La Costituzione della Repubblica Italiana è la Legge fondamentale dello Stato


L’Aquila / La Costituzione della Repubblica Italiana è la Legge fondamentale dello Stato, ben superiore all’Europa, alla Nato e a qualsiasi trattato usurario bancocratico globalista. Alla scoperta del Rosatellum: come si vota Domenica 4 Marzo 2018 alle Elezioni Politiche italiane (dalle ore 7 alle 23)? La salma del Milite Ignoto Italiano, sepolto al Vittoriano, unisca gli Italiani! La guerra civile è finita. L’Italia è in pericolo. È in pericolo la Democrazia e la convivenza civile. E quel pericolo si chiama globalismo declinato con l’europeismo e tragicamente confuso con il fascismo. Non solo per il dovere che abbiamo verso chi ha lottato, si è sacrificato ed è anche caduto, per donarci la Democrazia e la Libertà oggi svendute sull’altare degli interessi finanziari e bancari, ma anche per noi stessi. Perché, come ha scritto George Santayana, chi non conosce la Storia è condannato a ripeterla. Noi non vogliamo assolutamente che si ripetano le tragedie del comunismo, del nazifascismo e del razzismo in Italia, in Europa e nel Mondo. Consigliamo la lettura della “Enciclopedia giuridica della Sovranità per un sano patriottismo costituzionale”, a cura di Giuseppe Palma, con prefazione di Paolo Maddalena, già vicepresidente della Corte Costituzionale: 1400 pagine per Amore della Patria. La Costituzione Italiana è un patrimonio di valori, princìpi, diritti, doveri e regole che costituisce la Casa degli Italiani liberi, indipendenti e sovrani nei loro interessi, nel rispetto del Diritto Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Come ricorda “Patria Indipendente”, la rivista dell’Associazione Nazionale Partigiani. È la migliore Costituzione sulla faccia della Terra. È l’unica che abbiamo. Difendiamola! È l’unica a cui abbiamo prestato solenne Giuramento. Dobbiamo essere sempre degni del Giuramento di fedeltà prestato alla Repubblica Italiana. Non all’Europa! Non alla Nato! La Costituzione ha appena compiuto settant’anni e in molti hanno cercato di distruggerla. Ultimamente i seguaci dell’ideologia globalista erede di quella comunista internazionalista. Personaggi dell’alta finanza speculativa stanno cancellando la Cultura italiana dalle fondamenta sbandierando i fantasmi dell’omofobia e dell’antifascismo. Il vero pericolo autoritario e oligarchico nelle Elezioni Politiche del 4 Marzo per la XVIII Legislatura del Parlamento, in Italia si cela sotto le mentite spoglie dell’usura bancaria e dei pignoramenti immediatamente esecutivi imposti dall’Unione europea e dalla finanza di Londra e New York, forieri di veri e propri espropri versus la proprietà privata degli Italiani indebitati da euromutui capestro stile “99Homes”, la celebre pellicola cinematografica scritta e diretta da Ramin Bahrani (Usa, 2014). L’unico argine a questa barbarie da macelleria sociale è la Costituzione Italiana. Ai soldati, marinai, avieri, carabinieri e finanzieri, di ogni ordine e grado ed in modo speciale a quanti sono impegnati nei teatri operativi mondiali extraterritoriali delle incostituzionali Guerre Umanitarie imposte all’Italia dalle altre potenze, giunga la gratitudine del Popolo italiano e nostra personale. Lo Strumento Militare Nazionale, al servizio degli esclusivi interessi costituzionali italiani, è chiamato oggi a fronteggiare scenari nuovi e minacce più articolate e diversificate. La complessità delle sfide, la loro diversità dal passato e la velocità con cui esse si manifestano e mutano, richiede grande prontezza, flessibilità, adattabilità e lungimiranza. Mai più fascismi finanziari! Siamo Partigiani e Patrioti della verità. L’appello “Mai più globalismi, mai più razzismi”. Sciogliamo i partiti e i movimenti globalisti! Tale scioglimento è necessario per garantire l’ordine democratico e repubblicano pienamente sovrano sul territorio nazionale dell’Italia. Mai più razzismi contro l’Italia! Viva le Forze Armate, viva la Costituzione, viva la Democrazia, viva la Repubblica, viva la Pace, viva l’Italia!
(di Nicola Facciolini)
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (Art. 1). “Il nazismo in Germania è stata la metastasi di un tumore che era in Italia. Il lager era la realizzazione del fascismo. Non mi stanco mai di ripetere che dove il fascismo attecchisce, alla fine c’è il lager. Se il nazionalsocialismo avesse prevalso (e poteva prevalere) l’intera Europa, e forse il mondo, sarebbero stati coinvolti in un unico sistema in cui l’odio, l’intolleranza e il disprezzo avrebbero dominato incontrastati” (Primo Levi). La Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1° Gennaio 1948, è la Legge fondamentale dello Stato, ben superiore all’Europa, alla Nato, all’ideologia del Gender e a qualsiasi trattato usurario bancocratico globalista estremista. L’Italia è in pericolo. Difendiamola! Un patrimonio di valori, princìpi, diritti, doveri e regole che costituisce la Casa degli Italiani liberi indipendenti e sovrani nei loro interessi, nel rispetto del Diritto Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Come ricorda “Patria Indipendente”, la rivista dell’Associazione Nazionale Partigiani. È la migliore Costituzione sulla faccia della Terra. Ha appena compiuto settant’anni e in molti hanno cercato di distruggerla. Ultimamente i seguaci dell’ideologia globalista erede di quella comunista internazionalista. Personaggi dell’alta finanza speculativa stanno cancellando la Cultura italiana dalle fondamenta sbandierando i fantasmi dell’omofobia e dell’antifascismo. L’allarme “fascismi” sembra proprio caduto a fagiolo nel periodo elettorale, distogliendo l’attenzione dai reali problemi della nostra Nazione come il lavoro assente o precario, la corruzione, l’evasione fiscale, le mafie, la mala sanità, la mala giustizia, la mala ricerca, i conflitti di interessi, le Guerre Umanitarie incostituzionali. Il vero pericolo autoritario e oligarchico nelle Elezioni Politiche del 4 Marzo per la XVIII Legislatura del Parlamento, in Italia si cela sotto le mentite spoglie dell’usura bancaria e dei pignoramenti immediatamente esecutivi imposti dall’Unione europea e dalla finanza di Londra e New York, forieri di veri e propri espropri versus la proprietà privata degli Italiani “indebitati” dagli euromutui capestro stile “99Homes”, la celebre pellicola cinematografica scritta e diretta da Ramin Bahrani (Usa, 2014). L’unico argine a questa barbarie speculativa da macelleria sociale è la Costituzione Italiana. “Il suo patrimonio di valori, di principi di regole” costituisce la “casa comune” di tutti gli italiani, ricorda la memorabile espressione di uno dei padri costituenti. Sono infatti le parole che Aldo Moro pronuncia nell’Assemblea Costituente: “Se nell’atto di costruire una casa comune, nella quale dobbiamo ritrovarci ad abitare insieme, non troviamo un punto di contatto, un punto di confluenza, veramente la nostra opera può dirsi fallita”. Il punto di contatto e di confluenza venne trovato e anche per questo metodo costruttivo l’opera dei padri costituenti rappresenta dopo settant’anni, si era all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Civile in un mondo radicalmente diverso da quello in cui viviamo come rimbecilliti e schiavi di altri “poteri” più o meno oscuri, un tesoro prezioso a cui gli italiani hanno dimostrato più volte di essere fortemente legati. Come il 4 Dicembre 2016 quando il 60% degli italiani nel Referendum costituzionale difese a spada tratta la Carta Fondamentale dello Stato e della comune convivenza civile oggi sempre più sotto assedio. È grazie ad essa che ci riconosciamo come “Comunità di vita”. Ma la Costituzione Italiana non è una “cassetta degli attrezzi” a uso e consumo di pochi, per smontare l’unità dello Stato e l’integrità giuridica, morale, spirituale, legale della Repubblica Italiana. È uno strumento per costruire il futuro, per guidare i processi di innovazione, per rendere più giusta e prospera la nuova stagione che si apre, secondo quella che è l’autentica missione della Politica al servizio dei cittadini sovrani (Art.1). Sin dall’inizio la Costituzione Italiana è stata così: un punto di partenza ma anche un percorso, un programma, ancora tutto da attuare in rapporto alle concrete situazioni storiche che oggi la minacciano sempre più. Del resto la stessa Carta del 1948 ha previsto in modo estremamente preciso le procedure per la sua “revisione” che nel richiedere un iter ponderato e complesso, con l’approvazione di ampie maggioranze in Parlamento e, in assenza di esse, della verifica del consenso popolare, richiamano in qualche misura il metodo dei Costituenti, sebbene molti partiti del 1948 siano ormai spariti da tempo, del tutto o in parte. Un’indicazione che ha un valore speciale in una fase segnata da contrapposizioni sterili e chiusure aprioristiche e dall’illusione che tutto sia soggetto alla mutevolezza di un “click”. La liquidità costituzionale dei partiti e movimenti candidati alle elezioni politiche 2018 del 4 Marzo, è sotto gli occhi di tutti. In pochi intendono difendere la Carta Fondamentale degli Italiani e con essa le loro libertà di cittadini sovrani. Gli anniversari servono anche a riprendere in mano le fonti e così vale anche per la Costituzione. Il testo originale è conservato in tre copie: una presso la Presidenza della Repubblica, una nell’Archivio storico della Camera e una terza nell’Archivio centrale dello Stato. Porta la data del 27 Dicembre 1947 la firma di Enrico De Nicola, allora Presidente della Repubblica, con le controfirme del presidente dell’Assemblea Costituente, Umberto Terracini, e del Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, e il “visto” del ministro “guardasigilli”, Giuseppe Grassi. Basta soffermarsi sull’identikit politico-culturale di questi quattro personaggi per cogliere la confluenza di apporti che sta dietro il testo della Costituzione, con un contributo sostanziale del “personalismo cristiano”, testo che venne approvato il 22 Dicembre 1947 dopo un anno e mezzo di lavori. Gli Atti, inclusi quelli della specifica Commissione per la Costituzione, cosiddetta “dei 75” (l’Assemblea Costitutente in quel periodo svolse anche altre funzioni, come votare la fiducia ai governi), compongono un totale di circa 16mila pagine. Documenti di eccezionale importanza storica e anche rilevanti ai fini dell’interpretazione delle norme approvate. Gli Italiani le conoscono? La Costituzione nel testo originario presenta 139 Articoli e 18 “disposizioni transitorie e finali”. I primi 12 Articoli contengono i “Principi fondamentali”. Segue una “Parte I” (Art. 13-54) con i “Diritti e doveri dei cittadini”, divisi in quattro titoli: “Rapporti civili”, “Rapporti etico-sociali”, “Rapporti economici” e “Rapporti politici”. La “Parte II” (Art. 55-139) è dedicata all’“Ordinamento della Repubblica” e si compone di sei titoli: “Il Parlamento”, “Il Presidente della Repubblica”, “Il