VI RACCONTO QUELLO CHE NON SAPETE SU YARA GAMBIRASIO E SUL SUO ASSASSINO MASSIMO BOSSETTI.


Mi chiamo Yara Gambirasio, ho 13 anni e vivo a Brembate di sopra. Il mio tempo senza più stagioni si è spezzato la sera del 26 novembre 2010. Nel tardo pomeriggio mi sono recata in palestra per portare lo stereo alle mie insegnanti di ginnastica ritmica. Mi sono trattenuta giusto il tempo di guardare l’allenamento. Dovevo infatti rincasare per cena, io abito a poche centinaia di metri dal palazzetto. Non sono però più tornata dalla mia famiglia. Non ho più potuto abbracciare i miei fratelli, mamma Maura e papà Fulvio. Mi sono ritrovata sola, infreddolita, disperata e piena di paura nel campo di Chignolo d’Isola, a qualche chilometro da casa mia. Sdraiata in quel terreno sono rimasta qualche mese, fino a quando un aeromodellista mi ha scorta tra le sterpaglie. Nessuno può sentirmi, nessuno può raccontare la mia verità. Eppure sono io l’unica vera e struggente vittima di questa tragedia, benché spesso dimenticata dal frastuono mediatico di altri che continuano ad occupare anche il mio spazio sulla “sinistra scena”. 

Yara Gambirasio, adolescente di garbata innocenza, si portava i suoi tredici anni con la disinvoltura di chi ha ancora una vita da spendere tra ginnastica e sogni. Ricordata da tutti con il body in quell’immagine replicata all’infinito, Yara appare un ossimoro nel microcosmo mediatico che l’ha travolta, ed è quindi con il suo ricordo che si sente il bisogno di ripercorrere questa drammatica vicenda. 

Sono passati dieci lunghi anni da quel maledetto 26 novembre 2010, anni in cui si è completamente perso di vista il punto di partenza di una delle più terribili vicende che la cronaca giudiziaria riporti nell’ultimo decennio. Massimo Bossetti ha ucciso la ginnasta di Brembate al di là di ogni ragionevole dubbio. Nonostante qualsiasi tipo di mistificazione, suggestione o schieramento innocentista, l’unica ad essere privata dei piaceri, degli affetti e di tutto ciò che di bello e meraviglioso la vita può offrire è Yara Gambirasio.

Per fortuna, da qualche giorno, il circo messo in piedi dai “bossettiani on tour” sembra essere giunto al capolinea.

Nei giorni scorsi la Corte d’Assise di Bergamo ha dichiarato inammissibile l’istanza presentata dai legali di Bossetti finalizzata a conoscere “l’indicazione di modalità e tempi per l’accesso ai corpi del reato e per la ricognizione degli stessi”. 

Ma facciamo un passo indietro. A  dicembre, infatti, la medesima Corte d’Assise aveva concesso alla difesa del muratore di Mapello l’attività di ricognizione sui reperti, in specie slip, leggins, scarpe, giubbotto e campioni di DNA. In tal senso, gli avvocati si erano infatti dichiarati pronti  a chiedere come step successivo l’autorizzazione a nuove analisi del profilo genetico “Ignoto 1”.  L’Obiettivo? dimostrare che il DNA trovato sugli slip di Yara non appartiene a Bossetti, deponendo così in favore di una riapertura del processo. Ma davvero si continua a credere che sia bastato “solo” un profilo genetico?

No signori miei. Più volte ho avuto modo di spiegare come il Bossetti venga inchiodato anche da altri numerosi indizi che vanno a confortare la “prova regina”.

