QUANDO L’ARINGA DURAVA DA NATALE A PASQUA


UNA STORIA VERA, LA STORIA DI CHI NON AVEVA NIENTE EPPURE AVEVA TUTTO

Questa è una storia vera, quelle storie che ti riscaldano il cuore, un racconto tramandato dai miei avi. Nella piccola frazione di Carsoli, Villa Romana, come in ogni paesino degli anni cinquanta, si viveva con la pastorizia, l’orto, e per le donne piu’ fortunate, in servizio alle famiglie facoltose nella capitale. Mia nonna, tramite una parente, ogni tanto si recava a Roma, a servizio di un’agiata famiglia. Un anno, in prossimità del santo Natale, mia nonna ricevette un aringa affumicata sottolio, che riportata a casa, sembrava la luce eterna della casa. Mia madre e mio zio, sempre grazie al racconto di mia nonna, al vedere quel pesce restarono abbagliati dalla gioia di qualcosa di diverso, qualcosa mandato dai signori, qualcosa arrivato dalla tavola dei ricchi. Ogni sera al calor del camino, mia nonna faceva passare ad ognuno di noi una fetta di pane calda sull’Aringa, un momento Aureo, che oggi puo’ esser interpretato come ingenuità. La regola di questo rito, era insaporire il pezzo di pane con solo due pressate sul pesce, guai a premere forte. Serata dopo serata l’aringa diventava sempre piu’ scheletrica e secca, ma questa straordinaria favola durò fino a Pasqua, quando mia nonna celebrò l’ultimo sforzo di quella prelibatezza in un ricco sugo per la polenta. Queste sono e favole vere, vissute, povere ma ricche nel cuore, nei gesti, nella sostanza, nell’anima.

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