Il Trionfo della Santa Russia del Presidente Putin nel segno di San Nicola


L’Aquila / Il Trionfo della Santa Russia del Presidente Putin nel segno di San Nicola, Sant’Andrea, San Sergio e San Giorgio per gli Stati Uniti di Europa. Il Natale e il Capodanno in Russia per gli Eroi. Andiamo verso un nuovo concerto mondiale delle potenze, con l’America in posizione di supremazia ma non egemonica e la Russia che recupera lo status di grande potenza. Putin proclama la solenne vittoria in Siria contro le forze del male e cancella mille anni di russofobia: “I giovani non ricordano che cosa è successo negli Anni ‘90”. La canzone di Al Bano dedicata ai Siriani, “Natale a Damasco”, è stata ascoltata dal Signore Gesù. Ma a Nazareth  il sindaco che è di religione musulmana pare abbia voluto cancellare il Natale e Nazareth è la città per eccellenza del Cristianesimo: come tutti sappiamo Gesù è di Nazareth. L’Anno Domini 2018 sarà l’anno della Guerra del Gas in Europa. L’intervento russo è arrivato nel momento in cui era pragmaticamente necessario e indispensabile per salvare la situazione mondiale in Medio Oriente. Un trionfo da immortalare tra gli 80mila articoli nei 35 volumi della Grande Enciclopedia della Russia realizzata dai 120 membri dell’Accademia Russa delle Scienze e delle Università di Mosca e San Pietroburgo. L’Occidente si volta dall’altra parte, finge di non sapere, come nell’Ucraina armata dagli Usa e dalla Nato. Alla conferenza stampa annuale di Putin, il 14 Dicembre 2017, erano presenti ben 1640 giornalisti da tutto il mondo, accreditati dal Cremlino. Durante l’operazione contro i gruppi terroristici in Siria, le Forze Aerospaziali Russe hanno compiuto oltre 14mila missioni di volo, distruggendo circa 55mila islamisti, 394 carri armati e oltre 12mila tra armi e attrezzature militari. I piloti dei caccia delle Forze Aerospaziali Russe hanno effettuato 420 decolli dal ponte della portaerei Admiral Kuznetsov. Contro gli obiettivi più importanti dei terroristi sono stati impiegati missili ad alta precisione della gamma Kalibr, Iskander, Point U, X-55 e altri. “Abbiamo riposto molta attenzione alla dichiarazione del Presidente Putin. Nel corso di una campagna militare di due anni contro il terrorismo in Siria sono stati raggiunti dei risultati concreti. Tutte le parti coinvolte, compresa la Russia, hanno dato un forte contributo”, dichiara la Cina. L’influenza della Russia nel Mediterraneo e in Medioriente è in costante crescita grazie al Triumvirato russo-turco-iraniano, mentre il ruolo “imbarazzante” euro-statunitense è in continuo declino visti i risultati di 28 anni di Guerre Umanitarie occidentali a caccia di dittatori e terroristi sulla pelle di oltre 8 milioni di innocenti bombardati. Inutile è la obsoleta Nato, ormai strumento offensivo e non più difensivo, che ha negato alla Russia l’attracco nei suoi porti: le navi tricolori con gli stendardi di San Giorgio e Sant’Andrea per il dovuto rifornimento hanno potuto contare solo sulle proprie forze. I soldati Russi tornano in Patria vittoriosi. Qualsiasi Paese civile avrebbe dovuto fare quello che ha fatto la Russia di fronte a tanta barbarie perpetrata sui Siriani. Dal mio Paese, l’Italia dove alcuni vogliono cancellare il Natale, mi sarei aspettato lo stesso. Fa onore alla Russia agire così com’era giusto. Gli sconfitti (Usa, Nato, Europa, Israele, Arabia Saudita) si danno da fare: un rapporto pubblicato dal Pentagono rivela che negli ultimi tre mesi i militari statunitensi di stanza in Medio Oriente sono aumentati del 33%, dai 40.517 soldati di stanza nella Regione a Maggio ai 54.180 di Settembre. L’incremento maggiore è stato registrato in Bahrein dove ha sede il comando navale e dei marines nella Regione: il numero di soldati americani è passato in tre mesi da 6.541 a 9.335, con un aumento di 2.794 unità. Le forze armate Usa hanno basi in almeno 14 Paesi della Regione e, oltre al Bahrein, gli aumenti più significativi si sono registrati in Kuwait, Siria, Turchia e Qatar. In Kuwait il numero di militari Usa è passato da 14.790 a 16.592, in Turchia da 1.405 a 2.265 e in Qatar da 3.164 a 6.671. Alla faccia del discorso inaugurale della presidenza Trump! Di certo tra gli sconfitti nella guerra siriana c’è l’Europa, compresa l’Italia, schierata con i vari “ribelli” (non quelli di Star Wars!) e che ha subìto immani flussi di migranti e profughi tele-guidati, incassando la più alta minaccia terroristica della sua storia senza trarne alcun vantaggio. Una disfatta strategica per tutto il Vecchio Continente protagonista delle Guerre Umanitarie fin dall’Anno Domini 1991. La fine del conflitto in Siria e in Iraq imporrebbe inoltre agli Europei di provvedere a breve al rimpatrio dei tanti Siriani e Iracheni accolti come “rifugiati di guerra” e che in Europa hanno ottenuto l’asilo temporaneo. Nel giorno di San Nicola Vescovo, la festa del Babbo Natale cristiano, la Russia vince in Siria la guerra contro l’Isis, liberando il valoroso Popolo siriano. I Russi non si sono piegati né a Napoleone né a Hitler e in passato hanno saputo liberarsi dal giogo mongolo e farsi strada verso l’Europa e il Mediterraneo, sconfiggendo grandi potenze come il Regno di Svezia e l’Impero ottomano. La Russia è anche Europa da sempre. Il Presidente Putin avverte che se i terroristi “dovessero nuovamente alzare la testa, li attaccheremo con una forza che non hanno mai visto”. Nell’asfittico regime mediatico italiano, il trionfo della Russia sul male nella guerra di Liberazione della Siria (2015-17) invasa da Isis e mercenari che hanno provocato oltre 500mila morti, viene accolto con disperazione dagli analisti. Che dire? La vittoria è di Putin anche nelle battaglie dei gasdotti euroasiatici e dello sport pulito. Le tradizioni di Natale in Russia: San Nicola Taumaturgo venerato dal Presidente Vladimir Putin nella cattedrale di Cristo Salvatore nell’evento ecumenico di popolo più rilevante dopo il Concilio. Il Patriarca cristiano Kirill di Mosca e di tutte le Russie, nel suo discorso nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, accogliendo la reliquia di San Nicola, insegna: “A molti avvenimenti gli uomini sono inclini ad attribuire l’epiteto “storico”, ma il tempo passa e di questo cosiddetto avvenimento storico non rimane nulla, né nei fatti né nella memoria delle persone. Ma l’evento che in questo momento sta avvenendo sotto i nostri occhi e con la nostra partecipazione, è realmente un evento storico, denso di molti significati. Forse, noi non possiamo cogliere tutti questi significati, ma certamente questo evento storico si rifletterà sulla vita della nostra Patria, sulla vita del nostro Popolo, sulla vita della nostra Chiesa. Nicola è stato ed è ancora oggi il Santo numero uno nella Russia. Probabilmente questo evento straordinario non avrebbe mai visto la luce se non ci fosse stato il mio incontro con Sua Santità il Papa di Roma Francesco. Noi ci incontrammo a l’Havana in quel tempo particolare in cui i cristiani del Medio Oriente stavano attraversando e, purtroppo, ancora oggi attraversano momenti drammatici, tempi in cui si intraprendono tentativi di eliminare la loro presenza nei luoghi ai quali il cristianesimo è legato nel corso di tutta la sua storia, da dove prese origine. Mossi dalla preoccupazione di fermare l’eliminazione dei cristiani in questa regione, come le persecuzioni negli altri paesi, Sua Santità il Papa Francesco ed io prendemmo la comune decisione di incontrarci di persona e fare appello a tutti di prestare attenzione alla tragedia del cristianesimo contemporaneo e non soltanto in Medio Oriente ma anche nei paesi che orgogliosamente si autodefiniscono civilizzati. Siamo convinti che San Nicola, venerato dall’Oriente e dall’Occidente, sia ora in preghiera dinanzi a Dio per tutti noi. Oggi noi siamo ancora divisi nella misura in cui i problemi teologici trasmessi dall’antichità non ci danno la possibilità di ricostituire l’unità. Ciò nondimeno, come hanno previsto molti santi uomini, se il Signore vorrà riunire tutti i cristiani, ciò avverrà non per i loro sforzi, non in virtù di passi ecclesiastico diplomatici quali che siano, non per qualche accordo teologico, ma solo se lo Spirito Santo riunirà tutti coloro che professano il nome di Cristo”. Poi, stilando il bilancio, Kirill rivela: “Ben 2,3 milioni di fedeli hanno venerato le reliquie di San Nicola. Viviamo in un’epoca e in un mondo sempre più difficile e complicato che non possiamo ignorare e ogni gesto, ogni azione diventano densi di significato. A partire da ciò che stiamo vivendo. Che cos’è questo momento? Non è solo diplomazia! È la prima volta nella storia dei rapporti tra le due Confessioni cristiane che i due primati di Oriente e Occidente si sono accordati perché avvenisse quello che stiamo vivendo. Non è un dialogo teologico questo, ma di popolo e di devozione. Quando le Commissioni cattoliche e ortodosse si incontrano e si discute a livello teologico certo questo è un ulteriore contributo allo sviluppo dei rapporti, ma nessuno legge i documenti; nessuna trasmissione televisiva o nessun giornale riporterà qualcosa. Questo evento invece ha colpito l’immaginazione di tutto il popolo cristiano, per questo tutti ne hanno parlato”. Davvero è importante e fondamentale fermare ogni conflitto e divisione e invocare il dono dello Spirito Santo. “Con la diplomazia non si raggiunge alcun effetto! Bisogna andare oltre e incitare e sviluppare forme devozionali, partendo dai pellegrinaggi, come questo della traslazione della reliquia a Mosca e a San Pietroburgo. Nel dialogo ecumenico, un ruolo fondamentale possono ricoprirlo i numerosi monasteri sia orientali sia occidentali, perché i monasteri sono i custodi delle tradizioni”. San Nicola il Taumaturgo è il Babbo Natale di rosso e blu vestito nelle tradizioni occidentali e russe. “San Nicola – osserva p. Ciro Capotosto OP – è il santo per eccellenza per il popolo russo fin dall’Anno Domini 1100 quasi quanto il santo nazionale San Sergio. Sono più di 1.200 le chiese a lui dedicate. Senza contare a Mosca i tanti ospedali, università, istituzioni laiche che hanno scelto il santo di Myra come protettore. In quasi ogni famiglia ortodossa è presente un’icona di San Nicola: a testimoniarci questo è stato lo stesso patriarca Kirill al momento della consegna della reliquia. Se oggi la sua festa è molto sentita, lo si deve anche al metropolita di Mosca Makarij quando da arcivescovo di Novgorod decise nel 1545 di non escludere, tra le fonti, il Racconto della traslazione a Bari di San Nicola”. Sotto l’Albero di Natale pare ragionevole consigliare il libro di Guy Mettan: “Russofobia, Mille Anni Di Diffidenza” e il volume “Donbass. Una guerra nel cuore d’Europa”. La Russofobia è ipopsia, paura, diffidenza, sospetto generalizzato dell’Occidente da sempre guerrafondaio versus Santa Russia. L’antirussismo è da 300 anni anche la ideologia della massoneria che insanguina la Terra. La russofobia in Europa oggi è soprattutto “made in Usagate” ed è altamente rivoltante che alcuni presunti teologi cattolici mal pensanti non se ne siano ancora resi conto, magari sostenendo la distruzione della famiglia naturale, l’aborto, il divorzio e lo “ius mortis” eutanasico spacciato per “testamento biologico DAT” in Italia. Centinaia di tank e missili nucleari Usa invadono e si ammassano lungo tutti i confini euroasiatici della Russia, dalla Georgia europea al Baltico ma per i media e i politicanti italiani è tutto “ok” nel loro silenzio di tomba. L’Ucraina sta per essere invasa dalla Nato. Il Presidente Vladimir Putin, alla sua quarta candidatura, è disposto a negoziare su tutto, ma non sulla sicurezza nazionale della Russia che non sarà mai il gendarme del mondo. Lo storico discorso di Putin all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite conferma le più rosee aspettative. L’Anno Domini 2018 sarà nel segno della Russia, non solo per i Mondiali Fifa di Calcio. Il XXI Secolo parlerà russo. Gazprom quest’anno batterà il record delle esportazioni dei volumi di gas. Cristo vince il mondo e le martellate dell’ateismo capitalista, nazifascista e comunista.    

