IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI BUCHENWALD


Il campo dell’orrore, gli esperimenti atroci delle SS

Il campo di concentramento di Buchenwald, istituito nel luglio 1937, fu uno fra più grandi campi della Germania nazista. Prende il nome dall’omonima località, sulla collina dell’Ettersberg, a circa otto chilometri da Weimar, nella regione della Turingia, nella Germania orientale. Fu costruito su una collina ricoperta di una fitta estensione di alberi di faggio.

Il campo, prima denominato Ettersberg, poi Buchenwald, fu istituito in un primo momento come luogo di detenzione preventiva e punizione per oppositori politici del regime nazista, criminali comuni, testimoni di Geova, tre categorie di prigionieri tedeschi. Il primo ad arrivare nel nuovo campo fu un gruppo di 149 persone che giunse a luglio del 1937. Alla fine di quello stesso anno, però, il campo poteva già contare su una popolazione di 2.561 prigionieri.

Fu eretto in un luogo isolato, al di fuori da sguardi indiscreti. Furono costruite cinquanta baracche, circondate da filo spinato elettrificato, vigilate da SS armate di mitragliatrici e dominate dall’enorme ciminiera dei forni del crematorio, situato a poca distanza dall’ingresso principale. Oggi la strada che attraversa il bosco di faggi e che porta al museo di Buchenwald è chiamata Blutstrasse (“via del sangue”), in memoria delle decine di migliaia di prigionieri che qui caddero.

Il campo, ossia il cosiddetto “campo grande”, comprendeva inizialmente tre parti: la zona per le SS, una per i detenuti, un’altra «adibita a zona industriale». L’ampliamento del campo portò alla costruzione di un ospedale, nel 1938, e a ulteriori 17 blocchi, nel 1942, «in una zona adibita a quarantena» e denominata “piccolo campo”. La popolazione concentrazionaria comprese nel tempo non solo uomini, ma anche donne e bambini.

«Buchenwald è stato uno dei campi affidati all’autogestione da parte dei “triangoli verdi” cioè dei delinquenti comuni» e fu il campo dove maggiormente fu sperimentato l’annientamento per mezzo del lavoro. All’interno del campo furono trattenuti un grosso numero di prigionieri di guerra russi. Oltre che nella costruzione del campo i deportati furono utilizzati in ben 130 campi e sottocampi esterni. Alcuni detenuti vennero utilizzati come manodopera per gli stabilimenti della BMW, in particolare quello di Eisenach e Abteroda.

I “beneficiari” del lavoro forzato dei denutriti “uomini a strisce blu” non opponevano mai resistenza, né vincoli morali alle pratiche terroristiche delle SS e dei Kapo, rendendosi complici e, talvolta, anche diretti responsabili.

Una caratteristica del campo, che dimostrò il sarcasmo umiliante e l’immoralità dei nazisti, fu quella dei “cavalli cantanti”. I “cavalli”, perché come animali venivano trattati, furono i prigionieri, costretti e minacciati, mentre trainavano carri con carichi pesantissimi, a cantare.

Periodicamente venivano selezionati i prigionieri che erano ancora in grado di lavorare, dunque lo staff delle SS inviava coloro che risultavano troppo deboli o incapaci di continuare a Bernung o Sonnenstein. In questi luoghi i prigionieri venivano uccisi con il gas. All’interno del campo i prigionieri troppo debilitati venivano uccisi per mezzo di iniezioni di fenolo, somministrate dai dottori delle SS. Il personale medico includeva 70 medici e ben 280 infermieri.

«La presenza fra i deportati di numerosi dirigenti politici, in special modo del partito comunista, favorì i contatti fra i vari gruppi nazionali esprimendosi in una solidarietà grazie alla quale fu possibile aiutare i più deboli e perfino salvare da sicura morte, nascondendoli con ingegnosi accorgimenti, alcuni che gli aguzzini avevano condannato per motivi spesso futili».

Dalle testimonianze certificate dei sopravvissuti, il “quadro” che ne esce sui crimini perpetrati giornalmente a Buchenwald è sconvolgente, con un vasto campionario di comportamenti riprovevoli da parte di aguzzini nazisti e medici criminali: lavoro massacrante fino a quindici ore al giorno, gravi sevizie e violenze compiute sui prigionieri, atti di sadismo, condizioni igieniche e sanitarie tali da favorire epidemie, esecuzioni sommarie per futili motivi, cibo scarso al limite della fame ed esperimenti su cavie umane.