A titolo esemplificativo, se nei primi interrogatori il muratore di Mapello continuava a ripetere di non capacitarsi come le sue tracce biologiche fossero state rinvenute sugli slip di Yara, nei successivi sollevava sospetti sul collega Massimo Maggioni. Bossetti, noto in paese come “il favola”, sosteneva che il socio di suo cognato fosse sessualmente interessato alle bambine in età scolare e, spinto da profondo rancore, avrebbe ucciso la ragazzina contaminandone il cadavere con il suo stesso DNA. Non minor rilievo assumono nella stessa direzione le ricerche rinvenute sul pc  in uso al muratore. Le parole chiave inserite sul motore di ricerca google avevano come query “ragazzine rosse tredicenni per sesso”, “ragazzine con vagina rasata” e molto altro, vi assicuro, difficilmente spendibile a titolo di cronaca. La moglie Marita Comi non ha mai escluso di aver navigato con il marito su siti pedopornografici con teenager, ma, al contempo, ha sempre negato di aver cercato keyword dal calibro di “ragazzine con vagina rasata”. Paradossalmente Bossetti ha smentito categoricamente di aver visionato certi siti. Peccato però che le sue preferenze sessuali fossero compatibili con quanto manifestato nelle lettere a Gina in carcere. Luigina Adami è la detenuta con la quale Massimo si è scambiato alcune lettere dopo l’arresto. La corrispondenza tra i due era ricca di nomignoli e fantasie sessuali (ivi comprese le preferenze per le parti intime depilate). Il muratore era stato da poco arrestato e su di lui gravavano già accuse pesanti come macigni. Gina, rom di origini sinti, sposata con un giostraio e madre di quattro figli, era in carcere per scontare un cumulo di pene di 14 anni. A mio avviso, tali lettere mostrano come il condannato avvertisse pulsioni sessuali  di un calibro non arginabile neppure in  un contesto come quello della reclusione carceraria. A questi dati si aggiungano le particelle di calce rinvenute nei polmoni di Yara, il fatto che quel giorno Bossetti non fosse andato a lavoro e l’evenienza per la quale, dopo aver agganciato la cella di via Natta nell’orario in cui Yara usciva dalla palestra, il suo telefono risulta spento fino alla mattina dopo. Per non parlare delle intercettazioni ambientali in carcere ove Bossetti spinge la moglie ad andare in televisione per lucrare sulla vicenda “La nostra quota è sempre sui 25 000 euro a Matrix” […] “Sai quanti vorrebbero assumersi il mio caso? Mi conoscono in tutta Italia. È il caso più pagato fuori dalla Elena Ceste”. Insomma, quello del muratore non sembra proprio il comportamento di un soggetto disperato che grida a gran voce la sua innocenza. Infine, anche la linea difensiva tenuta in ordine alla prova scientifica, denunciante una creazione artificiosa del profilo genetico in laboratorio, fa acqua da tutte parti. Si è arrivati a Massimo Bossetti tramite Giuseppe Guerinoni. Il DNA isolato sugli slip e sul gluteo di Yara (guarda caso proprio in prossimità di zone erogene) è stato attribuito in prima battuta ad Ignoto 1, e non al muratore di Mapello al quale si è giunti dopo un lavoro certosino durato anni. Non sta in piedi neppure il mancato ritrovamento del solo DNA nucleare di Bossetti. Questo è infatti l’unico profilo attendibile in termini forensi. In altre parole, solo il nucleare è definibile come nostro “marchio di fabbrica” dal momento che è identificativo dei geni di entrambi i genitori. Al contrario, il mitocondriale indica soltanto la discendenza per linea femminile. Non so voi, ma tra opinione e scienza io preferisco quest’ultima. Sempre dal punto di vista dell’indagine forense, altra circostanza su cui insiste la difesa, è il rinvenimento di altri due profili genetici – uno maschile ed uno femminile – sui guanti riposti nella tasca del piumino di Yara. In proposito, vale la pena rammentare anzitutto che questi non erano indossati dalla ragazzina quella sera e, in aggiunta, che erano stati acquistati qualche settimana prima in un centro commerciale (quindi verosimilmente esposti ad un grande quantitativo di persone). Poco conto, se non in termini mediatici, avranno anche le recenti lettere inviate dal Bossetti ai direttori di giornali vari ed eventuali. 

La sua condanna non è frutto di un complotto o di un malfunzionamento della giustizia. Sugli slip di Yara non sono stati rivenuti profili genetici di pescatori siciliani o pastori sardi ma quelli di un muratore della bassa bergamasca. Io credo nei fatti, molto poco alle parole.

La difesa comunque continua a non arrendersi e ha già dichiarato di presentare nuovamente ricorso in Cassazione. A detta degli avvocati ci sarebbe qualcuno che ha paura di indagare su quei reperti. Sarei proprio curiosa di sapere chi… 

Anna Vagli
Dottoressa in Giurisprudenza con vasta competenza nel campo della psicologia, della criminologia investigativa e delle scienze forensi, delle indagini difensive sulla scena del crimine e nel campo dei reati a sfondo sessuale (Sex Crime Investigation su vittima e minore).
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