(di Nicola Facciolini)

“Abbiamo raggiunto questo obiettivo con la fede in noi stessi e nel nostro Paese natale. Colgo l’occasione per farvi i miei auguri di Buon Anno e Buon Natale per chi lo festeggia. Vi auguro ogni bene a voi ed alle vostre famiglie e colleghi. Voglio sottolineare che teniamo in alta considerazione il ruolo della stampa in  Russia. Grazie a tutti” (Vladimir Putin). “L’Occidente spesso ha in odio sé stesso, vede solamente quello che di negativo e deprecabile ha fatto, mentre non riesce ad innalzare ciò che di grande e illuminato ha prodotto” (Benedetto XVI). La vittoria in Siria e in Medio Oriente è della Santa Russia. La canzone di Al Bano, dedicata ai Siriani, “Natale a Damasco”, è stata ascoltata dal Signore Gesù. Un trionfo da immortalare tra gli 80mila articoli nei 35 volumi della Grande Enciclopedia della Russia realizzata dai 120 membri dell’Accademia Russa delle Scienze e delle Università di Mosca e San Pietroburgo (http://en.kremlin.ru/events/president/news/56450). L’Anno Domini 2018 sarà nel segno della Russia, non solo per i Mondiali Fifa di Calcio. Il XXI Secolo parlerà russo. Putin proclama la solenne vittoria in Siria contro le forze del male e cancella mille anni di russofobia. Il Presidente Vladimir Putin, recatosi Lunedì mattina 11 Dicembre 2017 nella base russa in Siria di Khmeimim, ordina alle truppe russe di ritirarsi dalla Siria (http://en.kremlin.ru/events/president/news/56351) dopo lo storico trionfo. I soldati Russi tornano in Patria vittoriosi. Il Presidente avverte che se i terroristi “dovessero nuovamente alzare la testa, li attaccheremo con una forza che non hanno mai visto”. Le Forze Armate Russe ritirano dal teatro siriano anche i cacciabombardieri Sukhoi Su34, tra i maggiori protagonisti della campagna aereo-spaziale russa 2015-2017 grazie anche al loro carico bellico di ben 8 tonnellate elargito copiosamente contro le diverse milizie jihadiste, riportandoli nella loro base aerea permanente di Khurba, come riferisce il ministero della Difesa russo: “gli equipaggi dei bombardieri Su34 sono tornati all’aerodromo della base di Khurba, nella regione di Khabarovsk. I piloti hanno volato dall’aerodromo di Khmeimim, dopo aver completato con successo la propria missione sul territorio della Repubblica Araba Siriana”. Nella visita a sorpresa in Siria, dove incontra anche il Presidente Bashar al-Assad, in verità Putin ordina il ritiro parziale delle forze russe dal teatro operativo siriano. La Russia salva così l’integrità della Siria, evitando la comparsa sul suo territorio di stati con regimi fantoccio, come rivela il primo vice Presidente del comitato della Duma per la difesa, Andrej Krasov: “La Russia ha custodito l’integrità della Siria, l’ha salvata dalla presenza sul territorio di formazioni multi-governative con regimi marionetta. Fondamentalmente importante è la posizione della Russia: il destino della Siria non deve sceglierlo il Presidente americano, non i leader europei, non i sovrani delle monarchie del Medio Oriente, per quanto si credano democratici, il destino della Siria deve deciderlo il popolo siriano”, sottolinea Krasov in una riunione della Duma. Il deputato ricorda anche i successi diplomatici russi per la tregua civile e l’introduzione delle zone di “de-escalation”. Secondo Krasov, distruggendo il sedicente “stato islamico”, la Russia paga un debito non suo, ma internazionale, visto che l’Europa ha persino negato l’attracco delle navi russe con gli stendardi di San Giorgio e Sant’Andrea nei suoi porti! Come aggiunge il deputato russo, ora la nuova sfida è l’avvio di un processo politico sotto l’egida delle Nazioni Unite. In tal caso, oltre al recupero della pace civile è necessario il recupero dei legami culturali e religiosi. Il conflitto armato in Siria è in corso dal Marzo 2011. Secondo le Nazioni Unite, sono morte più di 220mila persone. In verità, oltre mezzo milione. I negoziati per risolvere la situazione si svolgono ad Astana e Ginevra. La Russia svolge l’operazione di polizia mondiale contro l’Isis da Settembre 2015 a seguito della esclusiva richiesta ufficiale del legittimo governo di Damasco. In Siria continuano a funzionare le due basi militari russe di Tartus e Khmeimim (http://en.kremlin.ru/events/president/news/56474). Putin attraversa velocemente il Medio Oriente a bordo del suo Air Force One russo, recandosi in visita giorno dopo giorno in Siria, Egitto e Turchia: il tour è la prova che l’influenza della Russia nel Mediterraneo e in Medioriente è in costante crescita, mentre il ruolo “imbarazzante” euro-statunitense è in continuo declino visti i risultati dopo 28 anni di Guerre Umanitarie occidentali a caccia di dittatori e terroristi sulla pelle di milioni di innocenti bombardati. Inutile è la Nato che ha negato alla Russia l’attracco nei suoi porti delle navi tricolori per il dovuto rifornimento. Come scrivono Neil MacFarquhar e Anne Barnard sul New York Times, “questo viaggio si è svolto sullo sfondo dell’ondata di sdegno del mondo contro gli Stati Uniti d’America a seguito della decisione unilaterale del Presidente Trump di riconoscere Gerusalemme, nell’Islam la terza Città Santa, come capitale di Israele. La sua decisione agevola l’isolamento degli Stati Uniti e di Israele, irritando gli alleati in Europa e nel mondo arabo e confermando la convinzione dell’opinione pubblica araba secondo cui gli Stati Uniti sono un Paese anti-musulmano – rileva l’articolo – nel viaggio di Putin c’è anche un risvolto di politica interna: doveva dimostrare che è uno statista di livello mondiale nel momento in cui prepara il suo secondo mandato presidenziale consecutivo, forse l’ultimo”, sostengono i giornalisti, sottolineando che in ogni Paese visitato da Putin sono stati annunciati “o il raggiungimento di qualche risultato o relazioni amichevoli. La Russia ha pienamente approfittato della mancanza di volontà dell’America di lasciarsi coinvolgere nei conflitti in Medio Oriente, in particolare in Siria, per ripristinare i rapporti con varie capitali come Il Cairo che all’inizio degli Anni ‘70, dopo la stretta cooperazione militare, aveva espulso dall’Egitto i rappresentanti dell’Urss”. Mosca pare non abbia intenzione di “mantenere a tempo indeterminato un governo siriano indebolito e di legittimità discutibile” secondo il New York Times e “Putin punta a dichiarare una vittoria non solo di livello militare, ma anche a consolidare la propria leadership nel campo della diplomazia internazionale che considera il coronamento del ritorno sulla scena mondiale della Russia al pari degli Stati Uniti”, scrivono i giornalisti mentre i bombardieri strategici Tu-22M3, dopo aver colpito per l’ennesima volta le posizioni dei terroristi Isis in Siria lungo l’Eufrate, partendo da una base aerea dell’Ossezia del Nord, fanno ritorno ai loro punti di dislocazione permanente, segnala il dipartimento informativo del ministero della Difesa russo. Video disponibili su Youtube. I bombardieri Tu-22M3 decollati dal suolo russo hanno continuato a colpire le ultime postazioni dello Stato Islamico nella provincia siriana di Deir Ezzor a sostegno delle truppe governative impegnate nell’offensiva nell’Est del Paese. Ma si tratta degli ultimi bagliori di una guerra che, in Siria come in Iraq, è ormai conclusa con la sconfitta del sedicente “califfato”. La Siria è una e indivisibile. Al di qua e al di là dell’Eufrate. Gli Usa e i loro alleati Curdi, ancora presenti sul suolo siriano, lo hanno capito? In precedenza un battaglione della Polizia Militare russa era rientrato a Makhachkala, la capitale del Daghestan. Che significa il ritiro del grosso del contingente militare russo in Siria? Complessivamente lasciano il territorio siriano per far ritorno in Russia, 23 aerei, 2 elicotteri, la Polizia Militare, il personale del centro di sminamento e di un ospedale. La base aerea di Khmeimim ed il centro logistico della Marina russa a Tartus continuano ad operare su base permanente. Durante l’operazione contro i gruppi terroristici in Siria, le Forze Aerospaziali Russe hanno compiuto oltre 14mila missioni di volo, distruggendo circa 55mila islamisti, 394 carri armati e oltre 12mila tra armi e attrezzature militari. Intervenendo davanti ai militari, Putin rileva che il contingente ha svolto brillantemente la sua missione: “la Siria è stata preservata come Stato sovrano e indipendente e sono state create le condizioni per trovare una soluzione politica alla crisi sotto l’egida delle Nazioni Unite”. Il tour diplomatico del Presidente russo è più loquace di mille parole e dimostra il ruolo di Mosca nella Regione. Putin è il vero protagonista in Medio Oriente per la Pace mondiale. Da Mosca fino ad Ankara, facendo tappa in Siria ed Egitto, il Presidente russo in una sola giornata ha avuto colloqui con Assad, al-Sisi, il re di Giordania, Abu Mazen ed Erdogan. Al centro dell’incontro con il Presidente egiziano al-Sisi, importanti accordi commerciali e il progetto per la costruzione di una centrale nucleare a El Dabaa. La visita ufficiale in Egitto si ricollega ovviamente anche alla vicenda libica e al ruolo di gran mediatore della Russia. Al termine della serata ad Ankara, invece, si cementa l’alleanza fra Erdogan e Putin, cruciale per la crisi siriana. E, di fatto, lo scioglimento della obsoleta Nato così come l’abbiamo conosciuta nella lunga “guerra fredda” temporale sul teatro euro-mediterraneo. In Siria la vittoria di Bashar Assad e dei suoi alleati russi e iraniani si afferma anche sulle altre milizie armate, dai qaedisti del Fronte al-Nusra alle altre milizie jihadiste che hanno rifiutato di negoziare con Damasco. Certo alcune aree, come quella di Idlib, restano sotto il controllo di milizie di insorti ma sono circondate e prive di rifornimenti, incapaci di sovvertire l’esito del conflitto. Russia e Iran, insieme alla Turchia, stanno gestendo anche il processo negoziale per la pacificazione del Paese come conferma il summit di Sochi sul Mar Nero, mentre in Arabia Saudita si sono riuniti una trentina di gruppi di “opposizione” ad Assad (presente anche l’inviato speciale Onu per la Siria Staffan de Mistura) nel tentativo di formare un fronte unito in vista dei prossimi colloqui di pace a Ginevra. Una dura sconfitta per l’asse filo-ribelli guidato da Riad e dalle altre monarchie sunnite. “La soluzione politica in Siria non può essere né iraniana né turca – dichiara il ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, in un tweet postato su