Governo”, “La Magistratura”, “Le Regioni, le Provincie (con la i, ma ovviamente all’epoca non era un errore), i Comuni” e le “Garanzie costituzionali”. Ma il testo oggi in vigore non corrisponde in tutto a quello originario, in quanto sono intervenute nel frattempo alcune leggi di revisione costituzionale: ben 15, che diventano 16 se si tiene conto anche della legge costituzionale del 2002 sulla cessazione degli effetti dei primi due commi della XIII disposizione transitoria, quella relativa ai Savoia. Tra gli interventi di revisione più rilevanti per ampiezza, quello del 2001 che ha modificato il titolo V della Parte II (innovando il sistema delle autonomie locali), mentre è di particolare incisività, in chiave “europea” con l’euromoneta palesemente incostituzionale, l’introduzione del principio del pareggio del bilancio avvenuta nel 2012, durante la grave crisi economica che dal 2008 in Italia attanaglia i cittadini italiani causando oltre diecimila suicidi e l’emigrazione di due milioni di persone all’Estero, il 50% dei quali giovani. Da segnalare anche la legge di revisione del lontano Anno Domini 1963 con cui è stata istituita la Regione Molise, quella del 2003 sulla promozione delle pari opportunità tra uomo e donna e quella del 2007 che ha definitivamente eliminato la pena di morte, in origine ammessa nei casi previsti dalle leggi militari di guerra. I primi dodici articoli della Costituzione hanno un titolo solenne: “Principi fondamentali”. Essi dunque rappresentano il fondamento della Carta entrata in vigore il 1° Gennaio 1948 e da essi è inevitabile partire per una riflessione che a settant’anni di distanza cerchi di riscoprire il valore di quel testo, progetto della “casa comune” per governare gli interessi degli italiani oggi minacciati dai “cambiamenti” imposti dal sistema bancario mondiale delle multinazionali. Cos’è il principio democratico? La Sovranità popolare si esprime attraverso strumenti rappresentativi. La stessa Costituzione prevede degli istituti di democrazia diretta, ma la struttura essenziale è quella di una democrazia rappresentativa e partecipativa. Altro principio fondamentale è quello personalistico. Al centro c’è la persona, con la sua dignità, i suoi diritti e i suoi doveri. Diritti fondamentali sono innati, precedono lo stesso ordinamento, ma a fronte dei quali sono anche dei doveri inderogabili, a cui quindi non ci si può sottrarre, di solidarietà politica, economica e sociale. È una visione non individualistica dei diritti. Il cui esercizio oggi nell’Unione Europea diventa sempre più complesso. Viene poi riconosciuta la dignità di ogni singola persona: la si coglie all’interno delle sue relazioni, in quelle formazioni sociali come la famiglia, la scuola, le associazioni, i partiti, in cui si articola una società dinamica che la Repubblica riconosce e valorizza. Sempre in riferimento alla persona, un altro principio cardine è quello dell’uguaglianza nella dignità, che non è solo un valore formale. La Costituzione esprime infatti una visione promozionale dell’uguaglianza, laddove sancisce il compito della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli che ne impediscono concretamente la realizzazione”. Di grande attualità è oggi sicuramente la visione del dignitoso lavoro vero (non fittizio, a scadenza!), inteso non in senso costrittivo, ma come elemento essenziale della dignità della persona, come strumento di sviluppo della stessa e come contributo al progresso materiale o spirituale della società. La Costituzione afferma proprio così: materiale o spirituale. Anche l’artista, il poeta, i monaci e le suore di clausura, concorrono a questo progresso dell’Italia se amano la loro Patria operando nella costituzionalità delle leggi e del diritto italiani. Molto attuale è anche il modo in cui viene affermato e declinato il principio dell’unità e indivisibilità della Repubblica, che allo stesso tempo riconosce, anche in questo caso si tratta di un riconoscimento e non di una concessione, e promuove le autonomie locali, cioè tutte quelle articolazioni che sono più vicine al cittadino. È il principio di sussidiarietà. Addirittura anticipatrice è la possibilità di accedere a poche “limitazioni della sovranità” in funzione di un ordinamento internazionale che assicuri la pace e la giustizia senza violare l’integrità dello Stato e la sovranità degli Italiani. A pensarci bene qui ci sono le premesse decisive per l’incostituzionalità dell’Unione europea, delle sue istituzioni “privatistiche” finanziarie e bancarie, della sua euromoneta, e naturalmente della Nato e delle novanta bombe H all’Idrogeno americane stoccate nelle basi italiane. Finita la Guerra Fredda, non hanno più alcun senso. Sulla Pace, del resto, la Costituzione esprime per la prima volta un giudizio “morale” quando afferma che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Dunque, anche le Guerre Umanitarie scoppiate nell’Anno Domini 1990 e mai concluse, alle quali l’Italia partecipa su comando Usa, risultano incostituzionali, compreso il coinvolgimento nella disintegrazione dell’ex Iugoslavia in Europa, in barba alle sacrosante norme del Diritto Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Che cosa avete fatto? Dubito fortemente che il Presidente della Repubblica Italiana possa doverosamente rispondere. Il che ovviamente non vuol dire una minore esigenza di difendere la Patria, il suolo dell’Italia “invaso” da potenze estere, ma il rifiuto di attaccare più o meno proditoriamente altri popoli e stati, sulla base di gravissime “fake news” spacciate per vere all’Onu, o anche di risolvere le controversie internazionali con la guerra attiva, cioè utilizzando le nostre Forze Armate, magari al comando non del Capo dello Stato e del Governo italiano, ma di un generale a quattro stelle scelto dalla Casa Bianca! Anche oggi, ora, 70 anni dopo l’entrata in vigore della nostra Costituzione italiana che è praticamente coeva alla Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, anzi, la precede di poco. Nella nostra Costituzione troviamo già una visione “espansiva” dei diritti e doveri della persona. Basti pensare alla “tutela” dello straniero a cui sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla stessa Costituzione Italiana, sulla base però di precisi accordi bilaterali. È come dire che certi diritti non hanno confine ma non possono esondare nell’invasione oggi giustificata e promossa in Italia a più non posso dall’ideologia globalista. Una “droga” sta creando un’inquientate assuefazione anche nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Se la libertà è ferita in un Paese, è una ferita anche per tutti gli altri Stati che hanno però il preciso dovere di risolverla nei Paesi di provenienza degli stranieri. Anche il modo in cui la Costituzione, agli Articoli 7 e 8, affronta il tema dei rapporti con la Chiesa Cattolica e tutte le confessioni religiose, alla prova dei fatti si è dimostrato lungimirante. Dietro quei princìpi di autonomia e indipendenza, c’è la visione di uno Stato che non può fare tutto. Uno Stato non solo non totalitario o autoritario, cioè fascista, in questo caso verrebbe meno lo stesso principio democratico, ma neanche uno Stato “totale”, etico! Anche l’assenza di logica costituzionale nella interpretazione e applicazione di qualsivoglia norma di legge o regolamento, può nascondere un atto ideologico di “razzismo” nei confronti degli Italiani non più sovrani a casa loro. Vedi la vergognosa gestione dei “migranti” in Italia, complici i media “mainstream”, degna di un colossal cinematografico. La Costituzione riconosce il dinamismo della società italiana, presuppone cittadini che siano attivi non solo come individui. A livello di dottrina giuridica, ma talvolta anche sul piano politico e culturale, si discute della possibilità o meno di riformare gli stessi princìpi fondamentali della Costituzione. Viene alla mente l’ipotesi, avanzata da alcuni, di rivedere proprio l’Articolo 1 adducendo la motivazione che una Repubblica “fondata sul lavoro” sarebbe il risultato di una mediazione tra cultura cattolica e cultura marxista oggi superata e sarebbe quindi meglio sostituire lavoro con libertà. Ma un riflessione di questo tipo non coglie il senso profondo del lavoro vero, stabile e sicuro, così come viene inteso dalla Costituzione Italiana. E non dal “progresso” del diritto comunitario europeo. Lavoro non come sottomissione dell’uomo, cioè come “gratta e vinci”, “a tempo”, “a chiamata” e così via, ma come espressione della dignità più autentica della persona nella famiglia e nella società. Una concezione attualissima visti gli attacchi finora indirizzati al diritto del lavoro! Il testo costituzionale italiano è limpido, sicuro, potente anche dal punto di vista letterario. È un invito a pensare alto, a guardare al futuro e a non perdersi nelle polemiche di basso profilo e nelle promesse demagogiche di una UE di affaristi senza scrupoli senza futuro. Perchè senza una Costituzione federale o confederale non vi possono essere gli “Stati Uniti d’Europa”! Di per sé, anche sotto questo profilo, progetto incostituzionale, secondo la “parola” dei padri costituenti del 1948. La genesi della Costituzione Italiana è stata un momento magico in cui tre grandi filoni culturali, quello cattolico-democristiano, quello sociale-conservatore e comunista e quello liberale-azionista, sono riusciti a trovare un “compromesso”, termine che oggi suona male ma che storicamente ha un significato alto, nel progettare la nostra Casa comune oggi sotto attacco. Se c’è una motivazione, senza il bisogno di enfatizzare troppo questo aspetto, per cui la nostra Costituzione è stata definita la più bella del mondo, è proprio per la sua prima parte. Tra i princìpi fondamentali e i diritti e doveri dei cittadini, più di un terzo del testo della Carta è dedicato all’impianto fondativo della nostra convivenza. E in questa logica si comprende anche la scelta di intitolare “Diritti e doveri dei cittadini” quella che tecnicamente è la Parte I della Costituzione, vale a dire gli Articoli dal 13 al 54, preceduti dai Princìpi fondamentali (Art. 1-12) e seguiti (Art. 55-139) dalla Parte II dedicata all’Ordinamento della Repubblica, cui vanno aggiunte le diciotto Disposizioni transitorie e finali. Non solo diritti, ma anche doveri. Insieme. Sì, c’è questo aspetto meno ampio ma profondo che riguarda i doveri. E vale la pena ricordare che nella tradizione culturale italiana c’era stata anche un’importante opera di Mazzini a sottolineare i doveri rispetto ai diritti. Nella Costituzione troviamo il dovere di solidarietà economica e sociale, il dovere di partecipare alla vita politica e amministrativa, compreso il dovere sia pure non sanzionato (ma registrato sulla Tessera Elettorale!) di votare, e il dovere tributario, in base al quale tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e secondo criteri di progressività. Ci sono anche dei doveri