La storia dell’infermiera che salvò 2000 bambini dall’olocausto

Sono passati 72 anni da quando il bagliore della speranza illuminó l’inferno di Auschwitz. Quaranta chilometri quadrati di terra recintata con filo spinato ad alta tensione. Questo era lo scenario che si apriva davanti agli occhi di chi, ignaro di ciò che stava per accadere, varcava il cancello. In quello scenario di surreale desolazione arrivano le gesta degli eroi. Eroi di vita, eroi d’amore. Eroi o eroine come “l’infermiera” Irena Sendler. Fu lei che dietro l’esempio del padre, medico morto di tifo per assistere i malati che altri suoi colleghi si erano rifiutati di curare, inizia la sua attività di opposizione alle persecuzioni antisemite fin dall’università. Nata a Varsavia nel 1910 di fede cattolica, Irena, entra a far parte del 1942 della resistenza polacca.
Il movimento clandestino di cui faceva parte la Sendler – ,Żegota (Consiglio di Aiuto degli Ebrei)- incaricò la donna delle operazioni di salvataggio dei bambini ebrei del ghetto.
In qualità di infermiera, ottenne un lasciapassare per il ghetto di Varsavia, sottraendo al loro destino di morte più di 2000 bambini. Con il nome di battaglia di Jolanta, Irena, ideò numerosi stratagemmi per portare fuori dal ghetto i bambini: alcuni venivano sedati e chiusi in sacchi di juta per farli sembrare morti, altri, i cui pianti venivano coperti dall’abbaiare di un cane fedele, nascosti nei doppi fondi di cassette per gli attrezzi; altri ancora, nelle ambulanze, fra stracci sporchi di sangue.
Interrati, nascosti in un barattolo, tutti i nomi dei bambini liberati: “L’enorme numero di bambini messi in salvo da Zhegota – scrive Irena – andava catalogato e ricordato, nonostante l’enorme pericolo che questo tipo di operazione comportava, perché era l’unico modo per consentirne, a guerra finita, il ritorno alle famiglie d’origine e perché basandosi sull’elenco in cui erano annotati gli indirizzi ai quali ciascun bambino veniva destinato, potevano essere recapitati i soldi per coprire le spese di soggiorno”.
Nel 1943 fu arrestata e torturata dalla Gestapo. Le percosse subite, la frattura della gambe, la costrinsero a una perenne invalidità. Ma nonostante il dolore, e l’impressione della vita che fuggiva, Irena strinse forte tra le labbra il suo segreto. Condannata a morte fu liberata dalla rete di resistenza polacca. Visse, con quello e con altri nomi di battaglia, nell’anonimato fino alla fine della guerra. Con la fine della guerra le istituzioni ebraiche riuscirono, non senza fatica, a rintracciare più di 2000 bambini e a ricreare un legame con le loro famiglie d’origine, anche se la maggior parte fu sterminata nel ghetto.
Nel 2007, nell’anno prima di essere sopraggiunta dalla morte, fu indicata come Nobel per la pace. Nobel che poi fu consegnato ad Al Gore.
Secondo un racconto della tradizione ebraica: “esistono, sempre, in ogni epoca, al mondo 36 uomini Giusti. Nessuno sa chi sono e nemmeno loro sanno di esserlo. Quando il male sembra prevalere escono allo scoperto e si prendono i destini del mondo sulle loro spalle e questo è uno dei motivi per cui Dio non distrugge il mondo”.
Oggi, in questo giorno di memoria, di ricordo e di preghiera, sappiamo che anche grazie a Irena Dio non ha distrutto il nostro mondo. Oggi, in questo giorno di memoria, di ricordo e di preghiera, noi tutti stringiamo il nostro cuore intorno a questa eroina del bene. Oggi, in questo giorno così importante, noi tutti non possiamo che dire: grazie Irena!

Alex Amiconi

Redazione - Il Faro 24

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