Twitter. “La soluzione politica in Siria è l’unica via alla luce della grave e sanguinosa crisi”, scrive Gargash, aggiungendo come “realisticamente non può essere una soluzione turca o iraniana, così come non possono mancare il ruolo e la prospettiva araba”. Il ministro sottolinea come sia “spiacevole, rispetto agli sviluppi internazionali della crisi siriana, la marginalizzazione del ruolo arabo. Ad eccezione degli sforzi di Riad nell’unire le file dell’opposizione, vediamo come il consenso russo-turco-iraniano prevalga su un ruolo arabo secondario”. La “opposizione” si era riunita la settimana prima a Riad per una conferenza di due giorni nel corso della quale viene eletto un nuovo Alto comitato per i negoziati che partecipa a Ginevra con una delegazione unificata presieduta da Nasr al-Hariri. Riad sembra voler digerire il dato di fatto della sconfitta e per la prima volta accetta che Assad resti al potere durante una fase di transizione di 18 mesi, in contrasto con la richiesta di dimissioni immediate del Presidente siriano formulata dai gruppi di “opposizione” e ribadita anche al recente summit in Arabia Saudita. Del resto è difficile immaginare l’uscita di scena del leader siriano che ha vinto la guerra sul campo di battaglia impedendo che il suo Paese cadesse in mano ai jihadisti finanziati da mezzo mondo, mentre è probabile anche un suo successo nelle prossime elezioni. Putin sottolinea che per raggiungere un eventuale accordo politico serviranno “concessioni da parte di tutti”, incluso il governo del Presidente siriano Bashar al-Assad che nei giorni scorsi ha avuto un vertice proprio col Presidente russo in cui è stata proclamata ufficialmente la vittoria nel conflitto che ha provocato in sei anni e mezzo almeno 500mila morti ma in cui è stata anche espressa la determinazione ad effettuare riforme costituzionali e lo svolgimento di nuove elezioni sotto l’egida delle Nazioni Unite. Nella nota congiunta diffusa a margine dell’incontro di Sochi di Russia, Iran e Turchia hanno sottolineato la necessità di liberare tutti gli ostaggi e i prigionieri, di entrambi i fronti in lotta. A questo si aggiunge la ricerca dei dispersi e la creazione delle condizioni per un cessate il fuoco di lungo periodo e l’inizio di un colloquio politico che sia “inclusivo, libero, giusto e trasparente”. In una nota il governo siriano ha accolto con favore l’accordo raggiunto, finalizzato all’organizzazione di un “congresso di pace” che metta attorno allo stesso tavolo Damasco e gruppi di opposizione disarmati. Un incontro che possa riunire “i rappresentanti dei diversi partiti politici, le opposizioni interne ed esterne”, per discutere sui “parametri del futuro Stato” nel rispetto della “sovranità” nazionale e della “indipendenza e integrità” territoriale della Siria. Bouthaina Shaaban, consigliere del Presidente siriano, esorta tutte le milizie ancora attive a deporre le armi: “il successo del congresso dipende dai vari gruppi di opposizione che devono rendersi conto che è arrivato il momento di porre fine alla violenza, deporre le armi e impegnarsi in un dialogo nazionale”. Secondo quanto riportato dalla Tass, i capi dello Stato Maggiore di Russia, Turchia e Iran hanno concordato “misure per aumentare il livello di coordinamento nella zona cuscinetto di Idlib” e sviluppato misure specifiche “per completare l’eliminazione delle restanti unità dello stato islamico e Jabhat al-Nusra”. Che le operazioni militari volgano ormai al termine lo dimostra anche la volontà russa di completarle entro Dicembre 2017 per ridurre le sue forze militari in Siria lasciando nel Paese soltanto le forze e i mezzi necessari per il funzionamento delle basi russe. Frutti importanti anche dagli stretti legami mantenuti tra Mosca e Gerusalemme (ostile a Bashar Assad) durante le fasi successive all’intervento delle forze russe nel conflitto siriano. Il vertice di Sochi sembra infatti aver tracciato le prime linee per un nuovo corso anche nei rapporti tra Siria e Israele, a partire da questioni storiche irrisolte come le Alture del Golan. Bashar Assad si è detto pronto, parlando con Vladimir Putin, a discutere la realizzazione di un’area demilitarizzata fino a 40 chilometri dalla linea di separazione dei territori annessi da Israele nel corso della Guerra dei Sei Giorni del 1967, come riferisce il quotidiano kuwaitiano “al Jarida”, rilanciato dall’israeliano “Arutz Sheva”. Putin ne parla con Benjanmin Netanyahu trovando nel primo ministro israeliano la disponibilità a discutere le proposte siriane con i responsabili della sicurezza in Israele. Ma, aggiunge la fonte, Netanyahu sottolinea la necessità che sia Hezbollah sia le unità dei Pasdaran iraniani lascino la Siria. “Teheran, sostiene il funzionario israeliano, continua a giocare con il fuoco” e Israele attaccherà le sue infrastrutture entro i 40 chilometri dai suoi confini. Assad si è detto pronto a valutare uno statuto autonomo per i Curdi e i Drusi nel Paese mediorientale, puntando, afferma un anonimo funzionario dello Stato ebraico, verso uno “stato federale”. Chissà perché, soluzione impossibile nella formula israelo-palestinese! Conclusa la guerra ai jihadisti resta aperta per Damasco la questione degli ampi territori occupati dalle milizie curde e arabe tribali, le “Syrian Democratic Forces” (SDF) sostenute illegalmente sul terreno siriano dagli Stati Uniti d’America, la cui espansione territoriale è malvista anche da Ankara e dall’Iran. Non si può quindi escludere che possano venire esercitate forti pressioni sui Curdi siriani affinchè si ritirino nelle aree abitate dall’etnia curda, com’è già accaduto con i Curdi iracheni pressati da Baghdad e dalle milizie filo-iraniane, consentendo così alle truppe di Damasco di riprendere il controllo della quasi totalità del territorio nazionale. Un’eventualità che sancirebbe la sconfitta definitiva degli Usa e dell’Europa occidentale che hanno sostenuto le milizie anti Assad, e in modo ambiguo anche lo “stato islamico” pubblicizzato all’inverosimile in Occidente, proprio come aveva fatto la Turchia che poi ha preferito cambiare bandiera e combattere i suoi alleati di ieri pur di avere voce in capitolo nel futuro della Siria e soprattutto nel controllo delle aspirazioni curde. La debolezza degli Usa, della Nato e dell’Europa in Siria è dovuta alle tensioni con Ankara e al fatto che, al fianco dei Curdi, Washington schiera illegalmente pochi militari, saliti però negli ultimi mesi da 1.251 a 1.723. Un rapporto pubblicato dal Pentagono rivela che negli ultimi tre mesi i militari statunitensi di stanza in Medio Oriente sono aumentati del 33 percento, dai 40.517 soldati di stanza nella Regione a Maggio ai 54.180 di Settembre! L’incremento maggiore è stato registrato in Bahrein, dove ha sede il comando navale e dei marines nella Regione e il numero di soldati americani è passato in tre mesi da 6.541 a 9.335, con un aumento di 2.794 unità. Le forze armate Usa hanno basi in almeno 14 Paesi della Regione e, oltre al Bahrein, gli aumenti più significativi si sono registrati in Kuwait, Siria, Turchia e Qatar. In Kuwait il numero di militari Usa è passato da 14.790 a 16.592, in Turchia da 1.405 a 2.265 e in Qatar da 3.164 a 6.671. Alla faccia del “discorso” inaugurale della presidenza Trump! Un aumento che non sembra avere giustificazioni diverse da possibili operazioni contro le forze di Bashar Assad o dal rafforzamento di strumenti di deterrenza contro attacchi dei governativi siriani poiché la guerra contro lo “stato islamico” si è di fatto conclusa almeno sui campi di battaglia. Secondo quanto riportato dal quotidiano “The Washington Post” che cita le dichiarazioni di alcuni esponenti militari statunitensi, gli Usa pianificano, alla faccia dell’Onu, di mantenere una presenza stabile nella Siria settentrionale e di stabilirvi un governo locale autonomo dal regime di Assad: “non ponendo alcuna scadenza alla fine della missione degli Stati Uniti, il Pentagono sta creando un quadro per mantenere il Paese impegnato in Siria negli anni a venire”, rivela una fonte anonima al Washington Post. E l’obiettivo non può che essere quello di affiancare i Curdi per contenere il “regime” siriano, l’Iran e la Russia. Di certo tra gli sconfitti nella guerra siriana c’è l’Europa, compresa l’Italia, schierata coi “ribelli” (non quelli di Star Wars!) e che ha subìto immani flussi di migranti e profughi “tele-guidati”, incassando la più alta minaccia terroristica della sua storia senza trarne nessun vantaggio. Una disfatta strategica per tutto il Vecchio Continente protagonista delle Guerre Umanitarie fin dall’Anno Domini 1991. La fine del conflitto in Siria e in Iraq imporrebbe inoltre agli Europei di provvedere a breve al rimpatrio dei tanti Siriani e Iracheni accolti come “rifugiati di guerra” e che in Europa hanno ottenuto l’asilo temporaneo. Non solo Siria quindi, dove l’intervento militare russo è stato decisivo nella sconfitta di Daesh. Si tratta di uno scacchiere ben più ampio, in cui Mosca riempie l’apparente “vuoto” politico lasciato dagli Stati Uniti e dall’Europa che, unitamente alle monarchie dittatoriali arabe del Golfo, sono pienamente responsabili di tutti i crimini finora commessi contro la pace e l’umanità. Anche nel martoriato Yemen. Quali scenari futuri aspettano la Siria e quale ruolo giocherà la Russia nella regione? Secondo Andrea Cucco, direttore di Difesa Online, “la mentalità russa è stata quella di un estremo pragmatismo. Nel momento in cui è finita l’era Daesh in Siria, le casacche sono state sostituite con altre, non c’era più bisogno di una presenza militare combattente così forte. Bene o male le posizioni si sono congelate, perché siriani e russi da una parte, siriani “democratici” e americani sul terreno dall’altra fanno sì che non si possa più combattere con facilità. Ora tocca alla politica, alla diplomazia. Il pragmatismo di cui parlavo si riflette nella decisione di diminuire la presenza militare a terra. Annunci di ritiri ne abbiamo sentiti parecchi negli anni partendo dall’Afghanistan. I ritiri possono essere annunciati a seconda delle evenienze sul terreno, che possono cambiare. È stato comunque un segnale importante per dare una svolta all’era Isis. La dichiarazione sulla sconfitta dell’Isis è seguita anche negli Stati Uniti. Mi viene da ridere pensando a quanti militari sono stati impegnati a livello internazionale per combattere contro un gruppo terrorista che ufficialmente non aveva nessun alleato. In due anni si