A SPASSO CON SILONE


di Alina Di Mattia

Chissà quali pensieri affollavano la mente di Ignazio Silone quando, dal piazzale del Casale di Nucci di Aielli, si affacciava sul superbo ed immenso panorama della Valle del Fucino.Ignazio Silone

“Non l’avevo mai visto a quel modo, tutt’insieme, davanti a me e ‘fuori di me’, con la sua valle.” Avrà pensato ricordando la prima volta in cui vide il suo paese dai campi, e le cui impressioni narra in Uscita di sicurezza trasmettendo al lettore quel senso di appartenenza ad un popolo forte, resiliente, abituato alla sopravvivenza e forgiato da profondi valori arcaici e conservati nel tempo.

Chissà, dunque, quante volte avrà diretto lo sguardo su quel lago che non c’era. Quante volte, nel farlo, il pensiero sarà andato stizzito “al sedicente principe Torlonia”, quel “padrone di tutte le terre” o, come fu appellato dal re Vittorio, “il principe del Fucino”, uno speculatore senza scrupoli ricordato in Abruzzo per l’epica e contestata impresa del prosciugamento delle acque del terzo lago più grande d’Italia al fine di impossessarsi di 16.500 ettari di terreno, e contro il quale lottavano i famosi ‘cafoni’ per ottenere le terre da lavorare rivendicando l’antico diritto di pesca su quello che fu il lago di Fucino.

Così come gli antichi marsi riparavano ad Agella in tempi arcaici e gli agellani ad Agellum nel medioevo, lo scrittore amava rifugiarsi sullo sperone su cui si adagia il caratteristico paese di Aielli Alto e deliziarsi dei prodotti locali offerti da quei luoghi che, quarant’anni dopo, faranno da scenografia alla trasposizione cinematografica del suo primo romanzo, Fontamara, con l’eccezionale regia di Carlo Lizzani e il cui interprete principale è l’attore Michele Placido che, proprio in questi giorni, in occasione del quarantennale della morte dello scrittore nonché dell’uscita dello stesso film, ha ricevuto la cittadinanza onoraria dal ridente borgo marsicano.

Quel giovedì di ottobre del ’73, lo scrittore infilò la giacca in tweed Donegal, indossò l’immancabile cappello e si diresse alla volta di Aielli Alto dove avrebbe pranzato con l’amico Enio Nucci.

Conosceva bene quei luoghi Silone, ne conosceva ogni campo, ogni strada, ogni chiesa, ogni volto bruciato dal sole, e ne dà ampia dimostrazione in Vino e Pane quando parla della “strada ferrata e la via Valeria che, tra campi di fieno, di grano, di patate, di bietole, di fagioli, di granturco, portava ad Avezzano” o in Una manciata di more in cui racconta del “sentiero della selva” familiare ai pescinesi. E di sicuro conosceva Vincenzo u’ mulinar’, mio nonno, e quell’unica vigna a confine con la statale marsicana che percorre, in alcuni tratti, proprio le antiche sponde del lago prosciugato.
Era quasi l’ora di pranzo e Vincenzo Di Mattia si apprestava a fare ritorno a casa.
Mi piace immaginare – ma forse immaginazione non è – che  Ignazio Silone abbia voluto concedersi una pausa per assaggiare un chicco d’uva, magari portarsi via qualche grappolo prima della vendemmia, e mai lasciando intendere al suo interlocutore di avere davanti agli occhi uno dei più famosi scrittori al mondo le cui opere, ormai immortali, erano già state tradotte in diversi angoli del pianeta.

Salutò quel gentiluomo dal curioso accento ovidiano e, seguendo con lo sguardo buona parte del profilo della Bella Addormentata e lasciandosi il cimitero comunale alle spalle, il buon Secondo Tranquilli si diresse verso l’incrocio con la Tiburtina Valeria, quella storica via già menzionata, che univa il mar Tirreno al mar Adriatico passando per l’angusto valico di Forca Caruso e che, prima della realizzazione dell’autostrada, era l’unico percorso possibile dei mercanti e dei viandanti.
L’autunno era ormai alle porte e la tavolozza cromatica del foliage cominciava a dipingere la campagna abruzzese che, da lì a breve, sarebbe stata ricoperta da una coltre di neve bianca e candida. Ritornò con la mente ai gelidi inverni trascorsi a Zurigo, allorquando il suo sguardo si soffermò su un carro in costruzione dinnanzi al piazzale dell’abitazione di Min’cucc’ u’ facocchje, intento a curvare con perizia i cerchi di ferro delle ruote. Una scena di sapiente lavoro che non può essere sfuggita all’occhio dell’illustre osservatore, data la traiettoria del percorso, dopodiché, svoltato a destra in direzione del paese di Cerchio, Silone avrà certamente incrociato il giovane Mimin’ u’ rapin’, ma è poco probabile che il ragazzo, schivo e riservato, si sia accorto della presenza a pochi metri del prestigioso autore e di cui certamente aveva già letto tutte le opere.

[…] Era giorno di mercato a Cerchio, e la piazza era gremita di venditori e compratori, di sfaccendati e passanti.  A quell’ora, i rumori dello smontaggio dei banchi degli ambulanti, insieme a quello delle saracinesche delle botteghe in chiusura, si accavallavano agli schiamazzi dei bambini appena usciti da scuola e che salterellavano intorno al povero Colonnello, eroe di guerra, rientrato a Cerchio dopo le numerose torture subite.
Mo t’ spar’! urlò loro il Colonnello, puntando il pollice e l’indice sotto la tasca a mo’ di pistola.

Ignazio Silone rallentò per osservare meglio la scena.