di tipo diverso e di cui si parla meno, come il “dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli”: è l’unico caso in cui il dovere precede il diritto. E poi c’è il più ampio campo dei diritti, a cominciare dai cosiddetti diritti di libertà, ma non solo. La nostra Costituzione distingue infatti quattro titoli: rapporti civili, rapporti etico-sociali, rapporti economici e rapporti politici. C’è tutto. Anche quello che in Europa e alla Nato neppure immaginano! Può apparire sorprendente, oggi, che i quattro capitoli in cui si articola la parte della Costituzione Italiana dedicata ai diritti siano definiti nei rispettivi titoli con la parola “rapporti”. Nel nostro tempo sembra che la questione dei diritti sia essenzialmente una faccenda individuale! I costituenti, e qui si sente l’apporto del personalismo cristiano cattolico ma anche della cultura socialista erede della RSI, avevano la preoccupazione di evitare una lettura dei diritti in chiave prevalentemente individuale o per meglio dire individualistica. Erano consapevoli di essere impegnati a costruire una comunità nazionale e l’idea che avevano è che nessuno è mai da solo, ma è sempre inserito in un insieme di relazioni. Nel titolo sui rapporti economici è evidente il tentativo faticoso di contemperare il ruolo dello Stato e la libertà della proprietà e dell’iniziativa privata. C’è chi sostiene che questa parte, essendo stata scritta negli Anni Quaranta, contenga un’eccessiva sottolineatura della dimensione programmatoria dell’economia e del ruolo dirigista dello Stato, che allora erano in auge, come nella prima Repubblica Sociale Italiana post “regime”. Peraltro ci sono anche alcuni “estremisti” liberali che sono arrivati a dire che l’idea della Repubblica fondata sul lavoro sarebbe superata e il fondamento andrebbe invece posto sul libero mercato. Sono posizioni spesso viziate da una visione mercantilista, usuraria, bancaria, affaristica globali sta, purtroppo sbandierata persino con il “tricolore”! Altro è invece affermare che, dopo settant’anni, le formulazioni adottate allora risultino datate. Oggi noi non scriveremmo, come nell’Articolo 42, che “la proprietà è pubblica o privata”. Quando la Costituzione è stata scritta il fenomeno dell’immigrazione-invasione non era neanche all’orizzonte, sebbene avesse interessato gli italiani già da un secolo nei fenomeni di “emigrazione” di massa oggi stimolati con grande successo dall’Europa: due milioni di italiani all’Estero significa centinaia di miliardi di euro di mancati introiti per l’Erario. Si è ribaltato tutto. Basti pensare che la Costituzione all’Art. 35 si preoccupa di riconoscere la libertà di emigrazione. Però già nei princìpi fondamentali viene affermato il diritto d’asilo per gli stranieri a cui nei rispettivi Paesi siano negate le libertà democratiche e si specifica che dev’essere la legge a stabilire la condizione giuridica degli stranieri in base al Diritto Internazionale oggi sistematicamente violato anche dall’Italia nell’Unione europea. Di più. Proprio in virtù dell’impostazione personalista della Costituzione, a tutti coloro che si trovano sul territorio nazionale, a prescindere dal loro statuto giuridico ma in quanto persone, sono riconosciuti alcuni diritti fondamentali, come per esempio il diritto alla salute. Ma i 1050 euro mensili spesi per ogni straniero in Italia integrano pienamente questo diritto? È una delle tante dimostrazioni di quale ampiezza di vedute abbia dimostrato nel tempo la nostra Costituzione. Il titolo sui rapporti etico-sociali si apre con un richiamo forte alla Famiglia evidentemente naturale fondata sul Matrimonio. Nelle altre costituzioni non si trova un riferimento così chiaro e della stessa ampiezza e in esso non si può non vedere la traccia dell’impegno dei costituenti cattolici, come La Pira, Dossetti, Lazzati e Moro. Poiché in una costituzione è importante la posizione delle parole e dei concetti, è molto rilevante che nel titolo la prima parola sia “etica” e che il testo cominci proprio con i tre articoli dedicati alla Famiglia. L’Art.29 dice che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia”. Quindi la Famiglia naturale è una realtà che precede la stessa Repubblica. Inoltre c’è l’impegno ad agevolare la formazione della Famiglia e a sostenerla, anche con misure economiche e con riguardo alle famiglie numerose. Purtroppo è un impegno a cui non si è ancora riusciti a dare pieno adempimento, complice l’ideologia Gender che ultimamente, alimentata dai media mainstream e dal cinema, ha dissacrato l’istituto familiare in Italia, in Europa e in buona parte dell’Occidente. Dopo i “Principi fondamentali” e la prima parte dedicata a “Diritti e doveri dei cittadini”, la seconda parte della Costituzione Italiana tratta dell’“Ordinamento della Repubblica”. Si compone degli Articoli dal 55 al 139 e si articola in sei titoli: il Parlamento; il Presidente della Repubblica; il Governo; la Magistratura; le Regioni, le Province, i Comuni; le Garanzie costituzionali. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la breve esperienza “repubblicana” durante la guerra civile, la Costituzione ha reinserito l’Italia nella grande tradizione del costituzionalismo liberaldemocratico europeo da cui era uscita con la fine dello stato liberale nel 1912 e quindi con l’avvento della dittatura fascista. Ci sono stati in concreto dei percorsi istituzionali specifici che possono essere ridiscussi, ma quella scelta fondamentale, che è diretta conseguenza dei princìpi contenuti nella prima parte della Carta, non può essere messa in discussione. I costituzionalisti distinguono tra forma di Stato e forma di Governo. Per quanto riguarda la forma di governo in senso stretto, la scelta è stata quella del sistema parlamentare che appare anche oggi dominante in Europa e nel Mondo. Lo stesso sistema francese e di alcuni Paesi dell’Est Europa, che vengono definiti semipresidenziali, contengono forti elementi di parlamentarismo. Tuttavia anche se il modello parlamentare in sé non è in discussione, fino al 4 Dicembre 2016 lo erano alcuni elementi che caratterizzano il caso italiano. L’Italia è l’unico Paese in cui vige il bicameralismo paritario, con due Camere (elette però in modo diverso e, a ragione, rispettivamente su base nazionale e regionale, benché l’attuale “strano” Rosatellum faccia credere l’esatto contrario!) che svolgono praticamente le stesse funzioni: entrambe votano la fiducia al Governo, entrambe approvano le leggi. A garanzia delle stesse Istituzioni della Repubblica. La Costituzione è stata approvata dopo la drammatica esperienza di un violento regime autoritario e quindi è ispirata a una logica opposta, quella di un’estrema diffusione del potere che resta sempre in mano ai cittadini (Art. 1) da cui promana la sovranità popolare esercitata dai parlamentari eletti benché “nominati” dalle segreterie dei partiti. Nel tempo, per ragioni non solo istituzionali ma anche di altra natura, per esempio relative al sistema dei partiti, il funzionamento di questo assetto si è rivelato farraginoso. È per questo che già dall’inizio degli Anni Ottanta si è posto il tema di “riscrivere” la seconda parte della Costituzione.
Perché il tema non è stato posto prima? Ci sono due ordini di motivi. Da un lato, una delle scommesse della Costituzione era quella di affidare alla funzionalità dei partiti il buon funzionamento del sistema. Dall’altro, la società italiana era molto più lenta di quella attuale digitale. Per circa trent’anni la tenuta del sistema dei partiti e i ritmi più blandi dei processi sociali hanno consentito di contenere le disfunzionalità che pure erano presenti a livello istituzionale e amministrativo, anche nella funzione pubblica. La progressiva crisi dei partiti e l’accelerazione dei mutamento sociale imposto dagli Usa durante le Guerre Umanitarie, hanno innescato l’esigenza di “riforme” che andassero nel senso di una maggiore “stabilità” di Governo, ma anche di una maggiore legittimazione democratica degli esecutivi e dei premier il più delle volte “esautorati” con i rispettivi parlamenti dalle decisioni politiche fondamentali per il futuro della Pace e della Patria. In nome dell’Europa monetaria! È emersa con forza anche la questione territoriale che, grazie alla Lega Nord, ha avuto oscillazioni pendolari fino alla “riforma socialista” del 2001. Come mai la riforma del titolo V, quello che riguarda le autonomie territoriali, l’intervento di revisione costituzionale di maggiore ampiezza tra quelli finora realizzati non ha funzionato e si è quasi subito posto il problema di una correzione di rotta? La riforma del 2001 è stata il punto di arrivo di un processo che ha attraversato tutti gli Anni Novanta e non un coniglio bianco tirato fuori dal cilindro come spesso si sente affermare tra un bombardamento e l’altro italiano nella ex Iugoslavia, persino sull’europea Belgrado! Non ha funzionato perché ci sono dei nodi irrisolti fin dall’Unità d’Italia, soprattutto il continuo rimando tra la “questione settentrionale” e la “questione meridionale”. Occorre ancora fare i conti con la Storia trimillenaria dell’Italia, passando per quella sabauda e garibaldina! Con una richiesta di maggiore autonomia nel primo caso e una richiesta di un maggiore intervento dello Stato nel secondo. Non ha funzionato, inoltre, perché è esplosa la crisi economica e in periodi di questo genere prevale una tendenza alla centralizzazione, soprattutto attraverso i tagli alla spesa imposti dalla “privata” Banca Centrale Europea e dal pareggio di bilancio in Costituzione. Se non usciamo dalla crisi economica con la piena sovranità monetaria, se non c’è la parte più dinamica del Paese che riprende a chiedere più autonomia e meno vincoli, il rischio è quello di disarticolare gli equilibri complessivi. Anche intorno alla Magistratura il dibattito è sempre molto serrato, soprattutto a proposito dei rapporti con la politica e il territorio in mano alle mafie. Questa parte della Costituzione è in qualche modo vittima del proprio successo. La scelta dell’indipendenza della Magistratura, un altro dei pilastri che non possono essere messi in discussione, si è pienamente inverata, ma nel frattempo sono venuti meno quei bilanciamenti che conferivano equilibrio al funzionamento del sistema. Come l’Art. 68 della Costituzione, abrogato nel 1993, secondo cui nessun processo poteva svolgersi nei confronti di un parlamentare se non previa autorizzazione della propria Camera di appartenenza. Era una forma di tutela dell’autonomia della politica. Sta di fatto che non sono stati introdotti al suo posto altri bilanciamenti e il sistema risulta squilibrato. È anche vero che la tendenza ad un’espansione della funzione giurisdizionale è comune a tutti i Paesi occidentali, ma ci sono delle distorsioni italiane, come la possibilità di un passaggio diretto dalla Magistratura all’impegno politico, che non trovano riscontro altrove.