è fatto molto di più che negli anni precedenti dalla cosiddetta coalizione occidentale. L’ultimo anno con il cambio di presidenza americano è stato risolutivo. Prima gli stessi militari americani, ma anche europei lamentavano la poca convinzione nel combattere l’Isis. Nell’ultimo anno le cose sono cambiate e si è risolta la questione. Ora, bisogna vedere quanti hanno cambiato casacca e hanno indossato quella delle forze democratiche siriane continuando di fatto a mantenere una presenza sul terreno. Dopo numerosi anni di lotta le forze governative siriane hanno raggiunto due anni fa un esaurimento di risorse ed energie. L’intervento russo è arrivato nel momento in cui era pragmaticamente necessario e indispensabile per salvare la situazione. Ora è il momento che i siriani riprendano in mano la situazione. Non vorrei che la glorificazione dell’intervento russo sul terreno faccia supporre che a tutto ci pensano i russi. Ora devono essere i siriani a portare a termine il lavoro sul piano militare e politico. Non è una missione compiuta né una vittoria – osserva Andrea Cucco – perché la Siria è parzialmente divisa. Putin si sta dimostrando un eccellente politico a livello internazionale anche perché compensa la mancanza di autorevolezza degli Stati Uniti nella regione e il disinteresse che sta mostrando negli ultimi tempi lo stesso Trump. Putin è stato in Egitto, che significa anche Libia ad esempio. Al di là del confine il presidente russo si ritrova un importante alleato come il generale Haftar. La Libia fra l’altro a giorni vedrà la scadenza degli accordi di Skhirat che probabilmente saranno prorogati fino alle elezioni con il mantenimento in carica di Serraj, grazie al supporto americano. Speriamo fra qualche mese si darà vita ad un governo unitario. Il presidente russo è andato in un’area chiave, ha incontrato anche il re di Giordania e Abu Mazen, oltre che il presidente al-Sisi. La Giordania è stato un Paese chiave nello stesso conflitto siriano, ora si sta riorganizzando tutta la geopolitica del Medio Oriente. Nella sera Putin ha raggiunto anche la Turchia di Erdogan, dimostrandosi un eccellente giocatore a livello globale che non perde tempo. Il tempismo è veramente importante, spero che il pragmatismo dimostrato nella questione siriana si rifletta anche nel riuscire a fornire soluzioni per altre vicende, come ad esempio Israele e il prossimo potenziale caos in Libia. La Siria post-Daesh mi sembra poco diversa da quella che è in questo momento. Bene o male ora si gioca a carte scoperte. Chi combatteva e chi sosteneva l’Isis adesso sta sotto la propria bandiera e moltissimi combattenti dell’Isis hanno indossato la divisa più facilmente spendibile, quella delle forze democratiche siriane. Già il termine “democratiche” fa sorridere. I siriani, io ne ho conosciuti tanti, sono persone pacifiche. Da europeo non sono mai riuscito ad apprezzare a pieno la loro capacità di trovare compromessi e di andare oltre la vendicatività. Mi ha sempre sorpreso sentirmi dire che il perdono nei confronti di gente che ha commesso tante violenze è reale. Dopo anni di quella barbarie io personalmente non sarei stato capace di superare certi rancori. Si parla sempre di musulmani come di persone estremiste, io, cresciuto in una Europa Cristiana – rivela Andrea Cucco – mi accorgo di come un Paese musulmano, ma laico, sia capace di trovare una soluzione molto più facilmente rispetto a come potrebbero fare altri Paesi “più civili e avanzati”. Qualsiasi Paese civile avrebbe dovuto fare quello che ha fatto la Russia di fronte a tanta barbarie perpetrata sui Siriani. Dal mio Paese, l’Italia dove alcuni vogliono cancellare il Natale, mi sarei aspettato lo stesso. Fa onore alla Russia agire così com’era giusto. Il Presidente Putin dichiara che in Siria sono due le basi militari permanenti: Tartus e Khememim. “Sono state istituite due basi che verranno utilizzate in modo permanente: a Tartus e qui a Khmeimim”, annuncia ai militari della base. “La Russia insieme ad altri Paesi ha contribuito notevolmente nella lotta la terrorismo in Siria”, rileva il rappresentante ufficiale del ministero degli Esteri cinese Lu Kang, commentando il ritiro delle truppe russe dalla Siria e il ruolo russo nella lotta la terrorismo. Nello storico discorso davanti ai militari Putin dichiara che i soldati hanno svolto brillantemente il proprio lavoro, che la Siria è stata salvata come stato sovrano e indipendente e che nel Paese sono state create le condizioni per una risoluzione politica sotto l’egida dell’Onu. “Abbiamo riposto molta attenzione alla dichiarazione del Presidente Putin. Nel corso di una campagna militare di due anni contro il terrorismo in Siria sono stati raggiunti dei risultati concreti. Tutte le parti coinvolte, compresa la Russia, hanno dato un forte contributo”, dichiara la Cina che si dice “favorevole a proseguire l’impegno e la cooperazione internazionale per sradicare ogni forma di terrorismo”, grazie al “ruolo di leadership delle Nazioni Unite” per la promozione di “una soluzione politica della crisi siriana”. La “coalizione occidentale” guidata dagli Stati Uniti fin dal 2014 attacca il Daesh in Siria e Iraq, e agisce in Siria senza il permesso ufficiale di Damasco. I media europei tacciono. I talk show mentono in Occidente. Idem in Italia. È allora sempre il presidente russo Putin ad annunciare che “la Nato ha accelerato il ritmo di costruzione dell’infrastruttura militare in Europa”. Putin rileva la necessità di monitorare il mutamento di equilibrio di potere nel mondo, soprattutto in Medio Oriente e Corea del Nord. “E anche, ovviamente, in Europa, dove il ritmo di costruzione delle infrastrutture Nato e Usa è accelerato”, avverte Putin durante la riunione finale del collegio militare del ministero della Difesa. Notizie impossibili da trovare in Occidente, la “nuova Urss” dei regimi oscuri. E, sempre da fonti russe, si apprende che l’avveniristico sistema missilistico operativo-tattico “Iskander” è stato adoperato in Siria, come dichiara il ministro russo della Difesa Sergey Shoigu: “contro gli obiettivi più importanti dei terroristi sono stati impiegati missili ad alta precisione della gamma Kalibr, Iskander, Point U, X-55 e altri”, rivela Shoigu alla riunione finale del collegio militare del ministero della Difesa. Il ministro, famoso anche per il segno della Croce pubblicamente esibito poco prima dell’inizio dell’annuale “Parata della Vittoria”, il 9 Maggio a Mosca sulla Piazza Rossa, sottolinea che i piloti dei caccia hanno effettuato 420 decolli dal ponte della portaerei Admiral Kuznetsov. “Nel 2017 in totale 78 terroristi e loro complici sono stati eliminati e 1.018 uomini armati sono stati arrestati in Russia”, rivela Alexander Bortnikov, Direttore del servizio di Sicurezza Federale Russo (FSB) e Presidente del Comitato Nazionale Antiterrorismo (NAC). “Diciotto grossi atti terroristici sono stati sventati quest’anno in Russia e 56 cellule terroristiche sono state soppresse”, sottolinea Bortnikov confermando come le informazioni raccolte dall’agenzia dimostrino che i leader delle organizzazioni terroristiche internazionali continuano i loro tentativi di creare cellule terroristiche in varie regioni della Russia. L’FSB teme l’arrivo in Russia di jihadisti di ritorno dalla Siria e dall’Iraq dopo la loro sconfitta in Medio Oriente. “Sono 2.900 i jihadisti di nazionalità russa, in larga misura originari delle repubbliche del Caucaso, che hanno combattuto in Iraq e in Siria, a cui si aggiungono diverse migliaia di foreign fighters originari dei paesi dell’Asia centrale (repubbliche ex sovietiche)”, precisa l’FSB. L’11 Dicembre 2017 sono stati fermati nella regione di Mosca tre presunti aderenti all’Is provenienti dai Paesi dell’Asia centrale ai comandi di esponenti dell’Is all’estero e accusati di preparare attentati suicidi a Mosca durante le lunghe festività del Nuovo anno e per le presidenziali di Marzo 2018. Confiscati esplosivi rudimentali, armi e munizioni e smantellato un laboratorio per realizzare azioni terroristiche. “Il ritorno in Russia degli ex combattenti delle formazioni armate illegali in Medio Oriente rappresenta un pericolo reale. Possono aderire a bande criminali, a cellule, o partecipare al reclutamento di altri combattenti”, dichiara Bortnikov che ha presieduto una riunione del Comitato anti terrorismo all’indomani dell’annuncio di Vladimir Putin dell’inizio del ritiro di una parte significativa delle forze russe dalla Siria. “Con la liberazione, effettuata dalle forze siriane sostenute dai militari russi, degli ultimi bastioni dell’Is, i dirigenti e i combattenti dello stato islamico sono costretti a cercare dei mezzi per perseguire le loro attività terroristiche sui territori di altri paesi, Russia inclusa”, aggiunge Bortnikov. Sempre in tema di lotta al terrorismo è emerso che la società Telegram dovrà pagare 11mila euro di multa per aver rifiutato di fornire ai servizi di intelligence le informazioni per decodificare la corrispondenza degli imputati nel caso dell’attacco terroristico a San Pietroburgo lo scorso Aprile. Lo rivela in Tribunale, Dmitri Dinze, l’avvocato che rappresenta i proprietari dell’applicazione. In Italia i media di regime tacciono. In Europa la guerra nel Donbass purtroppo non fa più rumore: migliaia di morti e un fronte di combattimento ancora aperto, ma nessuna notizia sulla stampa occidentale! Se qualcosa trapela, in modo vago e sottotraccia, lo si deve allo sforzo di reporter indipendenti e attivisti impegnati sul territorio per consegnare aiuti umanitari alle popolazioni colpite dai bombardamenti. La missione Rai “Overland 2017” ha sfiorato appena la vicenda. Il libro “Donbass. Una guerra nel cuore d’Europa” (Passaggio al Bosco, 2017) tramite un’analisi profonda aiuta a comprendere questo conflitto sconosciuto restituendo un’immagine reale dei suoi protagonisti e delle sue vittime, senza i filtri delle narrazioni preconfezionate. Secondo uno degli autori del libro, il Presidente dell’Associazione Culturale “Lombardia Russia” Gianluca Savoini, la pubblicazione “cerca di offrire informazioni e non fake news su una guerra dimenticata che si sta ancora combattendo nel cuore dell’Europa. Uno scontro, quello tra il governo ucraino e le sue province orientali “ribelli”, causato dalle vergognose ingerenze di alcune potenze occidentali e dei soliti banchieri globalisti che hanno illuso i dimostranti di Maidan, nell’inverno del 2014, promettendo loro il paradiso