Un testimone oculare (René Séglat, matricola 41.101 di Buchenwald, classificato “terrorista comunista” identificato dal triangolo rosso) ha raccontato particolari su come si svolgeva la vita nel campo: «Gli occupanti di tutte e 61 le baracche, o blocchi, dovevano alzarsi verso le quattro e trenta del mattino. Uscivamo a torso nudo e spesso dovevamo spezzare il ghiaccio per poterci lavare. Sani o malati, tutti dovevano ubbidire. Poi c’era la distribuzione del pane: una razione giornaliera di 200 – 300 grammi di pane insipido, con un sottile strato di margarina e qualcosa che somigliava vagamente alla marmellata. Alle 5.30 tutti venivano convocati per l’appello. Che esperienza terribile era portare fuori sulle spalle quelli che erano morti durante la notte! L’odore acre dei cadaveri bruciati ci ricordava i nostri compagni. Eravamo sopraffatti da sentimenti di ripugnanza, disperazione e odio, perché sapevamo che avremmo potuto facilmente fare la stessa fine. Il mio lavoro nel BAU II Kommando consisteva nello scavare fosse senza alcuno scopo. Appena avevamo terminato di scavare la fossa, profonda un paio di metri, dovevamo riempirla daccapo altrettanto scrupolosamente. Il lavoro iniziava alle 6.00 di mattina; a mezzogiorno c’era un intervallo di mezz’ora, dopo di che andavamo avanti fino alle 19.00. Spesso sembrava che l’appello serale non finisse mai. Ogni volta che sul fronte russo i tedeschi avevano subìto pesanti perdite, l’appello poteva durare anche fino a mezzanotte».

Un aspetto particolare, che dimostrò di quanto poco potesse valere la vita a Buchenwald, fu quello degli esperimenti medici sui prigionieri. Trattati come cavie, centinaia di internati furono sottoposti ad esperimenti molto pericolosi. Di alcuni di questi esperimenti, i medici conoscevano già il risultato: morte certa. L’intento «scientifico» era quello di verificare reazioni, resistenza e tempi prima del decesso.

I medici di Buchenwald condussero una serie di pericolosi esperimenti sugli internati usandoli come cavie. Per alcuni esperimenti si hanno dati certi, grazie a documenti e diari che hanno trattato in maniera particolareggiata questi esperimenti, per altri i dati sono scarsi e gli studiosi dell’olocausto cercano di ricostruirne l’entità e la portata, cercando di stabilire anche l’effettivo numero di vittime. Si sa di certo, per esempio, che a Buchenwald furono condotti esperimenti sulla febbre gialla e l’influenza. Si conosce «con certezza che gli infettati furono 485 prigionieri, di cui 90 olandesi», ma non si conosce invece quante furono le vittime di questo procedimento.

Tra dicembre 1943 ed ottobre 1944 un altro tipo di esperimento crudele occupò i medici di Buchenwald, riguardante la reazione ad alcuni veleni sull’uomo. Il veleno veniva messo nei cibi dei prigionieri, senza che questi ne fossero a conoscenza. A quel punto la maggioranza dei prigionieri moriva «quasi subito, coloro che sopravvivevano venivano invece uccisi per consentire le autopsie». In questo tipo di esperimento, vennero anche sparati sui prigionieri proiettili avvelenati, allo scopo di testarne l’efficacia. In questo tipo di esperimento si distinse il capo dell’ufficio di igiene del servizio medico delle SS, Joachim Mrugowsky, che alla fine della guerra fu processato e poi impiccato nel 1948.

Il dott. Hans Eisele fu invece responsabile a Buchenwald di tutti gli esperimenti di vivisezione compiuti sui prigionieri. Un altro “studio” di Eisele riguardò «il meccanismo del vomito». Per provocarlo somministrava iniezioni di apomorfine agli internati. Si calcola che almeno 300 prigionieri ebrei olandesi siano stati uccisi da questo tipo di esperimento. Aiutante di Eisele in questi “studi”, fu il dottor Neumann.

Il dottor Ellenback condusse invece esperimenti sui gruppi sanguigni. Molto attivo in questa pratica criminale fu il dottor Bruno Weber che «operava trasfusioni tra persone di gruppi sanguigni differenti», con il solo scopo di studiarne il decorso mortale.

IL VALORE DELLA VITA, IL CORPO, LE EMOZIONI, I SENTIMENTI, L’ANIMA……..NON ESISTEVANO PIU’, LA MORTE ERA GIA’ LA NOSTRA PADRONA

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About Ivan Cicchetti

Ivan Cicchetti
Nasce a Roma nel 1978, scrittore, poeta, novellista e librettista teatrale. Nel 2008 e nel 2009 è stato responsabile della sala stampa della mostra internazionale AQUILA ANTIQUA a L'Aquila. E' stato collaboratore di diverse testate giornalistiche abruzzesi. Attualmente resp. sala stampa del Talent ONLY FOR NUMBER ONES in Calabria, e resp. della sala stampa e produttore del talent LA NUIT D'ETOILE D'OR . Resp. nazionale delle comunicazioni istituzionali dell'OPES DANZA. Presidente della Royal Stage Academy e della The Soul Flies Academy Dance. Resp. delle comunicazioni ed immagine del ballerino di pizzica Stefano Campagna. Da Settembre 2017 collabora come giornalista con la testata IL FARO 24 NEWS