Silone si fermò un istante per osservare l’insolita scena e mai immaginando che, qualche anno più tardi, quegli stessi ragazzini avrebbero prestato i loro volti ai cafoni del suo primo romanzo, Fontamara, nella trasposizione
cinematografica del regista Carlo Lizzani.

[…] Dalla parte opposta, alcuni vecchi facevano l’ultimo giro di briscola prima del pranzo, mentre ‘Min’cucc’ ciaccion’ raccoglieva gli ultimi bicchieri sui tavolini di legno.

In quel breve percorso e in meno di mezz’ora, lo scrittore aveva assistito ad uno spaccato di vita quotidiana di coloro che furono i discendenti di cacciatori e pescatori e che si ritrovarono loro malgrado contadini, di bellicosi condottieri marsi, di briganti, di superstiti di quel terribile terremoto del 1915 che riprogrammò tutte
le vite di chi sopravvisse, degli oppressi che si riscattarono con i vari Berardi Viola della Storia, dei nostri nonni e dei nostri antenati.
Tirò dritto Silone, senza neppure rallentare davanti alla bottega di Maria sacchetta il cui profumo di alici sottosale inebriava tutta la zona adiacente fino ad Annetta […].

All’improvviso, un sussulto dinnanzi a ciò che restava della vecchia farmacia di Tarsilla e delle rovine del terremoto del 1915. Una fitta al cuore e subito l’immagine della mamma Marianna, giusto il tempo di terminare l’impervia curva dietro il palazzo diroccato di Don Venanzio da cui si vedeva tutto il paese di Collarmele, quando il suo sguardo si posò su una bella e giovane donna vestita di nero e intenta a cucire. Elena la maglierista alzò lo sguardo malinconico per qualche secondo, mentre Silone proseguiva il suo viaggio tra la natura incontaminata di quei luoghi ai quali fu sempre radicato, come lo fu anche il Leopardi al suo ermo colle; quell’Abruzzo al centro del suo pensiero e del suo pensare che si ritrova anche ne L’avventura di un povero cristiano e che gli valse il famoso Premio Campiello nel 1968.

Un momento prima di varcare la soglia del ristorante, Silone si voltò ad ammirare lo straordinario mosaico di terreni coltivati e perfettamente allineati tra loro che si perdevano all’orizzonte e sui quali spiccavano, in primo piano, i tetti assolati delle case di Cerchio.

“Un villaggio come tanti per chi ci guarda da lontano; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo”. Pensò.

Mentre la sua vista spaziava all’orizzonte immaginando ancora una volta quel famoso lago che non c’era –  come del resto accade ancora oggi a chiunque sia nato e cresciuto in quei luoghi – un leggero vento autunnale condusse alle sue narici il profumo invitante della cucina del ristorante in cui era solito pranzare o cenare quando era a Pescina.

Con il suo fare garbato e nonostante potesse anticipare ogni sua scelta, Marcello Nucci, titolare del ristorante, consigliò alcune vivande del menù del giorno all’illustrissimo ospite.
Silone ordinò fettuccine al ragù di agnello come primo, agnello alla brace e contorno di fagioli in umido per secondo. Il tutto accompagnato da vino rosso corposo e granato della casa.

Con lo stesso fare garbato e soltanto dopo che gli ospiti avessero terminato di pranzare, il Nucci chiese un autografo con dedica allo scrittore, mai immaginando –  o forse sì – che quel signore schivo e riservato che parlava quattro lingue oltre al dialetto pescinese, ancora troppo poco apprezzato in Patria, un giorno sarebbe stato annoverato tra i più grandi autori del ‘900 quale “protagonista e testimone di un terremoto reale e di terremoti esistenziali”, come lo definì Liliana Biondi, docente di Critica letteraria presso l’Università degli Studi dell’Aquila.

 

La dedica di Ignazio Silone a Marcello Nucci, ormai sbiadita dal tempo

Cosa si dissero i due commensali, non ci è dato sapere.

Quel pomeriggio del 4 ottobre del 1973, lo scrittore uscì dal Casale di Nucci, salutò l’amico Enio, salì in macchina ed attraversò ancora una volta il paese di Cerchio per tornare alla sua Pescina. Giunto al bivio, sulla strada sterrata che portava direttamente a Fucino e a pochi passi dal Mulino, l’autore di Fontamara si fermò ad osservare tre bambini biondissimi in compagnia di un cane pezzato e sorvegliati da una giovane mamma, che contavano curiosamente le poche e rare automobili di passaggio sulla provinciale.

Ci guardò e di sicuro ci sorrise.

In ricordo di Cerchio sparita e in omaggio al nostro prestigioso conterraneo Ignazio Silone in occasione del quarantennale della sua morte (1978 – 2018).
Affinché mai e in nessun modo venga dimenticato chi siamo e cosa abbiamo combattuto.

Un vivo ringraziamento ad Enzo Nucci per aver condiviso con me gli straordinari ricordi del papà Marcello, grazie ai quali ho provato a far rivivere Silone “nel mio cosmo”.

Una versione opportunamente modificata è contenuta nel libro dedicato a Cerchio e alle festività di settembre del 2018.

 

About Alina Di Mattia

Alina Di Mattia
Autrice, conduttrice e responsabile di produzione di grandi eventi istituzionali. All'attività artistica e manageriale ha affiancato quella di scrittrice freelance. Si è occupata spesso di tematiche sociali ed ha all'attivo diverse pubblicazioni tra cui il saggio "Erano gli anni della TV dei ragazzi". E' tra i vincitori del Premio giornalistico Angelo Maria Palmieri 2018.

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