in terra, in cambio di uno strappo violento con la tradizionale vicinanza con la Russia. Si è visto com’è finita. L’Ucraina è in bancarotta e la gente sta peggio di prima. Le proteste contro l’ex presidente Yanukovich potevano essere anche legittime, ma sono state strumentalizzate dalla UE e dagli USA di Obama per creare problemi tra Europa e Russia e inventarsi le sanzioni contro Mosca. Nel libro si ripercorrono le tappe che hanno portato a questo bel risultato. I media occidentali hanno parlato per diversi mesi del conflitto in Donbass, naturalmente accusando Putin di mandare soldati armati di tutto punto e violare così i confini di uno stato sovrano come l’Ucraina e altre frottole simili. Il mainstream globalista detta la linea e i maggiordomi nei media obbediscono senza fiatare. Poi, è calata la cortina di silenzio sul Donbass. Anche se laggiù la gente continua a morire. È un libro a più mani – rivela Gianluca Savoini – io mi sono occupato dell’aumento della tensione tra Russia e Nato dopo la fine dell’Urss, che ha portato alle finte rivoluzioni “colorate” antirusse sponsorizzate dagli americani, fino ad arrivare al “casus belli” ucraino. E scrivo che la rottura tra Russia e Occidente è cominciata quando arriva Putin che si sbarazza della devastante politica di Eltsin che stava svendendo la Russia alle lobbies finanziarie internazionali. Immediatamente la Russia è tornata ad essere un “pericolo”, come se si fosse tornati in un attimo all’Unione Sovietica. Con la Nato che si è regolata di conseguenza, accerchiando con mezzi militari, basi e truppe i confini tra Europa e Russia. Le sanzioni euro-americane contro Mosca nel 2014 sono state la conseguenza ultima di un processo quindicennale e stanno danneggiando soprattutto noi poveri europei, soprattutto economicamente oltre che geopoliticamente”. In Italia si sa imperdonabilmente poco di cosa è successo e cosa sta succedendo davvero nel Donbass. “Leggendo i reportage di due giornalisti che si sono recati in Donbass, Fabio Polese e Ivo Jacini, intervistati nel libro, si descrive la situazione di guerra esistente in quelle regioni. Si parla di trincee, di assalti e contro-assalti, di bombardamenti su case e abitazioni civili. L’Occidente – osserva Gianluca Savoini – si volta dall’altra parte, finge di non sapere. Quando le truppe serbe di Milosevic difesero la regione del Kosovo dall’islamizzazione forzata alla fine del secolo scorso, la Nato bombardò Belgrado, vennero inviati i Caschi Blu dell’Onu, si mossero le potenze occidentali contro la Serbia in tutti i modi. Per il Donbass nulla di nulla. Per l’Occidente globalista esistono guerre “giuste” a seconda degli interessi in ballo. Come vivono i popoli di quelle terre lo si legge bene nel libro: una tragedia. Non sono in grado di fare previsioni. Dico solo che è iniziato un altro gelido inverno nel Donbass, con gente sfollata dalle loro case, profughi fuggiti in Russia, dolore e famiglie straziate. I governanti europei – avverte Gianluca Savoini – stanno distruggendo le radici culturali dei loro popoli permettendo l’invasione di immigrati illegali africani e la maggioranza di loro non sono profughi che scappano da una guerra, ma migranti economici. Eppure questi governanti globalisti investono milioni di euro per accoglierli, sistemarli al caldo, sfamarli, alla faccia dei disoccupati italiani, francesi, tedeschi che aumentano sempre più. Si tratta di un progetto per cancellare l’Europa storica e sostituirla con un conglomerato caotico di individui sradicati che potranno essere controllati e manipolati. Sono convinto che soltanto la Russia e Paesi europei orientali come l’Ungheria potranno evitare il crollo definitivo del Vecchio Continente. E per fortuna, dall’Austria alla Polonia, dall’Italia alla Germania, cominciano a crescere sempre più risposte forti da parte di partiti politici che fanno di sovranità e identità la loro bandiera e il loro progetto politico. Non siamo ancora tutti lobotomizzati e rassegnati alla nostra fine”. I convogli del ministero delle Situazioni d’Emergenza russo proseguono nella consegna a Donetsk e Lugansk degli aiuti umanitari. “Sono arrivati a Donetsk e Lugansk i camion con un carico complessivo di oltre 500 tonnellate di prodotti umanitari, compresi kit di cibo per bambini, medicinali, attrezzature mediche e regali per bambini. Gli aiuti umanitari sono stati consegnati secondo i piani”, annuncia il rappresentante del minister. Tutti i mezzi hanno superato due posti di blocco sul confine russo-ucraino, “Donetsk” e “Matveyev Kurgan”: i controlli del carico sono avvenuti in presenza di rappresentanti delle guardie di frontiera dello Stato ucraino. Sono state controllate non solo le attrezzature, ma anche i documenti di accompagnamento del carico umanitario. Che non sia “possible costruire pace e stabilità in Europea senza la Russia poiché quest’ultima è una parte integrante della sicurezza mondiale”, è convinto il Presidente del parlamento della Repubblica di Slovacchia, Andrey Danko: “Riconosciamo pienamente che senza la Russia non è possibile la pace, essa è parte integrante della sicurezza mondiale, che piaccia o meno. La pace e la stabilità in Europa e nel mondo non possono essere costruite senza le grandi potenze del mondo. Il popolo slovacco può essere un ponte per la comunicazione tra Europa e Russia. Pertanto, siamo qui per approfondire e migliorare le nostre relazioni”. Danko, che forse ad alcuni ricorda solo il titolo di un noto film americano degli Anni Ottanta del secolo scorso, sottolinea che “nonostante l’attuale complicata situazione politica internazionale, la Repubblica Slovacca considera la Russia un partner eccezionalmente importante”. Le relazioni tra Russia e Occidente sono peggiorate a causa della situazione in Crimea e in Ucraina. Nel Luglio 2014, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni unilaterali nei confronti di persone fisiche e società russe, passando successivamente ad adottare misure contro interi settori dell’economia russa. In tutta risposta, la Russia ha limitato le importazioni di prodotti alimentari dai Paesi che le hanno imposto delle sanzioni. L’Italia ha perso centinaia di milioni di euro. Mosca ha ripetutamente dichiarato che considera assurdo collegare le sanzioni dell’Occidente con l’attuazione degli accordi di Minsk, dal momento che la Russia non è parte del conflitto interno e oggetto di tali accordi. Ben 10 “eguali” Tg e la stampa, vergognosamente tacciono. Silenzio di tomba! Ma alla conferenza stampa annuale di Putin (http://en.kremlin.ru/events/president/news/56378) il 14 Dicembre 2017 erano presenti ben 1640 giornalisti da tutto il mondo, accreditati dal Cremlino. L’anno passato erano 1437 i giornalisti presenti e Putin rispose con pazienza alle domande per quasi 4 ore consecutive. Si è svolta al Centro Internazionale del Commercio a Mosca. Ed è stata definita “speciale”. H fatto chiarezza su molte questioni. Oltre a un numero record di giornalisti, quest’anno era stata accreditata per l’evento Ksenia Sobchak, una presentatrice televisiva russa, che aveva espresso il desiderio di candidarsi alla presidenza. Il Presidente Putin saluta i giornalisti invitandoli a rivolgere le domande che “più interessano la nostra società, la nostra gente” (https://www.youtube.com/watch?v=96aZjH_sAdA). Il futuro della Russia. “Ho già detto molte volte come vorrei vedere la Russia. Lo dico di nuovo: deve essere orientata al futuro, essere molto moderna, il sistema politico deve essere flessibile, l’economia deve fondarsi sulle tecnologie avanzate, la produttività del lavoro deve moltiplicarsi”. Parole di Putin. “La Russia deve avere un sistema politico flessibile, aperto, essere un paese rivolto al futuro, un’economia integrata con le nuove tecnologie. Ho già un programma elettorale, ma non è questo il luogo e il formato dove annunciarlo”. I doveri delle autorità. “Ritengo essenziale focalizzare l’attenzione sia sulle autorità sia sull’intera società. Tra le questioni più importanti vi sono in particolare lo sviluppo delle infrastrutture, l’assistenza sanitaria, l’istruzione. Ci sono, come ho già detto, le tecnologie avanzate, l’aumento della produttività del lavoro, e senza dubbio tutto questo dovrebbe mirare ad aumentare i redditi dei cittadini, ad aumentare i redditi della nostra gente”. La gestione personalistica del Paese. “Sapete, il mito della gestione personalistica è fortemente sopravvalutato. Sia nelle regioni, sia a livello federale nel regime attuale, e vi dico questo come persona che ha guidato il Governo per 4 anni e mezzo e negli ultimi 4 anni ha lavorato per un mandato a tempo pieno, non vi immaginate che colossale mole di lavoro passa attraverso il Governo. È il lavoro più pesante e complesso nel sistema di gestione. Intervenire su ogni problema, per non dire immergervisi, è impossibile. E nelle regioni è lo stesso: spesso non riusciamo a raggiungere le regioni, a volte addirittura non sappiamo che cosa vi succeda. Questo, naturalmente, è sbagliato: bisogna sapere tutto. Per questo organizziamo l’evento di oggi, le conferenze annuali e le linee dirette, non importa come vengano bollate né che si dica che sono pure formalità: non è così”. L’opposizione. “Quando parliamo di opposizione, è importante non solo fare chiasso nelle piazze o nei dietro le quinte e parlare di regime anti-popolare, è importante definire qualcosa, per migliorare la vita nel Paese. Molte persone sono insoddisfatte e hanno ragione ad esserlo, ma quando le persone iniziano a fare confronti e a guardare quello che offre l’opposizione, specialmente quella non sistemica, appaiono grossi dubbi. Ecco il principale problema, secondo me, di chi vorrebbe essere un’opposizione competitiva. È necessario offrire un programma reale, non effimero, non clamoroso. Ho visto una ragazza con un cartello “Putin Bye Bye”. Ah, no c’è scritto Babai”. La giornalista che lo regge poi spiega che “Babai” (nonno) è l’appellativo affettuoso con cui i bambini del Tatarstan chiamano il Presidente Putin. “Non devo essere io a cercare dei concorrenti, ma farò il possibile perchè il sistema politico sia aperto e concorrenziale”. La gioventù e il ricordo degli Anni ’90. “Sicuramente i giovani assolutamente non ricordano o non sanno che cosa è successo negli Anni ‘90 e all’inizio degli Anni 2000. Non possono confrontare con quello che c’è oggi. Noi abbiamo vissuto in condizioni di guerra civile per un lungo periodo di tempo, praticamente sei anni, anzi di più, quasi dieci, quando eravamo ragazzi di 18-19 anni, impreparati, inesperti, sotto i proiettili che il Paese è stato costretto a sparare. Guardate ora che esercito abbiamo. Ora abbiamo molti problemi e ci siamo riuniti oggi innanzitutto per parlare di questi problemi. Ne parleremo senza alcuna velatura, ma il nostro Pil è cresciuto del 75% dal 2000. Abbiamo dei salari reali che sono calati semplicemente, e ne parleremo, in seguito ai fenomeni di crisi degli ultimi tre anni. Ma partendo dall’inizio degli Anni 2000 i salari reali sono cresciuti di 3.5 volte, la pensione reale di 3.6 volte, la mortalità infantile è diminuita di 2.6 volte, la mortalità materna di 4 volte. La Russia si è ridotta di un milione di persone l’anno ed abbiamo interrotto il problema demografico. Anche qui sussistono problemi, ma ciononostante uno lo abbiamo interrotto”. Lo scandalo del doping. “Siamo noi stessi colpevoli per questo, noi abbiamo fatto sì che accadesse. Sono stati identificati dei casi di doping. È vero, sono stati identificati anche in altri Paesi, ma lì non vi è un tale aggiotaggio politicizzato. Lavoreremo con calma, elimineremo i problemi esistenti, ma difenderemo anche gli interessi dei nostri atleti, anche nei tribunali civili, il che, naturalmente, queste organizzazioni non vogliono, ma cosa possiamo fare?”