono internati, altri furono espulsi.
  5. La politica di bonifica etnica del fascismo in queste terre venne attuata con la massiccia immigrazione di italiani e con l’espulsione dei residenti non italiani. Le due minoranze slovene e croate videro l’annientamento di tutte le loro iniziative economiche e culturali. In pochi anni le banche e gli istituti assicurativi di proprietà slovena e croata furono chiusi o assorbiti da istituti nazionali, i circoli e le istituzioni culturali soppressi, la stampa e l’editoria sospese, l’uso dello sloveno e croato vietato nei tribunali e negli uffici pubblici. La “riforma Gentile” portò alla chiusura di tutte le scuole con lingua d’insegnamento non italiana. Lo sloveno e il croato furono cancellati addirittura dalla toponomastica: i nomi delle località slovene e croate furono modificati in lingua italiana.
  6. Contro la politica di bonifica etnica e le violenze fasciste nacquero movimenti clandestini di resistenza nazionale. Per piegare questi gruppi e per intimidire la popolazione fu impiegato il tribunale speciale per la difesa dello stato, una magistratura fascista istituita dopo l’attentato del 1926 a Mussolini, che non prevedeva né ricorsi né appelli. Il tribunale speciale istruì 131 processi, irrogò 4.893 anni di carcere, emise 33 condanne a morte.
  7. Il generale Mario Roatta, ex capo delle forze fasciste in Spagna, è il capo dell’esercito italiano in Jugoslavia nel corso del 1942 e attua una durissima repressione, codificata nella famigerata circolare 3C che identifica in maniera esplicita i civili come possibili favoreggiatori dei partigiani e dunque obiettivo privilegiato delle operazioni repressive e che contiene disposizioni per l’internamento dei civili non molto diverse da quelle utilizzate dai nazisti.
  8. Non è possibile stabilire con certezza il numero delle vittime dei crimini di guerra italiani in Jugoslavia. Esistono però cifre attendibili come i 1.500/2.000 sloveni fucilati dagli italiani, i circa 5.000 montenegrini vittime dell’ondata repressiva dell’estate del 1.941, i circa centomila internati nel campi di concentramento dei quali 5.000 morirono di fame, malattie, inedia. A questi vanno aggiunti le vittime “indirette” del sistema di occupazione italiano, cioè quelle uccise fisicamente per mano degli ustascia, cetnici e le altre forze collaborazioniste che operarono grazie al supporto italiano.
  9. Arbe è una piccola isola della Dalmazia dove tra il giugno del 1942 e il settembre del 1943 venne creato uno dei peggiori campi di concentramento italiani. Vi vennero internati decine di migliaia di cittadini jugoslavi, soprattutto civili, donne e bambini. Qui trovarono la morte per inedia circa 1.500 persone.
  10. Durante e alla fine della seconda guerra mondiale si svolsero episodi di violenza che la legge 204 del 2004 (Governo Berlusconi), attraverso il Giorno del ricordo, ha trasformato in eventi a sé stanti: le “foibe” e l‘“esodo”. Ma non sono eventi a sé stanti, non possono essere estrapolati da una situazione storica di violenza e di sopruso che continuava da oltre vent’anni. Una legge che con la sua impostazione chiusa e nazionalistica non ha fatto altro che legalizzare il ricordo di crimini (altrui) e stendere un velo su altri crimini (i nostri).

Benedetto Di Pietro

Fonti:

  • Eric Gobetti LA STAMPA 15.02.2019
  • Nicoletta Bourbaki
  • Anna Di Gianantonio
  • Joze Pirjevec
  • Sandi Volk
Redazione - Il Faro 24

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