La nostra Corte Costituzionale è la terza per anzianità nel contesto europeo, ma è rimasta ferma al sistema dei poteri di quando fu istituita. Quindi, in un certo senso, ha meno poteri delle altre. Tuttavia anche la sua attività si confronta con quel trend globale che è motivo di riflessione comune a tutte le democrazie contemporanee. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale in Europa si è sentito con forza il bisogno di scrivere o riscrivere le costituzioni. Riformulare le regole della convivenza civile era una risposta all’inciviltà che si era manifestata con i totalitarismi opportunamente finanziati e le loro tragiche conseguenze. Questa ondata di costituzionalismo partiva da una grande consapevolezza: la presa di coscienza del valore dei diritti umani in sé. Diritti che non sono concessi dall’alto, ma che le Carte riconoscono nel loro valore intrinseco. I Diritti Umani, espressione non “razzista” nei confronti di altre civiltà aliene extraterrestri eventualmente presenti sulla Terra e non ancora rivelate, diventano così anche Diritti Costituzionali, perno di un nuovo modello di convivenza civile, espressione di un modo diverso di vivere la comunità sociale, che veniva a rinascere. Un secondo elemento, ancora in reazione a tutti i regimi, autoritari e liberali anche d’Oltreoceano, che avevano condotto alla Seconda Guerra Mondiale, ma collegato all’emergere della società di massa, è il passaggio da un modello monolitico del potere a un modello pluralistico su base democratica parlamentare. Non “plutocratica” autoritaria usuraria bancaria multinazionale, come sembra declinata al giorno d’oggi la vita politica, economica, culturale e sociale degli Italiani. Anche questo è “fascismo”! Dunque ve n’è più di uno, come sembra suggerire la Costituzione Italiana “antifascista” per definizione, per essenza e proiezione futura. La combinazione di questi due elementi, i diritti e la democrazia oggi spacciata dagli oligarchi occidentali per “populismo”, porta a mettere al centro il concetto di persona, quell’individualità relazionata che è anche il punto di contatto tra il costituzionalismo di matrice anglosassone e quello continentale europeo, al cui interno scopriamo di buon diritto pubblico anche la Russia conservatrice e democratica del Presidente Vladimir Putin. È in questo contesto che si colloca la Costituzione Italiana. La nostra Carta contiene il catalogo più completo e penetrante dei diritti, in chiave personalista e universalistica. Inoltre sviluppa un’idea di Repubblica fortemente plurale sia a livello territoriale sia sociale nonché, ovviamente, politico. Il pluralismo come metodo, il personalismo, non soltanto nell’ottica cristiana conservatrice dei valori se si vuole, ma proprio come riscoperta della figura umana in relazione con altri, come visione che si declina in innovazione, libertà e prosperità nella cura dei propri e altrui interessi nazionali. A ben vedere, in sintesi, questo è il senso ultimo della nostra Costituzione Italiana. Che, su questi presupposti, naturalmente evidenzia innanzitutto il ruolo dei partiti politici come strumento decisivo, da un lato, per garantire il pluralismo, dall’altro, per favorire la riscoperta del modo di partecipare, tutti insieme, alla vita di comunità. Non è un discorso molto di moda nell’Unione europea della Bce, del Fondo Monetario Internazionale, della Federal Reserve e di tutte le altre banche e istituzioni finanziarie private specializzate in “speculazioni”, ma resta il fatto che secondo la Costituzione Italiana i partiti sono l’alfa e l’omega nell’interpretazione delle dinamiche istituzionali nazionali. Nella formazione del Governo, per esempio, il Presidente della Repubblica entra con forza soltanto in presenza di partiti deboli, altrimenti è chiamato a svolgere un ruolo sostanzialmente notarile. Con un sistema partitico forte non ci sarebbe neanche questo continuo mutamento delle leggi elettorali, peraltro dichiarate “incostituzionali” subito dopo il processo elettorale, attraverso cui gli stessi partiti cercano convulsamente un nuovo baricentro mescolando collegi, carte e candidati! E si potrebbero fare, naturalmente, molti altri esempi. “Nel dialogo tra società e istituzioni – sostiene Costantino Mortati, grande costituzionalista e uno dei padri costituenti – c’è bisogno di tenere aperto il più possibile il dialogo tra cittadini e istituzioni, tra eletti ed elettori”. Per queste ragioni, il disegno della Costituzione, in particolare, individua due percorsi: quello del rapporto mediato tra elettori ed eletti, secondo la visione della democrazia rappresentativa, e quello che passa attraverso alcuni strumenti di democrazia diretta. Quando sono andati in crisi i partiti, questi due aspetti sono entrati in conflitto. Così abbiamo visto i referendum usati dai partiti contro altri partiti o anche da chi non è nel Palazzo (che tutela se stesso sempre) per dare l’assalto al Palazzo, per stare a una colorita metafora ricorrente, senza però mai riuscirci davvero. Per cercare di ricostruire un sistema dei partiti strutturato e vitale ci sono due possibilità. O si insiste sulla strada percorsa finora che francamente assomiglia tanto al tentativo di rimettere il dentifricio nel tubetto, oppure si studiano i modi per vivificare e rinnovare il sistema dei partiti utilizzando proprio la forza della legittimazione diretta, ritornando ad un legame più stretto degli eletti con il territorio e valorizzando il principio della responsabilità politica rispetto ai cittadini. Che il Rosatellum, l’attuale legge elettorale votata e approvata nelle alterne vicende parlamentari da tutti i partiti e movimenti presenti nella XVII Legislatura oggi a fine corsa, pare abbia ampiamente tradito. Al tempo stesso, non si può non pensare che una legittimazione diretta delle istituzioni potrebbe aiutarle a trovare nuova forza e nuova linfa, così come da tempo, e con i dovuti aggiustamenti, ormai è avvenuto nel Regno Unito. Ma sono ipotizzabili anche altre soluzioni lungo questa linea. Il punto è non perdere di vista l’essenziale che è ricostruire sui fatti, cioè sulla responsabilità e dunque sul legame tra il dire e il fare, se si vuole, il rapporto tra cittadini, territorio, politica e istituzioni. Insomma, migliorare la qualità della classe dirigente, in senso lato, che si occupa del Governo della Nazione, tramite la valorizzazione del principio di responsabilità. Senza responsabilità, dei singoli e dei gruppi politici, non ci sarà mai il recupero di fiducia e di credibilità nelle nostre società. Il processo di “integrazione europea” con la pretesa supremazia del diritto comunitario, viola la nostra Costituzione Italiana alle fondamenta. Qualcuno si sentirà male, ma è la pura verità giuridica. Il fondamento di presunta “legittimazione” alcuni lo individuano ancora nel “fantastico” Articolo 11 della Costituzione, laddove si prevede la possibilità di limitazioni della sovranità in funzione di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni. Ma né De Gasperi né gli altri padri costituenti avrebbero mai potuto intuire la pericolosità di tali limitazioni in assenza di una Costituzione Europea tra Stati Pari. La Ue attuale per noi non può essere certamente considerata un toccasana istituzionale, politico, economico, sociale, culturale, in quanto viola il principio di sovranità e la supremazia di imperio territoriale che sono i capisaldi di ogni Stato che si dichiari tale. La privata asettica Ue di Bruxelles dove i Crocifissi non compaiono nelle stanze “Ikea” del potere finanziario che nulla può avere di politico, non ci salva dai nostri “vizi” e non esalta certamente le nostre “virtù” italiane, se poi intende imporre ai cittadini europei italiani la “nuova cucina” a base di veri insetti (farine, fritti e altre diaboliche proteine primarie per un popolo di dominati!) in meno di due anni terrestri. Né De Gasperi né gli altri padri costituenti avrebbero mai potuto immaginare tanto. La Brexit è la prova del tragico fallimento della Ue, intuito fin troppo bene dal premier conservatore Margaret Thatcher nell’Ottobre 1990 quando il suo triplice “No” all’euromoneta, che avrebbe disintegrato la sovranità britannica, risuonò nella Camera dei Comuni di Londra! Celebre discorso storico, oggi in Rete, che avrebbe dovuto suggerire ai nostri illuminati “statisti” una maggior prudenza prima di svendere la Lira del 600% e finire nelle grinfie dell’asse franco-germanico. I critici replicano farneticando che fin troppo spesso ci si dimentica che “in Europa c’è molta più Italia di quanto non appaia nel dibattito pubblico: non solo siamo uno dei sei Paesi fondatori, ma siamo anche lo specchio in cui gli altri hanno letto il proprio futuro”! Nella Carta dei diritti europei, la Carta di Nizza, c’è molto della cultura politica e giuridica italiana. Ma non è la Costituzione Europea tra Stati Pari (insieme alla Russia) immaginata dall’europeista De Gasperi e dagli altri padri costituenti fino a Mazzini. Il 4 Novembre celebriamo la conclusione della Grande Guerra, una tragedia che causò enormi sofferenze all’intero continente europeo e provocò lutti in ogni contrada d’Italia. Una catastrofe voluta dagli uomini del Capitale e che, pur nelle sue immani proporzioni, non riuscì ad evitare nel secolo scorso un altro conflitto mondiale e guerre regionali che hanno continuato a devastare l’Europa. Ricorderemo il 4 Novembre 2018 la Vittoria, la conseguita completa Unità d’Italia e renderemo onore alle Forze Armate, rivolgendo il nostro pensiero commosso a tutti coloro che si sono sacrificati sull’Altare della Patria e della nostra libertà, per l’edificazione di uno Stato democratico ed unito, oggi in pericolo. Coltivare la loro memoria significa comprendere l’inestimabile ricchezza morale che ci hanno trasmesso e rappresenta, per tutti noi, lo stimolo più profondo ed autentico per adempiere ai nostri doveri di cittadini d’Italia che credono nella solidarietà e nella convivenza pacifica fra i popoli. Nel loro ricordo intramontabile renderemo omaggio alle sacre spoglie del Milite Ignoto, rappresentante di tutti i figli d’Italia di quella generazione che un secolo fa diedero la vita per la nostra Nazione. La ritirata di Caporetto fu un episodio estremamente doloroso per i soldati e per le popolazioni coinvolte a cui, tuttavia, l’Italia seppe reagire con l’orgoglio e la determinazione di una giovane Nazione. Numerose furono, in quei difficili giorni, le testimonianze di eroismo e di sacrificio dei nostri soldati. Intere unità vennero chiamate a resistere fino all’estremo sacrificio, soccombendo di fronte a forze soverchianti. Tanti di quegli eroi sono rimasti ignoti, ma a tutti loro e a quanti ci donarono il compimento del “disegno risorgimentale” va la gratitudine della Nazione. Soldati, marinai, avieri, carabinieri, finanzieri e personale civile della difesa. Alla loro abnegazione e professionalità appartiene la custodia di una tradizione di valori, civiltà e cultura propri della nostra Storia, oggi in pericolo. Per questo dobbiamo essere sempre degni del Giuramento di fedeltà prestato alla Repubblica Italiana. Non all’Europa! La presenza dell’Italia in diversi contesti di crisi, al servizio di altrui interessi, deve essere riconsiderata alla luce dell’esclusiva sicurezza della Nazione nella Comunità internazionale. Le celebrazioni della Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, assumono ogni anno un carattere particolarmente significativo. Cent’anni orsono, si consumava la Battaglia di Caporetto. L’anno dopo la Vittoria di