. Gregorij Rodčenko. “Si trova sotto il controllo e la protezione dell’FBI. Per noi questo non è un plus, è un minus. Significa che lavora sotto il controllo dei servizi segreti americani. Che cosa ci fanno con lui? Che farmaci gli danno per fargli dire quello che serve? È semplicemente ridicolo. È strano che una persona sospettata di diffondere il doping sia stata autorizzata per questo lavoro. È uno sbaglio di quelli che lo hanno portato lì. Non bisogna lavorare con persone che provano a porre fine alla loro vita suicidandosi. Significa che hanno dei problemi. Non si può fare affidamento sulla loro testimonianza. Come è potuto accadere che un tale soggetto finisse a capo della nostra struttura antidoping? Uno sbaglio, certo, di quelli che l’hanno fatto. So chi l’ha fatto. Ma ora che possiamo dire di questo?”. Le spese militari. “Quello che spendiamo è abbastanza. C’è una barzelletta abbastanza contemporanea. Un figlio va da un ex ufficiale e questi domanda al figlio: «Qui c’era un pugnale, dov’è?» Lui risponde: «Non ti arrabbiare, l’ho scambiato con un orologio col ragazzo del cortile vicino». «Mostra l’orologio, da bravo. E se domani vengono da noi i banditi, uccidono me, tua madre, i tuoi tre fratelli, violentano tua sorella, tu che gli dici? Buonasera, sono le 12 e 30 minuti secondo l’ora di Mosca?». Non vogliamo un tale decorso degli eventi”. L’innalzamento dell’età pensionabile. “A coloro che parlano dell’innalzamento dell’età pensionabile bisogna dire che la soglia del pensionamento è stata designata negli Anni ’30 del secolo scorso, quando anche l’aspettativa di vita era diversa. Ora tutti gli Stati Europei, tutti gli Stati che ci circondano, hanno già tutti deliberato per l’innalzamento dell’età pensionabile. Non l’abbiamo fatto solo noi. I sostenitori di questa decisione affermano che, se non si innalza l’età pensionabile, allora diminuirà la quantità di lavoratori e aumenterà quella di pensionati, il che non ci darà l’opportunità di bilanciare il sistema pensionistico. Ma ci sono anche altre considerazioni. Bisogna calcolare tutto attentamente. Qualsiasi decisione prendiamo, non avrà effetto su coloro che sono già in pensione. Non deve essere una decisione singola e scioccante. Deve essere presa gradualmente e delicatamente. Non è stata presa una decisione definitiva”. A proposito di Saakašvili. “Ritengo che quanto fa Saakašvili sia uno sputo in faccia al popolo Georgiano e uno sputo in faccia al popolo Ucraino. Come potete ancora tollerarlo? Lui è stato presidente dello Stato indipendente Georgiano. E ora si precipita nelle piazze urlando a tutto il mondo: io sono Ucraino! Non abbiamo forse veri Ucraini in Ucraina? E l’Ucraina tollera tutto questo, capite? Fa male osservare tutto questo. Mi sanguina il cuore”. Gli oppositori e la concorrenza politica. “Volete che questi Saakašvili destabilizzino la situazione nel Paese? Volete che passiamo da un Maidan all’altro? Che subiamo tentativi di colpo di Stato? Volete che corrano per le piazze decine di “Saakašvili”? Volete che subiamo tentativi di colpo di Stato? Siamo già passati attraverso tutto questo. Volete che si ripeta? Io sono convinto che la stragrande maggioranza dei russi non lo voglia e che non lo permetterà. Ci deve essere concorrenza e ci sarà. L’unico problema è il radicalismo”. Il Donbass. “Per quanto riguarda le tragedie che stanno accadendo là, e si tratta indubbiamente di tragedie, bisogna sempre guardare alla fonte. La fonte è il colpo di stato, l’attacco armato e incostituzionale al potere. Come è noto una parte del popolo Ucraino non era d’accordo con ciò e ha iniziato a combatterlo. Questi dissidenti, nonostante la presunta aspirazione dell’Ucraina ad entrare in seno alla civiltà Europea, non sono stati combattuti con mezzi democratici ma prima attraverso l’uso di servizi speciali e poi attraverso l’uso su vasta scala delle forze armate. Sul territorio del Donbass non è presente l’Esercito Russo, ma sono davvero presenti alcune formazioni di polizia militare che sono autosufficienti e pronte a respingere qualsiasi azione militare su larga scala contro il Donbass. Noi riteniamo che questo corrisponda agli interessi delle persone che vivono in quel territorio poiché, se non avessere tale opportunità, un massacro ancora peggiore che a Srebrenica potrebbe essere eseguito dai cosiddetti battaglioni nazionalisti. E nulla li fermerà, compresi gli appelli, come mi hanno consigliato alcuni dei miei colleghi occidentali, alle organizzazioni internazionali per i diritti umani nel caso dello sviluppo di tali eventi. E di questo siamo pienamente consapevoli”. La presunta interferenza della Russia nelle elezioni americane. “Tutto questo è stato inventato da persone che si oppongono a Trump al fine di dare al suo lavoro un carattere illegittimo. Per me risulta addirittura strano come questo venga fatto da persone che non capiscono che stanno danneggiano lo stato politico interno del Paese, dissanguando le possibilità del capo di Stato eletto. Significa semplicemente che non rispettano gli elettori che hanno votato per lui. Non sta a me giudicare l’operato del presidente Trump. Lo deve fare il suo elettorato: il popolo Americano. Vediamo oggettivamente alcuni risultati abbastanza seri già dal breve periodo di tempo in cui ha lavorato. Guardate la crescita dei mercati. Questo esprime la fiducia degli investitori nell’economia Americana”. Futuro politico della Russia di Putin. “La Russia ha non solo preservato la sua integrità e la sua sovranità, ma ha anche fatto passi avanti in importanti aree di sviluppo. Non solo abbiamo preservato l’integrità e la sovranità della Russia, non solo abbiamo superato con successo la difficile strada del rinnovamento, ma abbiamo anche compiuto progressi nelle aree più importanti dello sviluppo, siamo andati molto più avanti nell’economia e nella sfera sociale e nel garantire la difesa delle capacità del Paese capacità. Abbiamo creato una base potente, riserve, un potenziale moderno per ulteriori progressi sicuri. Abbiamo raggiunto questo obiettivo attraverso gli sforzi e la volontà di lavoratori e ingegneri, contadini, scienziati, imprenditori, insegnanti, militari, con la nostra fede in noi stessi e nel nostro Paese natale, la Russia”. La “Russia ha abbastanza potenzialità per garantire la sua sovranità digitale, ma non ha intenzione di isolarsi”, rivela il primo ministro della Federazione Russa, Dmitry Medvedev, al forum Open Innovations. Il garage del Presidente russo? È ovviamente ricco: in attesa dell’auto ufficiale di produzione nazionale che dovrebbe essere pronta nel 2018. Putin va in giro in Mercedes. E poi ha elicotteri, aerei e yacht attrezzati come dépendance del Cremlino. L’agenda strapiena di impegni e gli infiniti ingorghi di Mosca hanno fatto traslocare Vladimir Putin dal sedile dell’automobile a quello dell’elicottero. In giro per Mosca il Presidente vola solo su uno speciale Mil Mi-8 modificato, una sorta di ufficio volante. Gli interni sono in pelle e non mancano una tv “4K”, computer, macchinetta del caffè e frigorifero. Sulle lunghe distanze, dal 1996, l’Air Force One della Russia è un Ilyushin Il-96 appositamente modificato. Aleksandr Korzhakov, l’ex capo dei servizi di sicurezza del Presidente, nel suo libro di memorie descrive la “straordinaria bellezza degli interni realizzati in Svizzera su progetto russo: su questo aereo si può vivere e lavorare non meno confortevolmente che nel Palazzo del Cremlino. Nel 2013 i due aerei “Il” furono comprati al costo di 5,2 miliardi di rubli l’uno (75 milioni di euro). Tra gli altri velivoli del parco aereo presidenziale, si annoverano un Tupolev Tu-214, un Sukhoi SuperJet 100, un jet Falcon e un Airbus 319. Le autorità russe non amano mostrare gli interni degli aerei del presidente, ma negano le voci di un lusso estremo. “Dentro – afferma il braccio destro del Presidente, Vladimir Kozhin – neanche l’ombra delle pietre preziose di cui sarebbero tempestati i servizi igienici. Ci sono invece una zona per il lavoro e una per il riposo, mezzi di comunicazione con tutti i ministeri, sistemi per le “conference call” e punti di comando tra cui quello di controllo della potenza nucleare del Paese. Nel superjet, un salotto, una camera da letto, una doccia e una sala da bagno. Nel 2016, secondo i dati ufficiali, della flotta presidenziale russa facevano parte 37 aeroplani e 18 elicotteri, utilizzati non solo da Putin ma anche da altre cariche istituzionali di alto rango, tra cui il premier, i presidenti del Parlamento, giudici federali e ministri. A inizio 2018 il Presidente della Federazione Russa dovrà finalmente avere a disposizione una macchina ufficiale di produzione nazionale russa, frutto del progetto “Kortezh”. Finora Putin si sposta a bordo di una Mercedes-Benz S600 Pullman. Sono 11 le auto di questo tipo in dotazione, incluse quelle immatricolate tra il 1996 e il 2000. Fu sotto Eltsin, infatti, che il Presidente russo smise di spostarsi sulle “Zil” di produzione sovietica per passare sulle auto della fabbrica germanica. Le aziende automobilistiche russe non producevano allora auto blindate con un sufficiente