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QUEL CANTO POPOLARE ABRUZZESE DIVENTATO UNO DEI PIÙ GRANDI SUCCESSI DI DOMENICO MODUGNO


di Alina J. Di Mattia

La cultura popolare e le tradizioni d’Abruzzo sono intrise di straordinari frammenti del nostro passato, di racconti di vita quotidiana vissuta dai nostri avi e giunti fino a noi grazie all’antica usanza di cantare le storie, di musicare gli eventi e di trasformarli in canzoni, che ci lasciano immaginare una malinconia lontana e remota, e dolori che difficilmente potremmo comprendere oggi.

Canzoni di sofferenza come quelle dedicate all’emigrazione abruzzese dello scorso secolo che hanno fatto piangere milioni di italiani all’estero e che raccontano di madri e spose in lacrime, di calli e di sudore, di mancanze e nostalgie, di partenze senza ritorni, di silenzi e vuoti incolmabili.

Tra queste ce n’è una in particolare che ha una storia ancora poco conosciuta, “Amara terra mia”. L’abbiamo conosciuta attraverso la straordinaria voce di un indimenticabile Domenico Modugno, con le parole toccanti della conduttrice e autrice Enrica Bonaccorti. L’abbiamo ascoltata, quasi sempre distrattamente, dagli italiani d’oltreoceano, quegli emigrati sparsi in ogni angolo del mondo che ben conoscono il dolore dell’assenza.

Eppure la storia di questo brano va oltre gli anni d’oro di Modugno ed è legata proprio all’Abruzzo,  quella terra amara che induriva sempre di più le mani e restituiva sempre meno frutti, tanto da allontanare i suoi figli.

Nasce nei primi del ‘900 come canto di lavoro abruzzese intonato dalle raccoglitrici di olive della zona della Maiella. Il nome originario è “Nebbia alla valle”, conosciuta anche come “Addije, addije amore” che in una versione del 1964 di Giovanna Marini porta il titolo di “Casca l’oliva”,  e ci racconta di uomini che abbandonano la terra ed i loro affetti per cercare fortuna altrove e del saluto triste delle loro donne che si intona perfettamente con il grigiore del paesaggio autunnale, freddo e nebbioso.

La canzone fu portata al successo nel 1973 in una veste rinnovata e più moderna e grazie all’intensa interpretazione del compianto  Domenico Modugno, ne ha  conservato comunque il pathos originale.

Ce ne riappropriamo con piacere e ve la riproponiamo nella sua veste originale.

Nebbi’ a la valle  

Nebbi’ a la valle nebbi’ a la muntagne,
ne le campagne nun ce sta nesciune.
Addije, addije amore,
casch’e se coje… la live casch’a l’albere li foije.

Casche la live e casche la genestre,
casche la live e li frunne genestre.
Addije, addije amore,
casch’e se coije…la live  casch’a l’albere li foije.

Traduzione

Nebbia nella valle e nebbia sulla montagna
nella campagna non c’è nessuno
Addio, addio amore
cadono e si colgono le olive e cadono dall’albero le foglie.

Cadono le olive e cade la ginestra,
cadono le olive e le fronde di ginestra
Addio, addio amore
cadono e si colgono le olive e cadono dall’albero le foglie.

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