Vittorio Veneto. Il momento forse più difficile per il morale e le speranze dei nostri soldati e dell’intera Nazione e, dopo, quello più alto, che raggiungeva l’ideale risorgimentale dell’unità nazionale. Proprio per questo il 4 Novembre è la giornata intitolata, congiuntamente, all’Unità d’Italia e alle Forze armate che, di questo passaggio finale, furono lo strumento essenziale. Una giornata che deve essere giustamente festiva! La tragica ritirata di Caporetto è stata, spesso, associata all’idea di una disfatta, in un’altalena di accuse che ha visto nella veste di imputati, alternativamente, le truppe, con il peso di quel conflitto e gli Stati maggiori, come impreparati a cogliere la portata e le modalità degli eventi. Successivamente ci si è quasi sorpresi nel constatare ciò di cui erano stati capaci i nostri soldati, proprio nel momento più tragico. Il timore, se non la convinzione, e non soltanto in Italia era, forse, quella che la nostra Nazione fosse ancora troppo giovane per superare prove così dure. Ma la nascita dell’Italia come Nazione (del resto, come sappiamo, il termine nazione significa proprio nascita!) risale a tempi ben più lontani. Tremila anni fa. Per quanto fossimo stati a lungo divisi e frammentati in stati e regimi diversi, condividevamo da millenni gli stessi riferimenti, di cultura, di storia, di tradizioni, di lingua. È stata questa la forza interiore che ha animato l’Italia finalmente unita, finalmente consegnata a una Patria comune. Cent’anni orsono i Soldati italiani e le popolazioni del Friuli Venezia Giulia e di gran parte del Veneto, subivano il dolore della sconfitta e la sofferenza dell’invasione e dell’occupazione. La catastrofe si vedeva in ogni luogo: nelle case distrutte, nell’abbandono delle poche cose rimaste alla popolazione per sopravvivere durante la guerra, nelle strade ostruite dagli sfollati e dai soldati della Terza Armata che ripiegavano verso il Piave cercando di rallentare, quanto più era possibile, l’avanzata del nemico, oggi nostro alleato! In quelle due settimane numerosi furono gli atti di eroismo e di sacrificio compiuti dai nostri soldati. Intere unità vennero chiamate a resistere ad oltranza, e lo fecero senza esitare, pur nella certezza che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di salvezza. Tanti, tantissimi di quegli Eroi sono rimasti ignoti. A rappresentarli tutti vi è la salma del Milite Ignoto Italiano, sepolto al Vittoriano. L’invasione venne arrestata sul Piave, che è diventato per tutti il fiume Sacro della ripresa che giunse travolgente e inarrestabile, come mai era potuto accadere prima. Durante i lunghi anni della Grande Guerra di posizione, trascorsi nelle trincee del Carso, del San Michele, dell’Adamello, dell’Ortigara, del Grappa e di tutti gli altri luoghi divenuti altrettanti simboli dell’idea di Italia Patria. Le Forze Armate e il Popolo italiano portarono a compimento l’unificazione dell’Italia, in quella che viene considerata l’ultima Quarta Guerra di Indipendenza del nostro Risorgimento. A coloro che sui campi di battaglia, nelle campagne, nelle città, nelle fabbriche, in ogni casa, combatterono e resistettero, dando un contributo a costruire l’Italia di oggi, va la riconoscenza di tutti gli Italiani. Al termine della Grande Guerra, nel 1918, si è voluto suggellare il forte sentimento di condivisione di un comune destino che aveva richiesto l’altissimo prezzo di un vuoto lasciato in ogni casa ed in ogni famiglia. La scelta del 4 Novembre, giornata festiva, esprima questo sentimento! Quella guerra lasciò macerie morali e materiali, ferite difficili da rimarginare e così, a distanza di due decenni, l’Europa venne percorsa da nuovi venti di conflitto e da nuove tragedie, con l’Umanità chiamata, ancora una volta, a interrogarsi sul sonno della ragione, colpevole di creare mostri. La prevalenza delle Forze della Libertà ha consentito di guardare con nuova fiducia alla Storia d’Europa e la risposta è stata, non è ancora ma sarà, quella di unirsi per davvero, di mettere insieme il futuro degli Europei insieme alla Russia. L’unica scelta in grado davvero di pacificare il Continente per sempre, trasformando la Nato da attuale strumento di proiezione “offensiva” a chiave di volta della Difesa Russo-Europea unificata. Altri disegni appaiono solo come vuote operazioni finanziarie speculative incostituzionali spacciate per “europeismo” e “pacifismo” atlantico! Un solido e duraturo assetto di pace ci accompagna da allora, grazie ad un percorso lungo e difficile, non ancora concluso, basato sui cardini della solidarietà, della condivisione e del reciproco rispetto. Oggi, però, i nostri confini non sono quelli dell’Unione Europea, ma quelli dell’Italia! Nella giornata dell’Unità d’Italia e delle Forze Armate rivolgeremo il mio pensiero commosso a tutti gli Italiani che hanno conferito il loro sacrificio, per edificare uno Stato unito e democratico, insieme al dolore di tutte le vittime delle guerre. Coltivare la loro memoria significa comprendere l’inestimabile ricchezza morale che ci hanno trasmesso e rappresenta, per tutti noi, la sollecitazione più autentica per adempiere i nostri doveri di cittadini italiani, nella convinzione del valore della solidarietà e della pacifica convivenza fra i popoli. Per questi motivi lo Strumento Militare Nazionale italiano, al servizio degli esclusivi interessi nazionali costituzionali, è chiamato oggi a fronteggiare scenari nuovi e minacce più articolate e diversificate. La complessità delle sfide, la loro diversità dal passato e la velocità con cui esse si manifestano e mutano richiede grande prontezza, flessibilità, adattabilità e lungimiranza. Donne e uomini di ogni ordine e grado delle Forze Amate che, nonostante tutto, continuano a rappresentare degnamente l’Italia, anche nell’ambito delle “missioni” volute non dalla Costituzione Italiana ma dalle altre potenze della comunità internazionale nei diversi contesti di crisi: in Europa, nel Medio Oriente e in Africa. La professionalità e la capacità al servizio della sicurezza e della pace, confermano la tradizione di valori, di civiltà e di cultura propri della nostra Storia. Il contributo sempre impegnativo, spesso di sacrificio, avviene in maniera silenziosa, mosso da profonda dedizione, e rappresenta quell’ampio e diffuso fattore umano altamente positivo che costituisce l’eccellenza della nostra Nazione. I valori che ci uniscono dal 2 Giugno del 1946 continuano a guidarci per realizzare lo stesso desiderio dei nostri padri costituenti: dare alle future generazioni una Italia in pace, prospera e solidale, in grado di assolvere a un ruolo autorevole e propulsivo, all’interno di quella comunità internazionale che abbiamo contribuito a edificare, promuovendo e valorizzando i propri interessi. Le difficoltà che stiamo affrontando, le minacce alla nostra sicurezza e al nostro benessere vanno sostenute con la limpida coscienza delle responsabilità e dei risultati raggiunti. Nella consapevolezza che in un mondo sempre più interdipendente, non potrà esservi vera sicurezza se permarranno focolai di crisi e conflitti alimentati ad arte; non potrà esservi vero benessere se una parte dell’Umanità sarà costretta a vivere nella miseria a causa delle guerre portate nelle loro case; né mai vi potrà essere pace se si finanzia il terrorismo internazionale. Non esistono terroristi buoni e cattivi gestibili per la propria unilaterale geopolitica nello scacchiere internazionale. La tragedia siriana, libica, afgana e irachena docet! Ma gli Usa e le altre potenze sembrano sorde all’appello della coscienza! Le Forze Armate Italiane però con convinzione e pieno coinvolgimento assolvono a questo dovere di pace e hanno contribuito, in questi ultimi decenni, a conseguire risultati straordinari. La loro professionalità, la loro abnegazione, il modo costruttivo ed umano con cui hanno saputo interpretare i compiti quotidianamente svolti in Patria ed in tante regioni del mondo, non privi di rischi, sono alla base della stima e dell’affetto dai quali sono circondate. Un ringraziamento particolarmente sentito va ai militari intervenuti con la Protezione Civile in soccorso alle popolazioni del Centro Italia, duramente e dolorosamente colpite. Il loro impegno testimonia ancora una volta la dedizione delle Forze Armate al Paese e ai suoi cittadini, dei quali sono nobile espressione. Nell’Appennino modenese, subito dopo l’8 Settembre 1943, si costituirono i primi gruppi di resistenti. Giovani e meno giovani, civili e militari, socialisti, monarchici, comunisti, cattolici, liberali, azionisti, si unirono nella lotta contro l’oppressione. Una scelta che costò un alto tributo di sangue: a cominciare dalla strage di Monchio, Susàno, Costrignano e Savoniero dove la barbara furia degli occupanti tedeschi sterminò, per rappresaglia, 136 civili, compresi bambini in tenerissima età. La Resistenza scrisse, tra quelle montagne, pagine luminose di Storia, come quella, breve ma gloriosa, della Repubblica di Montefiorino, una delle prime zone libere d’Italia. Uomini di diversa provenienza, come Osvaldo Poppi, Mario Ricci, il generale Mario Nardi, Teofilo Fontana, Ermanno Gorrieri, furono tra i protagonisti di questa avventura nazionale. Scrisse Gorrieri ricordando l’esperienza vissuta a Montefiorino: “Non si trattò soltanto di una zona liberata, in quanto soggetta all’occupazione delle forze partigiane, ma di un’anticipazione del ritorno a una vita democratica, attraverso le elezioni delle amministrazioni comunali democratiche”. Resistenza, dunque, come lotta al nazifascismo, ma anche come embrione della nuova Democrazia. Resistenza come primo, essenziale momento per la riconquista della libertà. A Carpi si onorano, con la presenza e con il ricordo, le vittime di uno dei luoghi simbolo, in Italia, di quella violenza che la lucida follia del nazifascismo aveva eretto a sistema: il campo di Fossoli. In quelle baracche di legno si consumò un atto decisivo della tragedia umana e familiare di migliaia di persone: perseguitati politici, oppositori del regime, ebrei, uomini della Resistenza come Leopoldo Gasparotto, Teresio Olivelli, Primo Levi, Nedo Fiano, Odoardo Focherini, don Paolo Liggeri, don Francesco Venturelli. Vanno ricordati Carlo Bianchi, Jerzy Sas Kulczycki, Giuseppe Robolotti e tutti gli altri martiri, sessantasette in tutto, fucilati nel poligono di tiro di Cibèno. Nomi, provenienze, destini diversi. Storie di eroi e di vittime, di coraggio, di morte, di solidarietà. Tutte insieme, esprimono appieno il senso dell’unitarietà della tragedia che l’Italia visse in quegli anni. Con le sue fasi diverse il campo di Fossoli è parte rilevante della Storia italiana. Un luogo della memoria tra i più peculiari e importanti nella nostra Nazione, che un’opera, doverosa e meritoria, ha recentemente salvato dall’incuria e dall’oblio. La mancanza, a Fossoli, delle camere a gas e dei forni crematori non deve trarre in inganno: anche questo campo in terra italiana faceva parte, purtroppo a pieno titolo, del perfezionato meccanismo industriale di eliminazione fisica dei cosiddetti nemici interni, dissidenti politici o appartenenti a “razze” follemente considerate inferiori. Con i suoi reticolati e le sue baracche, con i suoi macabri simboli (la stella gialla per gli Ebrei, il distintivo rosso per i prigionieri politici) il campo di Fossoli era a tutti gli effetti una tragica tappa decisiva per la deportazione nei lager nazisti in Germania e Polonia. Da Fossoli, nodo ferroviario strategic, partirono dodici treni della morte con destinazione