livello di protezione. Ma quelle finora elencate sono solo le macchine ufficiali della presidenza. Putin ha poi una collezione personale di auto, a bordo delle quali certo non va in giro per la città. Un buon numero di auto rare, in gran parte di produzione sovietica, sono parcheggiate nella sua residenza di Novo-Ogarevo. Tra cui una Volga del 1956, una Zaporozhets ucraina del 1972 e una Zhiguli rossa del 1970. Per la navigazione, Putin ha a disposizione due yacht, tre motonavi, sei motoscafi e un catamarano a vela. Ad eccezione del “Chajka”, attraverso l’amministrazione presidenziale, presso i bagni “Rus” di Sochi, tutti gli altri natanti presidenziali possono essere presi a nolo praticamente da chiunque lo desideri. Lo yacht con sei cabine di fabbricazione turca “Chajka” (“Gabbiano”) è di seconda mano ed ha a bordo una piscina termale e una palestra. È stato acquistato, secondo il registro ufficiale, nel 2011, al costo di 1,5 miliardi di rubli (21,7 milioni di euro) allo scopo “di razionalizzare le risorse del bilancio federale”, al posto del vecchio “Kavkaz” con motore diesel, costruito a inizio Anni Ottanta. “Quando accendevamo i motori, il ponte veniva invaso da una nube di fumo asfissiante. Terribile! Lo scarico del gasolio! Del rumore e di tutto il resto neanche parlo”, scrive Kozhin. Il secondo yacht è un Azimut 38 di fabbricazione italiana, acquistato per 20 milioni di rubli (290mila euro). Il pavimento è in tek, gli interni sono in pelle e quercia nobilitata. Affittarlo costa 10.000 rubli l’ora (145 euro). Nel 2010 tutto il mondo scopre il Presidente russo in una delle sue ennesime versioni inedite: il Putin Motociclista! L’allora premier russo guidò una colonna di centauri su una Harley-Davidson Lehman Trikes a Sebastopoli. Sette anni più tardi, rivela di avere una Kawasaki, dicendo però che “cerco di non andarci”. In seguito, Dmitrj Peskov, il portavoce del Presidente, nega il mito del Putin “biker”, sostenendo di non possedere alcuna motocicletta privata. “Alcuni modelli della marca citata sono presenti nel garage di destinazione speciale” (una divisione dell’Fso, i Servizi federali di difesa, con parco veicoli statale), spiega Peskov: “a suo tempo, un paio di volte Putin ha provato questi motocicli. Ma non ci sono mezzi riservati all’uso personale di Putin, e lui, ovviamente, non gira in moto”. A muoversi in motocicletta è la guardia presidenziale. Da poco sono stati presentati i nuovi bolidi della Kalashnikov. Nel segno di San Nicola Vescovo di Myra. “Viviamo in un’epoca e in un mondo sempre più difficile e complicato che non possiamo ignorare e ogni gesto, ogni azione – rivela il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill – diventano densi di significato. A partire da ciò che stiamo vivendo. Che cos’è questo momento? Non è solo diplomazia! È la prima volta nella storia dei rapporti tra le due Confessioni cristiane che i due primati di Oriente e Occidente si sono accordati perché avvenisse quello che stiamo vivendo. Non è un dialogo teologico questo, ma di popolo e di devozione”. È quanto espresso alla delegazione cattolica giunta a San Pietroburgo per ripotare a Bari la reliquia di San Nicola, che da quando è arrivata in terra russa è stata venerata da 2,5 milioni di persone. “Quando le Commissioni cattoliche e ortodosse si incontrano e si discute a livello teologico – osserva il Patriarca Kirill – certo questo è un ulteriore contributo allo sviluppo dei rapporti, ma nessuno legge i documenti; nessuna trasmissione televisiva o nessun giornale riporterà qualcosa. Questo evento invece ha colpito l’immaginazione di tutto il popolo cristiano, per questo tutti ne hanno parlato”. Davvero è importante e fondamentale fermare ogni conflitto e divisione e invocare il dono dello Spirito Santo. “Con la diplomazia non si raggiunge alcun effetto! Bisogna andare oltre e incitare e sviluppare forme devozionali, partendo dai pellegrinaggi, come questo della traslazione della reliquia a Mosca e a San Pietroburgo. Nel dialogo ecumenico, un ruolo fondamentale possono ricoprirlo i numerosi monasteri sia orientali sia occidentali, perché i monasteri sono i custodi delle tradizioni”. Il Patriarca Kirill ha offerto al cardinale Koch una lettera personale da consegnare al Santo Padre Francesco e, prima di congedarsi, ha affermato: “Il nostro incontro all’Havana non è stato un caso isolato”. San Nicola il Taumaturgo è il Babbo Natale di rosso e blu vestito nelle tradizioni occidentali e russe. Fin dai tempi antichi il Natale in Russia si è distinto per tradizioni e riti straordinari sconosciuti in Occidente. Considerando le tradizioni natalizie russe si può comprendere perché il modo di festeggiare della Russia sia così diverso da quello di altri Paesi. Il Natale cattolico si festeggia il 25 Dicembre. In Russia invece il Natale si festeggia per tradizione a Gennaio, tredici giorni dopo, fino all’Epifania del 19 Gennaio. È interessante capire il perché. Il fatto è che le secolari tradizioni natalizie russe furono superate dopo gli eventi del 1918, quando questa festività cristiana ortodossa fu vietata in Russia dai comunisti di Lenin e compagni atei, gli invasori della Russia e gli assassini dello Zar Nicola II, della Famiglia Imperiale Romanov e di decine di milioni di Russi innocenti. A quei tempi si festeggiava solo il Capodanno. Il Natale e le sue tradizioni erano proibiti dal comunismo. Il Natale ortodosso è oggi una festività importante, diffusa e onorata dai Russi ortodossi. È un’occasione in più per divertirsi e rallegrarsi. Inoltre anno dopo anno aumenta il numero di Russi che comprende il senso della sacralità cristiana del Natale e si recuperano le tradizioni natalizie. Molto devoto è il Presidente Putin che sta inaugurando l’apertura di numerosi conventi ortodossi in tutta la Russia. Nei tempi antichi il Natale era una festività importante che si aspettava e per la quale ci si preparava tutto l’anno. Ci si organizzava accuratamente per la sera prima di Natale, la Vigilia: si addobbava l’albero, si puliva scrupolosamente tutta la casa e il cortile, si cucinavano le tradizionali 12 portate russe per il pranzo natalizio. La Vigilia è il giorno che precede Natale e si contraddistingue perché per tradizione ci si astiene dal cibo. “Non si può fino alla comparsa della prima stella”, così i contemporanei hanno definito la tradizione di digiunare la Vigilia di Natale. Tali tradizioni, così come quella di predire chi sarebbe stato il promesso sposo, erano le più diffuse nell’antichità. Ogni ragazza in età da marito attendeva impazientemente la notte della Vigilia di Natale per scoprire chi sarebbe stato il suo promesso sposo. Per questo motivo molti scrittori russi famosi hanno dedicato tantissime opere a questa tradizione. In esse descrivono le “divinazioni” della Vigilia di Natale come eventi mistici, molto intriganti che intimoriscono anche un po’ il mondo occidentale pagano. La più diffusa era la divinazione con la cera. Versando lentamente la cera sciolta in un catino pieno d’acqua si potevano ottenere le immagini più bizzarre e fantasiose. Esse venivano utilizzavate per “predire” il futuro. Gli antenati russi sapevano anche leggere i fondi del caffè, del tè e delle ceneri. Vale la pena segnalare che per tradizione in Russia il giorno di Natale era vietato lavorare. La tradizione voleva che il Natale in Russia fosse un giorno per raccogliersi in se stessi, in famiglia, per riflettere e glorificare Gesù Bambino. Questo modo di trascorrere il tempo oggi è chiamato “meditazione”. Il Natale era considerato dai Russi una festività silenziosa, tranquilla e familiare. Secondo la credenza popolare, esistevano tanti segni premonitori collegati alla festività del Natale. Per esempio, se Natale capitava di Domenica o di Lunedì era di buon auspicio per il raccolto. La neve che scende il giorno di Natale è presagio della sciamatura delle api; se invece si scioglie è di buon auspicio per il raccolto del grano. Se la notte di Natale il cielo è stellato il raccolto delle bacche sarà fruttuoso e gli animali saranno fecondi. Cacciare, ricamare e cucire il giorno di Natale era di cattivo auspicio. La tradizione vuole che siano 12 le portate a imbandire la tavola natalizia russa. Non bisogna però pensare che fossero tutte prelibatezze o leccornie costose. Venivano servite pietanze di cane magra o vegetariane. Il lusso maggiore era il pesce che la Chiesa consentiva di mangiare quel giorno. Si dedicava particolare attenzione alla decorazione della tavola natalizia, ossia al servizio. Sotto la tovaglia delle feste non poteva mancare un fascio di fieno o di paglia, simbolo della mangiatoia dove era nato Gesù. Sotto la tavola invece bisognava assolutamente mettere un oggetto di metallo, sul quale tutti i commensali a turno avrebbero appoggiato i piedi durante il pranzo. In questo modo il popolo sperava di mantenere una buona salute l’anno successivo. Per quelli che invece andavano a cantare le “koliadke” si cucinavano le focacce. La settimana più interessante era quella dopo Natale, detta appunto la Settimana di Natale, che veniva dedicata a divertimenti e giochi ai quali partecipavano tutti, grandi e piccini. Oggi il Natale in Russia, pur mantenendo le antiche tradizioni, è un po’ cambiato. Le pietanze che imbandiscono la tavola sono tutt’altro che magre e chi canta le koliadke si è abituato a ricevere anche i soldi, oltre al cibo, in cambio degli nobili sforzi compiuti. Comunque lo spirito di questa festività sacra cristiana è ancora vivo in Russia. L’abitudine di cantare le koliadke si è mantenuta, così come la tradizione di giocare e organizzare intrattenimenti popolari, gare e tornei durante le sagre russe. Principalmente però i contemporanei associano il Natale e le tradizioni di questa festività con le divinazioni. “San Nicola, conosciuto nella tradizione popolare soprattutto dei Paesi nordici come elargitore di regali, è precursore dell’Avvento che indica in anticipo il Natale, il quale rappresenta per noi uomini, con la nascita di Gesù Cristo, il più grande dono fattoci da Dio”, insegna, nella basilica di San Nicola, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della unità dei cristiani, durante la concelebrazione eucaristica in occasione della festa del santo patrono di Myra e Bari. “Nella pietà popolare San Nicola riveste la stessa missione che ha Giovanni Battista nelle Sacre Scritture – rileva Koch – il Battista ha indicato, al di là della sua persona, Gesù Cristo e si