Auschwitz, Buchenwald, Bergen-Belsen, Mathausen, Ravensbruck. Per molti Italiani, circa cinquemila, Fossoli fu il primo passo verso l’abisso. O, come disse con grande efficacia il reduce Pietro Terracina, “l’anticamera dell’inferno. Un inferno per chi è morto nei lager e un inferno per chi è sopravvissuto”. Primo Levi, che fece tappa a Fossoli prima di giungere ad Auschwitz-Birkenau, scrisse a proposito della repressione nazifascista: “Il nazismo in Germania è stata la metastasi di un tumore che era in Italia. Il lager era la realizzazione del fascismo. Non mi stanco mai di ripetere che dove il fascismo attecchisce, alla fine c’è il lager”. Il lager: incarnazione, metafora e sbocco inevitabile di una ideologia che aveva fatto della sopraffazione, della discriminazione, dell’oppressione e della guerra di sterminio (non solo di mera conquista) la sua stessa ragion d’essere. Non si può comprendere la Resistenza, il suo significato, la sua fondamentale importanza nella Storia d’Italia se non si parte dalla sua radice più autentica e profonda: quella, appunto, della rivolta morale. Una rivolta contro un sistema che aveva lacerato, oltre ogni limite, il senso stesso di umanità inciso nella coscienza di ogni persona. Teresio Olivelli, nobilissima figura di martire della Resistenza, la cui storia dolorosa ha incrociato il campo di Fossoli, scrisse: “La nostra è anzitutto una rivolta morale. È rivolta contro un sistema e un’epoca, contro un modo di pensiero e di vita, contro una concezione dell’esistenza”. Una rivolta custodita, inizialmente, nell’animo di una minoranza, da pochi spiriti eletti, uccisi, perseguitati o isolati durante i lunghi anni del trionfo fascista. Ma che riuscì a propagarsi, dilagando tra la popolazione, dopo che gli eventi succedutisi all’8 Settembre resero evidente, anche a chi si era illuso, anche a chi era stato preda della propaganda fascista, quanto fallaci fossero le parole d’ordine di grandezza, di potenza, di dominio, di superiorità razziale diffuse dal regime e tambureggiate nel classico “me ne frego” oggi caro alle sinistre che hanno abbandonato gli Italiani! Quanto esse contrastassero con i valori della dignità umana propri della nostra tradizione e della nostra cultura, è sotto gli occhi di tutti. Il velo della propaganda poi si squarciò e agli occhi degli Italiani apparve un Paese distrutto moralmente e materialmente, un esercito in rotta, una classe dirigente in fuga o, peggio, asservita a un alleato germanico trasformatosi in atroce e sanguinario oppressore. Le stragi di civili, le rappresaglie, le fucilazioni e le impiccagioni, le torture, la caccia agli Ebrei, le deportazioni, i lager. Nel momento dell’estrema difficoltà, il regime mostrava il suo volto più feroce e più vero. Il maggiore dei carabinieri Pasquale Infelisi, prima di essere fucilato, a Macerata, dai nazisti per il suo rifiuto di passare nelle file repubblichine, scrisse: “Non si può aderire a una Repubblica come quella di Salò, illegale da un punto di vista costituzionale e per di più alleata a uno straniero tiranno. L’Arma, in tutta la sua gloriosa storia ha difeso sempre le leggi dettate da governi legalmente costituiti e ha protetto i deboli contro i prepotenti. Invece adesso si doveva fare l’opposto: difendere i prepotenti contro i deboli. Per i miei sentimenti civili, militari, e per la mia fedeltà all’Arma, accettare una cosa simile con un giuramento di fedeltà l’ho ritenuta un’azione indegna e umiliante”. Come si comprende da queste parole, così nobili, non moriva la Patria in quei giorni, luttuosi e concitati. Tramontava, invece, una falsa concezione di nazione, fondata sul predominio, sul disprezzo dell’uomo e dei suoi diritti, sull’esaltazione della morte e sulla tirannide; una concezione di barbarie che pure, per numerosi anni, aveva coinvolto tanti e affascinato tante menti. Il Popolo italiano, nel suo complesso, seppe reagire alla barbarie. Recuperò gli ideali di libertà, di indipendenza, di solidarietà, di fratellanza, di umanità, di pace che avevano ispirato i migliori uomini del Risorgimento. Vi fu una reazione diffusa e corale. Vi furono le avanguardie che, prendendo le armi, costituirono le formazioni partigiane. Vi furono i militari italiani che, come a Cefalonia, si ribellarono al giogo tedesco, pagando un altissimo tributo di sangue, o che combatterono accanto ai nuovi Alleati, nel nome degli ideali, ritrovati, di libertà e democrazia. Vi furono quei più di seicentomila soldati che rifiutarono di servire l’oppressore sotto il “governo di Salò” e che vennero passati per le armi, torturati, deportati nei campi di prigionia in Germania. Vi furono gli operai che scioperarono nelle fabbriche, gli intellettuali che diffusero clandestinamente le idee di libertà, le donne che diedero vita a una vera e propria rete di sussistenza per partigiani, perseguitati e combattenti. Vi furono uomini liberi che sbarcarono nell’Italia occupata e versarono il loro sangue anche per la nostra libertà. Molti Russi. A questi caduti, provenienti da nazioni lontane, rivolgiamo sempre un pensiero riconoscente. Il loro sangue è quello dei nostri fratelli. Tra questi non possiamo dimenticare i 5000 volontari della Brigata Ebraica, italiani e non, giunti dalla Palestina per combattere con il loro vessillo in Toscana e in Emilia Romagna. In tante famiglie italiane c’è una storia, grande o piccola, di eroismo. Chi salvava un ebreo, chi sfamava un partigiano, chi nascondeva un soldato alleato, chi consegnava un messaggio, chi stampava al ciclostile, chi ascoltava una voce libera alla radio: si rischiava la propria vita e quella della propria famiglia. Perché lo facevano? Coraggio, ideologia, principi morali, senso del dovere, disillusione, pietas umana, senso comune. Tante e diverse furono le storie, tante e diverse le motivazioni che il Cinema italiano non ha ancora saputo immortalare! L’insieme di tutte queste fu la Resistenza. Ed è per questo che ancora oggi, senza odio né rancore ma con partecipazione viva e convinta, ricordiamo quegli eventi così tragici e pieni di valore, senza i quali non vi sarebbe l’Italia libera e democratica, senza i quali non avremmo conosciuto una stagione così duratura e feconda di sviluppo civile, di promozione dei diritti, di pace, nella salvaguardia dei nostri interessi. Risaltano, nella loro nobiltà e nel loro significato, le parole e il comportamento eroico di Angiolino Morselli, o di Giacomo Ulivi, le cui parole sono preziose. Sono un richiamo alla civiltà, al senso della convivenza e al valore della Democrazia. Ci illumina ancora Primo Levi: “Se il nazionalsocialismo avesse prevalso (e poteva prevalere) l’intera Europa, e forse il mondo, sarebbero stati coinvolti in un unico sistema in cui l’odio, l’intolleranza e il disprezzo avrebbero dominato incontrastati”. Oggi, anche di fronte alla minaccia di un nemico insidioso e vile, che vorrebbe instaurare, attraverso atti di terrorismo, una condizione di paura, di dominio, di odio, rispondiamo, come allora, come negli Anni Settanta del XX Secolo, che noi non ci piegheremo alla loro violenza e che il Male delle “fake news” non prevarrà! Un cittadino tedesco di nome Wolfgang Weil è venuto appositamente dalla Germania sui monti di Carpi per chiedere scusa a nome di suo padre che, come soldato della Divisione Göring, nota per la sua brutalità, prese parte all’eccidio di Monchio. È stato, il suo, un gesto di riconciliazione nobile, coraggioso, di grande valore, apprezzato. Le sue parole sono state: “Se i discendenti delle vittime e i discendenti dei colpevoli si incontrano e parlano dell’inafferrabile, forse, allora, le ferite ancora esistenti in questo luogo possono guarire. È per questo che sono qui”. Weil, cittadino tedesco, ha così concluso: “Mai più fascismo, mai più guerra”. Sono parole che facciamo nostre, ogni anno, celebrando la ricorrenza della Liberazione il 25 Aprile, con lo sguardo e la volontà rivolti al domani in una Italia libera e democratica, rispettosa della Costituzione della Repubblica. La voce del popolo, delle cittadine e dei cittadini, delle donne e degli uomini, dei giovani e degli anziani, dei lavoratori, dei pensionati, degli studenti e di tanti altri, si è alzata, alta e forte, per difendere la Democrazia, la Repubblica, la Costituzione nata dalla Resistenza e per chiedere che venga messa sempre più in pratica una Carta Costituzionale, troppe volte disattesa. Ma l’Italia è in pericolo. È in pericolo la Democrazia e la convivenza civile. E quel pericolo si chiama globalismo declinato con l’europeismo e confuso tragicamente con il fascismo. Non solo per il dovere che abbiamo verso chi ha lottato, si è sacrificato ed è anche caduto, per darci Democrazia e Libertà oggi svendute sull’altare degli interessi bancari, ma anche per noi stessi. Perché, come ha scritto George Santayana, chi non conosce la Storia è condannato a ripeterla. Noi non vogliamo, assolutamente che si ripetano le tragedie del comunismo, del nazifascismo e del razzismo in Italia, in Europa e nel Mondo. No, non abbiamo paura dei globalisti. Abbiamo paura dell’indifferenza, della superficialità, dell’ignoranza. Troppo silenzio c’è stato intorno a questi temi, troppa distrazione, troppo indifferenza. Oltre al ruolo primario della Scuola è fondamentale quello dell’informazione con “true news”: dai giornali, al web, alla televisione e così via. Lo diciamo a tutti, ma soprattutto ai giovani: è utile e indispensabile leggere i libri di Storia, la Letteratura (Dante in primis!) e le testimonianze. Ascoltare buona musica di pace e di libertà. Quella che cantavano e anche componevano i padri costituenti, gli eroi, i patrioti e i partigiani: mentre lottavano per la libertà, leggevano, studiavano e insegnavano a leggere e persino a scrivere. La guerra di Liberazione fu anche una straordinaria occasione di alfabetizzazione e di conoscenza per gli Italiani. Il ruolo degli Enti Locali, così come previsto dalla nostra Costituzione, è fondamentale per la vita di una società democratica, vicina ai cittadini, alle loro esigenze e deve essere sostegno per i loro progetti di vita e di futuro. È quel meraviglioso Art. 1 della Costituzione che definisce l’Italia come una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Stabile, non “gratta e vinci”! Oggi per tanti giovani il lavoro non c’è o è precario e instabile. La Ricerca italiana conta 10mila precari. È questo è altamente incostituzionale. Visto che dal 2008 un milione di giovani Italiani ha lasciato l’Italia per cercare fortuna all’Estero. Quanto costano? Ben 6 miliardi di euro di mancate entrate all’Erario. Non dimentichiamo che il lavoro libero, sicuro e rispettato è un cardine della Democrazia e della Repubblica costituzionale sovrana. La guerra civile italiana è finita. Ce lo hanno insegnato i partigiani e gli Italiani che hanno saputo nei terribili 20 mesi della guerra di Liberazione, e anche prima, stare insieme fraternamente: comunisti, socialisti, cattolici, anarchici, liberali, monarchici, ex fascisti e persone che non avevano un credo politico definito, ma un solo ideale, seppur in diversi e opposti fronti: la Libertà. È dopo la Liberazione che le donne ebbero il diritto di voto il 2 Giugno 1946 e anche oggi guardate cosa vorrebbero i cosiddetti comunisti globalismi del terzo millennio: il lavoro instabile alle donne, le unioni civili, il divorzio breve, nuove leggi sull’aborto, sull’eutanasia e così via, i nuovi “diritti civili” senza più doveri. Ma i diritti e doveri dei cittadini, uomini e donne, sono il grande spartiacque tra la dittatura dell’Europa che finanzia guerre in Ucraina contro la Russia e la Democrazia. Denunciamo, con sgomento e orrore, la violenza che troppe volte, nelle società ricche come in quelle povere, subiscono bambini e giovani. Siamo al loro fianco, sempre. La Costituzione Italiana all’Articolo 3 stabilisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. È un articolo che molti conoscono, ma è sempre bene ricordarlo ai globalisti europeisti per ribadire che il vero pericolo oggi, per la nostra convivenza civile, la vera causa e origine del comunismo, del fascismo e del nazismo, è il razzismo usurario bancocratico degli oligarchi. Esso è violenza, ma anche inganno, perché fa credere al povero, in una dolce crudele catena di Sant’Antonio, che il più povero di lui è il suo nemico. Mentre il suoi nemici sono altri: le guerre, lo sfruttamento dei migranti, delle donne, dei bambini, dei giovani e degli uomini, l’abbandono dell’energia nucleare, l’inquinamento del “nostro” Pianeta Terra a causa dei gas serra che tra non molto renderanno l’aria irrespirabile ovunque. Visto che la CO2 ha superato le 400 parti per milione e i livelli di CH4 non scherzano mica! Lottiamo contro il rischio globalista in Italia, ma anche in Europa e nel Mondo. Non dimentichiamo che dalle ceneri dell’Europa oppressa da due guerre mondiali, dalla guerra fredda, oggi sotto il tallone del Quarto Reich, può nascere l’Europa del futuro, dei Popoli e delle Nazioni finalmente in pace e prosperità insieme alla “Santa Russia” che sta vincendo la guerra al terrorismo internazionale. L’Italia o è antiglobalista oppure non è. Lo dicevano gli autori del Manifesto di Ventotene: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Ursula Hirschmann che lo scrissero al “confino” nell’Agosto del 1941. Con straordinaria lungimiranza quel Manifesto pone al centro della costruzione dell’Europa, l’umanità e la dignità di donne e uomini liberi. Questa è l’Europa tra Stati Pari con la Russia, che oggi vogliamo ma che ancora non esiste. Nel vuoto di valori, nel pieno dei disvalori Gender che confondono la diversità personale con la dominanza politica, crescono come un cancro il globalismo, il neonazismo e il razzismo bancocratico. Essi sono presenti in Italia come in Polonia, in Ungheria, in Austria, nella vicina Ucraina e in altri Paesi che rifiutano la Democrazia spacciata dagli oligarchi per populismo! Si appropriano in modo falso e fraudolento della parola “popolo” che è inclusiva, pacifica, intelligente e accogliente. Gli oligarchi usurai, i veri estremisti, cercano di mettere in opposizione un popolo contro altri popoli, rifiutando e perseguitando chiunque che non la pensi come loro. Per i globalisti “l’altro” è il nemico. Per noi “l’altro” è il cittadino italiano fratello e sorella. Oggi vogliamo ribadire con forza che lo Ius soli, magicamente sparito dalla campagna elettorale delle sinistre globaliste, non è un diritto o una concessione che l’Italia in piena crisi economica può permettersi di elargire a colpi di maggioranza e a cuor leggero, votando subito dopo le elezioni una legge imposta dall’Europa in nome dell’invasione selvaggia, spacciata per “accoglienza” dei sopravvissuti ai deserti e agli oceani della tratta, di centinaia di milioni di persone disperate a causa delle guerre multinazionali dell’Occidente in Africa e in Asia! Profughi, migranti economici? Ai posteri l’ardua sentenza. La sistemazione in alberghi a quattro stelle (spesa stimata, 1050 euro mensili a persona) mentre i terremotati italiani dell’Italia centrale vivono ancora al gelo e all’arsura nelle loro tende, come la interpretiamo? Questo è razzismo contro gli Italiani. L’Italia deve misurarsi con il “reversibile” fenomeno migratorio sfuggito da ogni controllo, concordando una comune politica bilaterale di respingimenti con i Paesi di provenienza, contrastando vecchi e nuovi razzismi che incitano alla guerra dei poveri contro i più poveri. Le frontiere italiane del Mediterraneo “aperte” dall’Europa, anzi spalancate dai globalisti, non sono una difesa, ma anzi costituiscono una delle cause dell’insicurezza e della paura degli Italiani. Questa è utopia? Tutto il contrario. Siamo quanto mai razionali. Cosa c’è di più folle della schiavitù, della guerra, della barbarie imposta all’Italia dalle potenze estere occupanti fin dal 1945 quando scoppiò la guerra fredda che avrebbe paralizzato l’Europa per oltre 70 anni? Cosa c’è di più folle delle novanta bombe termonucleari americane nelle basi militari italiane, sempre pronte all’uso contro la Russia? Le sinistre non avevano denuclearizzato l’Italia nell’Anno Domini 1987, condannandola alla dipendenza energetica? E non è forse proprio questa la vocazione di tutti i globalismi, i nazismi e razzismi usurari bancocratici: demolire la Democrazia parlamentare dei Paesi sovrani, disarticolandone le società e le istituzioni politiche, come accade in Grecia e in Italia? Il Regno Unito con la Thatcher e la Brexit ha saputo prevenire questa dolorosa sorte. Ora tocca all’Italia con l’Italexit. Certo che c’è un problema di sicurezza e lo Stato deve garantire la sicurezza di tutti i cittadini, recuperando la propria sovranità monetaria e il proprio diritto d’imperio sul suolo patrio. Per questo, e giustamente, deve avere il monopolio della difesa dell’ordine pubblico e delle finanze. Vi è chi ha paura, è comprensibile, ma essa si supera cambiando sul serio la Nazione, e cioè riportando la persona umana e i temi dell’eguaglianza e della libertà al centro della Politica. La sicurezza dei cittadini si ottiene prima di tutto con una forte risposta istituzionale dello Stato sovrano su tutto il territorio, finalmente strappato alle mafie, contrastando ogni situazione che generi degrado dalle periferie ai centri storici, emarginazione e povertà, e combattendo ogni illegalità, a cominciare dalla grande criminalità organizzata, come le mafie e il terrorismo internazionale con i quali lo Stato deve smetterla di scendere a patti! Il diavolo non li rispetta mai. I fatti purtroppo lo dimostrano quotidianamente: non è mai esistito né mai esisterà un globalismo usurario bancocratico senza violenza. La Storia ha amaramente dimostrato che lo strumento principale del comunismo è la violenza in ogni sua forma, fino all’apoteosi delle Guerre Umanitarie esportatrici di democrazia e di igiene nel mondo, che purtroppo vedono la partecipazione anche dell’Italia fin dalle prime “fake news” dell’Anno Domini 1990. Urge allora la firma dell’appello “Mai più globalismi, mai più razzismi”, per ribadire con forza la richiesta dello scioglimento immediato delle organizzazioni globaliste e così realizzare finalmente e pienamente la XII disposizione della Costituzione Italiana che vieta la “riorganizzazione sotto qualsiasi forma del partito fascista” oggi identificabile in un ben definito ampio progetto politico transpartitico. L’escalation di violenza a cui stiamo assistendo in questi giorni nasce anche da un ritardo di risposta dello Stato su questo tema. Tale scioglimento è necessario per garantire l’ordine democratico e repubblicano pienamente sovrano sul territorio nazionale. Lo chiederemo anche al prossimo Governo, qualsiasi esso sia grazie al Rosatellum. Come scrivono Paolo Becchi, professore ordinario di Filosofia del Diritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova, e l’avvocato Giuseppe Palma, “alcuni noti sondaggisti italiani continuano ad affermare che all’indomani delle elezioni nessuna lista o coalizione di liste avrà la maggioranza per governare. Visto il sistema elettorale “ibrido” possiamo comprendere le difficoltà degli istituti di statistica, ma noi abbiamo dimostrato che, al verificarsi di determinate condizioni, non è affatto così. Si consideri che il Rosatellum non è una legge elettorale proporzionale, o quantomeno non lo è di fronte ad un sistema politico con tre o addirittura 4 poli. È vero che quasi i 2/3 dei seggi sono attribuiti col sistema proporzionale (tanti seggi quanti sono in proporzione i voti ottenuti da ciascuna lista) ma è anche vero che manca il voto disgiunto con conseguente estensione automatica del voto dai collegi plurinominali a quelli uninominali e viceversa. Ciò produce effetti in gran parte maggioritari. Ci spieghiamo meglio. La legge elettorale con la quale andremo a votare il 4 marzo prevede che poco più di 1/3 dei parlamentari siano eletti col sistema maggioritario dei collegi uninominali a turno unico (sistema all’inglese detto anche first-past-the-post) mentre poco meno di 2/3 col sistema proporzionale. L’elettore avrà una sola scheda elettorale per ciascuna delle due Camere e potrà barrare il nominativo del candidato dell’uninominale o scegliere la lista o le liste (in caso di coalizione) ad egli collegate, ovvero entrambe le cose. Non potrà tuttavia esprimere voto disgiunto, cioè non avrà la possibilità di scegliere una lista del proporzionale e un candidato dell’uninominale che non siano tra loro collegati. Ciò determina un “effetto-traino” che rende il Rosatellum una legge sostanzialmente maggioritaria. Cosa vuol dire? È molto semplice. La lista o la coalizione di liste che nei collegi plurinominali otterrà all’incirca il 38-40% dei voti vedrà estendere tale percentuale anche ai candidati collegati nei collegi uninominali, nei quali ottiene il seggio quello che prende un solo voto in più degli altri (è sufficiente la maggioranza relativa). Ciò determina un effetto largamente maggioritario della legge, con la conseguenza che la lista o la coalizione di liste che avrà raggiunto il 38-40% dei voti nei collegi plurinominali si vedrà attribuire circa il 70% dei seggi assegnati dai collegi uninominali. Facciamo due conti limitandoci all’esempio della Camera dei deputati: col 38-40% dei voti ottenuti nei collegi plurinominali si conquistano circa 154 seggi su 386 della quota proporzionale e circa 161 su 232 di quelli attribuiti col sistema dei collegi uninominali. In totale 315, ai quali vanno aggiunti i seggi attribuiti col sistema proporzionale puro della circoscrizione Estero più un residuo numero di seggi (attribuiti pro-quota) che scaturiscono dai voti ottenuti da quelle liste che non supereranno la soglia di sbarramento del 3% su base nazionale (se non coalizzate) oppure dell’1% se coalizzate. Ragionevolmente, siamo nell’orbita di circa 325 seggi, quindi oltre quota 316 che è la maggioranza assoluta a Montecitorio. Per il Senato la situazione è pressoché similare. Nonostante l’evidenza dei numeri, alcuni sondaggisti, tra cui il rinomato Nando Pagnoncelli, continuano ad affermare che dalle urne non uscirà alcuna maggioranza, senza tener conto delle nostre critiche circonstanziate. Detto questo, occorre spiegare meglio il funzionamento del Rosatellum. Particolarmente interessante è il meccanismo d’elezione dei candidati dei collegi plurinominali (circa i 2/3 della nuova composizione parlamentare). Non sono ammesse le preferenze, quindi l’elettore troverà i nominativi dei candidati indicati sulla scheda elettorale (da un minimo di due ad un massimo di quattro per ciascuna lista e per ciascun collegio) ma non potrà scegliere il candidato dal quale intende essere rappresentato in Parlamento. La loro elezione avverrà in proporzione ai voti ottenuti da ciascuna lista e in ordine decrescente a seconda di come sono stati posizionati sulla scheda elettorale dalle segreterie di partito, con la conseguenza che risulteranno eletti quelli posizionati al primo e, al Massimo, al secondo posto. Un meccanismo che collide con l’orientamento delineato dalla Corte costituzionale con la sua sentenza sul Porcellum (la num. 1/2014): la Consulta ha infatti dichiarato l’incostituzionalità di quella legge anche in ordine all’impossibilità di esprimere preferenze. I sostenitori del Rosatellum sostengono d’altro canto che la successiva sentenza della Corte, quella sull’Italicum (la num. 35/2017), non abbia dichiarato l’incostituzionalità di questa legge elettorale in ordine ai capi-lista bloccati. È vero, ma l’Italicum consentiva all’elettore la facoltà di esprimere fino a due preferenze per i candidati (fatto salvo il capo-lista bloccato), facoltà che il Rosatellum esclude. La differenza, come si può facilmente notare, è abissale. Gli aspetti critici del Rosatellum si estendono anche all’elezione dei candidati dei collegi uninominali. Ferma restando la violazione del principio del “voto libero” stante l’assenza in capo all’elettore della facoltà di esprimere voto disgiunto, l’elezione dei candidati dei collegi uninominali rispetta il principio del “voto diretto” previsto dalla Costituzione, ma con una particolarità quantomeno bizzarra rappresentata da un ampio paracadute nei plurinominali per gli sconfitti dell’uninominale. In pratica ciascun candidato dei collegi uninominali potrà candidarsi fino ad un massimo di 5 collegi plurinominali, con la conseguenza che chi subirà sonore bocciature nel voto diretto degli uninominali potrà risultare eletto grazie al “ripescaggio” dai collegi plurinominali, vanificando in tal modo la scelta dell’elettore espressa negli uninominali. Il “paracadute” ha un senso solo se previsto nei limiti fissati dal Mattarellum originario del 1993, quando i candidati dei collegi uninominali si potevano candidare al massimo in un solo collegio plurinominale, in modo tale da porre un argine agli effetti eccessivamente maggioritari del sistema first-past-the-post. Le cinque pluricandidature previste dal Rosatellum vanno invece nella direzione opposta, cioè quella di vanificare il “voto diretto” espresso dall’elettore per i candidati dell’uninominale. Di questo e di tanto altro ancora, compresa un’analisi dettagliata dei profili di incostituzionalità della nuova legge elettorale, ce ne siamo occupati nel nostro ultimo libro dal titolo: “I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi. Dal proporzionale puro della Prima Repubblica al Rosatellum”, edito a dicembre da Key editore”. Come si vota Domenica 4 Marzo 2018 alle Elezioni Politiche italiane (dalle ore 7 alle 23)? In pochi l’hanno capito. È uno dei sistemi elettorali tra i più complessi dell’intera Storia repubblicana italiana. Per questo motivo ecco un “vademecum” completo sulla scheda elettorale e su come si vota correttamente per evitare di ritrovarsi il voto annullato. Il rischio è concreto, quindi è bene fare molta attenzione. All’elettore che ha compiuto il venticinquesimo anno di età verranno consegnate due schede, una per l’elezione della Camera dei deputati e l’altra per il Senato della Repubblica, mentre agli elettori maggiorenni (con età inferiore ai venticinque anni) una sola scheda, quella per l’elezione dei deputati. Il sistema di espressione del voto è identico per entrambi i rami del Parlamento, per cui alla Camera 386 deputati saranno eletti col sistema proporzionale in 63 collegi plurinominali, mentre 231 col sistema dei collegi uninominali (a loro volta collegati ai collegi plurinominali, nella misura in media di 4 collegi uninominali per ciascun collegio plurinominale) dove risulterà eletto il candidato che in ciascun collegio otterrà più voti rispetto agli altri. Al Senato 193 senatori saranno eletti col sistema proporzionale in 33 collegi plurinominali, mentre i restanti 115 col sistema dei collegi uninominali. Non è ammesso il voto disgiunto, quindi non è possibile votare la lista prescelta e il candidato dell’uninominale che non sia collegato a quella lista, e viceversa, cioè non sarà possibile esprimere il proprio voto in favore di un candidato dell’uninominale e contemporaneamente per una lista che non sia a lui collegata nel plurinominale. Ciò determina l’estensione automatica del voto dai collegi plurinominali a quelli uninominali e viceversa. Nella parte sovrastante le liste o le coalizioni di liste, l’elettore troverà i nominativi dei candidati del collegio uninominale, mentre sotto a questi troverà le liste o le coalizioni di liste ad essi collegate nel plurinominale dove, a fianco di ogni lista, sono indicati i nominativi dei candidati del collegio plurinominale (da un minimo di due a un massimo di quattro per ciascuna lista). Primo esempio: l’elettore esprime il proprio voto in favore del candidato del collegio uninominale e contestualmente in favore di una lista a lui collegata nel collegio plurinominale. Il voto è valido e va attribuito sia al candidato dell’uninominale prescelto che alla lista votata. Secondo esempio: l’elettore esprime il suo voto in favore del candidato del collegio uninominale senza esprimere alcun voto di lista. Il voto è valido e va attribuito al candidato dell’uninominale prescelto e distribuito automaticamente in favore delle liste a lui collegate nel plurinominale, in proporzione ai voti ottenuti da ciascuna lista (distribuzione proquota). Terzo esempio: in tal caso il candidato del collegio uninominale prescelto è collegato nel plurinominale a una sola lista che in questo esempio l’elettore ha deciso di non barrare. Il voto è valido e va attribuito al candidato dell’uninominale prescelto e distribuito automaticamente in favore dell’unica lista a lui collegata nel plurinominale, anche se non barrata. Quarto esempio: l’elettore ha deciso di esprimere il proprio voto solo in favore di una lista del collegio plurinominale, senza esprimere il voto in favore del candidato ad essa collegato nell’uninominale. Il voto è valido e va attribuito sia alla lista prescelta che al candidato dell’uninominale collegato, anche se non barrato. Quinto esempio: è identico a quello precedente, con la particolarità che l’elettore ha espresso il proprio voto in favore di una lista coalizzata con altre liste. Il voto è valido e va attribuito sia alla lista prescelta che al candidato collegato nell’uninominale, anche se l’elettore non ha barrato il suo nome. Sesto esempio: l’elettore esprime il proprio voto in favore di un candidato del collegio uninominale ma anche per una lista a lui non collegata nel plurinominale. Il voto è nullo perché non è ammesso il voto disgiunto. Settimo esempio: ricordiamo all’elettore che non è possibile esprimere, per quanto riguarda i collegi plurinominali, un voto di preferenza. In questo esempio l’elettore appone il proprio voto sul nominativo di un candidato di una determinata lista del collegio plurinominale. Il voto è nullo in quanto la legge elettorale vieta di esprimere le preferenze. È inoltre vietato scrivere nomi o numeri, pena l’annullamento del voto. L’elezione dei candidati dei collegi plurinominali avviene con metodo proporzionale sulla base dei voti ottenuti da ciascuna lista, risultando eletti i candidati a seconda di come sono stati posizionati sulla scheda elettorale dalle segreterie di partito, in ordine decrescente (dal primo all’ultimo) con la conseguenza che risulteranno eletti, per le liste più votate, solo quelli posizionati ai primi posti, mentre per le liste minori solo i candidati posizionati al primo posto, con la particolarità che i partiti più piccolo, quelli che supereranno di poco la soglia di sbarramento, eleggeranno il solo capolista nella misura di un eletto ogni quattro-cinque collegi plurinominali. Per la prima volta nella Storia delle elezioni italiane, l’elettore troverà sulla scheda delle brevi istruzioni di voto. Tanto è “semplice” il sistema che il Parlamento ha deciso di inserire addirittura sulla scheda una spiegazione di quattro righe su come si deve votare per non sbagliare. Inoltre, sempre per la prima volta, ciascuna scheda sarà dotata di un tagliando antifrode, per cui sarà difficile porre in essere eventuali sostituzioni di schede, limitando in tal modo i casi di brogli elettorali. Ciò che l’elettore deve conoscere è anche il meccanismo delle soglie di sbarramento. Per tutte le liste dei collegi plurinominali, quindi sia per quelle coalizzate sia per quelle non coalizzate, la soglia è del 3% su base nazionale, sia per la Camera sia per il Senato. Quindi quelle liste che non raggiungeranno il 3% non avranno diritto all’attribuzione di seggi in Parlamento. Che fine fanno questi voti? Vengono sommati e distribuiti pro-quota (cioè in proporzione ai voti ottenuti) alle liste che hanno invece superato la soglia di sbarramento. Ma con una particolarità per le liste coalizzate. I voti dati a queste liste, se otterranno almeno l’1% dei voti a livello nazionale, verranno distribuiti pro-quota alle sole altre liste della coalizione. Visti questi particolari meccanismi, suggeriamo all’elettore, al fine di non commettere errori e per semplificare le modalità di voto, di barrare soltanto il simbolo della lista prescelta, previa un’attenta lettura dei nominativi dei candidati indicati a fianco della lista stessa e del nominativo del candidato dell’uninominale collegato. Per parte nostra e amor di Patria, insisteremo e non ci fermeremo. La nostra voce di oggi sull’antiglobalismo italiano è un momento importante ma non è un momento conclusivo. Andremo avanti, tutti insieme, con la forza preziosa della nostra unità e del nostro impegno non violento. L’antiglobalismo è non violento. O non è. Lo diciamo con forza anche in relazione ai fatti di questi giorni. Quello che è certo è che globalismo e razzismo costituiscono un pericolo per la Democrazia in Italia, che dobbiamo sventare tutti insieme. Le nuove Partigiane e i nuovi Partigiani “combattono” anche per questo, per un mondo di pace, di solidarietà, di prosperità e di fraternità, seguendo gli esclusivi interessi dell’Italia. La Patria. Arrivederci al 2 Giugno 2018 per onorare tutti insieme il 72mo anniversario dell’Assemblea Costituente. Arrivederci in ogni strada, piazza e quartiere della nuova Italia. La nostra forza è la nostra unità. Il nostro impegno per un mondo più giusto, libero e non violento. Il nostro sogno è l’impegno quotidiano per dare ai nostri figli, nipoti, pronipoti e alle generazioni che verranno una Italia di pace, di libertà, di prosperirà e di giustizia sociale sulla Terra e nello Spazio. Ai soldati, marinai, avieri, carabinieri e finanzieri, di ogni ordine e grado ed in modo speciale a quanti sono impegnati nei teatri operativi mondiali extraterritoriali nelle “incostituzionali” Guerre Umanitarie imposte all’Italia dalle altre potenze, giunga la gratitudine del Popolo italiano e nostra personale. Consigliamo la lettura della “Enciclopedia giuridica della Sovranità per un sano patriottismo costituzionale”, a cura di Giuseppe Palma, con prefazione di Paolo Maddalena, già vicepresidente della Corte Costituzionale: 1400 pagine per Amore della Patria. La nostra Costituzione Italiana è stata fonte d’ispirazione per le Costituzioni di altri Paesi e per alcuni aspetti è stata praticamente copiata in particolare dalla Spagna, dal Portogallo, ma anche dalla Svezia. È l’unica che abbiamo. È l’unica a cui abbiamo prestato solenne Giuramento. Siamo Partigiani e Patrioti della verità. Sciogliamo i partiti e i movimenti globalisti! Mai più fascismi finanziari! Mai più razzismi contro l’Italia! Viva le Forze Armate, viva la Costituzione, viva la Democrazia, viva la Repubblica, viva la Pace, viva l’Italia!
© Nicola Facciolini

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