è messo a disposizione come voce per rendere percepibile Cristo, la Parola. Ciò che conta non è la voce, ma la Parola. In questo spirito d’Avvento San Nicola, uomo generoso e pieno di amore, che si è preso cura dei piccoli e dei poveri, ha vissuto come voce per la Parola, che è Cristo – spiega il porporato – l’Eucaristia è Sacramento dell’unità, ma proprio in questo Sacramento noi cristiani siamo divisi, oggi come ieri. La celebrazione dell’Eucaristia ci pone davanti alla sfida molto seria di ricercare con tutte le forze quell’unita per cui Gesù ha pregato nel Cenacolo. E qui si delinea la missione particolare della città e della Chiesa di Bari”, sottolinea Koch, per il quale i santi sono protagonisti dell’unità ecumenica. “Questo l’abbiamo sperimentato in modo particolarmente intenso in occasione della permanenza delle reliquie di San Nicola a Mosca e San Pietroburgo”, ricorda il cardinale riferendosi al pellegrinaggio di una costa del santo che dal 21 Maggio al 28 Luglio dell’Anno Domini 2017 è stata esposta in Russia dove è stata venerata da oltre due milioni di fedeli, tra cui il Presidente Vladimir Putin. “Viviamo oggi questa solennità in comunione con tutte le Chiese d’Italia”, scrive l’arcivescovo di Bari-Bitonto, Francesco Cacucci, ricordando che la festa di San Nicola è, per volontà della Conferenza episcopale italiana, “memoria obbligatoria. Questa solennità ha il sapere di precetto natalizio per tutti i Baresi”. L’arcivescovo evidenzia che “Bari è segno eloquente di un cammino ecumenico in tutta la Chiesa” e ricorda che il capoluogo pugliese accolse la visita di Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli. Per l’occasione l’arcidiocesi ha realizzato un volume che tra l’altro raccoglie la lectio magistralis e i discorsi che Bartolomeo ha tenuto durante la sua visita. La festa di San Nicola vive poi un’appendice di rilievo. Il metropolita di Volokolamsk, Hilarion Alfeev, presidente del Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, il 18 Dicembre 2017 ha ricevuto una laurea honoris causa dalla Facoltà teologica pugliese. Il mattino successivo, giorno della solennità di San Nicola secondo il calendario giuliano, ha celebrato la Divina Liturgia nella cripta della basilica. È stata lunga circa due chilometri la fila dei fedeli che ogni giorno hanno sostato con pazienza e devozione per ammirare da “vicino” le reliquie di San Nicola esposte nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Una folla del tutto simile per proporzioni, spesso nove ore di attesa, a quella sperimentata a San Pietroburgo, per riuscire a baciare o per lo meno vedere un frammento osseo di 13 centimetri appartenente a San Nicola, il vescovo di Myra, nel monastero di Aleksandr Nevskij. Il 28 Luglio le reliquie di San Nicola lasciano San Pietroburgo per tornare a casa nella Basilica a lui dedicata nel centro storico di Bari. Era da 930 anni che non succedeva una cosa del genere: la spoglie mortali del santo di Myra, vissuto in Turchia tra il 250 e il 326, non avevano mai lasciato il capoluogo pugliese. Un evento di portata storica per il suo significato secondo il padre predicatore domenicano di origine avellinese Gerardo Cioffari, classe 1943, membro della comunità della Basilica di San Nicola a Bari, docente di Storia della Teologia orientale ed occidentale e Storia della Teologia russa nella Facoltà Teologica Pugliese, che rappresenta il segno e l’espressione di “un’antica e diffusa religiosità che fa parte anche della letteratura popolare di questo Paese”. Venerdì 28 Luglio a riportare a casa, a nome della Chiesa cattolica romana, la reliquia del patrono di naviganti, pescatori, marinai e bambini, sono stati delegati il presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, il cardinale Kurt Koch, l’arcivescovo di Bari-Bitonto, Francesco Cacucci, e il rettore della Basilica il domenicano Ciro Capotosto. Padre Cioffari è un profondo conoscitore della letteratura russa e della teologia ortodossa, “appresa a New York negli Anni Settanta in un Istituto dipendente dal Patriarcato di Mosca quando c’era ancora l’Unione Sovietica”, e ha dedicato proprio al santo una serie di saggi e biografie tradotti anche in russo, la prima risale al 1997 ed è edita dalla San Paolo, “molti dei quali venduti più in Russia che qui a Bari”, rivela il religioso. Il quale si dice convinto, da domenicano che è anche direttore del Centro Studi Nicolaiani proprio a Bari e conosce da vicino il patriarca Kirill, “a cui spesso ho fatto da interprete durante molte delle sue visite alla nostra Basilica a Bari quando era un semplice arcivescovo ortodosso”, di un’essenziale verità alla luce di questa storica traslazione: “San Nicola – osserva p. Ciro Capotosto OP – è il santo per eccellenza per il popolo russo fin dall’Anno Domini 1100 quasi quanto il santo nazionale San Sergio”. Una figura presente nelle loro fiabe o in quelle che loro chiamano “Bylina”, l’antica epica degli slavi. “Spesso San Nicola è raffigurato come un vecchio che gira tra città e campagne dove è a fianco dei deboli e dei diseredati. Quello che mi ha sempre impressionato in tanti anni di ricerche su di lui è che 70 anni di comunismo ateo non hanno minimamente scalfito l’amore del popolo verso questa figura”. E annota un particolare, alla luce anche dei gesti di venerazione del patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill, e del Presidente Valdimir Putin: “Sono più di 1.200 le chiese a lui dedicate. Senza contare a Mosca i tanti ospedali, università, istituzioni laiche che hanno scelto il santo di Myra come protettore. In quasi ogni famiglia ortodossa è presente un’icona di San Nicola: a testimoniarci questo è stato lo stesso patriarca Kirill al momento della consegna della reliquia”. E aggiunge il religioso: “Viene definito, infatti, difensore di chi è senza difensori. In Russia e non solo si arriva a dire con un motto che “quando Dio morirà, ci sarà sempre San Nicola a difenderci”. È considerato un eterno viandante nella nazione russa e nei suoi spostamenti cerca di aiutare tutti i bisognosi. E tutto questo ci spiega le folle oceaniche a Mosca come a San Pietroburgo”. Un culto, quello per il santo di Bari e Myra, che ha radici antiche nella Chiesa di Roma come in quella di Mosca. “Se oggi la sua festa è molto sentita, lo si deve anche al metropolita di Mosca Makarij quando da arcivescovo di Novgorod decise nel 1545 di non escludere, tra le fonti, il Racconto della traslazione a Bari di San Nicola. È antico il debito di riconoscenza degli ortodossi russi per i baresi, un manipolo di valorosi, che nel lontano Anno Domini 1087, quando solo pochi anni prima era avvenuto lo “scisma” tra Chiesa d’Oriente e d’Occidente nel 1054, salvarono proprio a Myra le ossa del santo dalle “mani impure” dei musulmani che certamente ne avrebbero profanato la tomba. Da allora i Russi esaltarono la missione compiuta dai baresi. Questo sentimento ha consolidato la simpatia tra due Chiese, quella cattolica e quella ortodossa, che sono ancora divise”. Code chilometriche registrate in Russia per una reliquia di San Nicola, che da Bari è stata portata prima a Mosca per poi essere trasferita a San Pietroburgo. Si tratta della prima volta, dopo circa mille anni dall’arrivo a Bari, che il santo più amato del capoluogo pugliese, le cui reliquie furono qui traslate da Myra, nell’attuale Turchia, approda in territorio russo. I fedeli attendono anche nove ore in coda per riuscire a baciare la reliquia, una costola sinistra del santo, testimoniando l’importanza di un evento dal valore storico. Secondo il padre domenicano Hyacinthe Destivelle OP, officiale della sezione orientale del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, incaricato delle relazioni con le Chiese slave, “il trasferimento di una reliquia di San Nicola è frutto dell’incontro storico tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill avvenuto a Cuba nel Febbraio dello scorso anno. A seguito di questo summit si è cercato di fare un gesto simbolico che coinvolgesse il popolo di Dio e non solo i capi delle Chiese o gli specialisti dell’ecumenismo. San Nicola è uno dei santi più venerati in Russia: un terzo delle chiese è sotto il suo patrocino; in ogni famiglia ortodossa c’è un’icona di San Nicola. Così, è nata l’idea di prestare una parte delle sue reliquie custodite da 930 anni a Bari. Si può quindi parlare veramente di un evento storico tra le nostre Chiese. San Nicola è uno dei santi più venerati ed amati al mondo, probabilmente perché i fedeli hanno fatto l’esperienza dell’efficacia delle loro preghiere, sentendolo sempre più vicino. Ogni popolo lo ha fatto proprio, vedendolo sotto una luce diversa: come difensore dei deboli, di coloro che subiscono ingiustizie, protettore delle fanciulle, dei marinai, dei bambini e non solo. Inoltre, San Nicola è un ponte tra Oriente ed Occidente e, per questo, è un intercessore per la unità dei cristiani. Il trasferimento della reliquia di San Nicola – rivela p. Hyacinthe Destivelle OP – fa parte dell’ecumenismo dei santi, dell’ecumenismo spirituale che si fonda su un patrimonio di santità comune del primo millennio, all’epoca della Chiesa indivisa. Tale patrimonio di santità non è solo storico: ancora oggi, infatti, nelle nostre chiese un gran numero di cristiani dà la propria vita per Cristo, rappresentando un pegno di unità. Sicuramente ci saranno altre occasioni per rinnovare l’esperienza con reliquie oppure oggetti santi provenienti dalla Chiesa russa: questo fa parte dello scambio dei doni, un cammino privilegiato per l’unità dei cristiani”. Infatti sono stati oltre 2,3 milioni i fedeli che hanno venerato le reliquie di San Nicola di Bari durante l’esposizione in Russia, come rivela il patriarca di Mosca, Kirill, primate della chiesa ortodossa russa, durante l’incontro con il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. L’esposizione in Russia, a Mosca e a San Pietroburgo, delle reliquie di San Nicola, è stato un tema menzionato sia da Kirill sia dal cardinale Parolin all’inizio del loro colloquio. “Un evento eccezionale per la storia delle nostre chiese”, evidenzia Kirill. Il cardinale definisce “storica” l’iniziativa, parlando di “ecumenismo della santità. I santi ci uniscono, sono i più vicini a Dio e quindi sono coloro che più ci aiutano a superare le difficoltà delle relazioni del passato dovute a situazioni pregresse e camminare sempre più speditamente verso l’abbraccio fraterno e la comunione eucaristica”. Oltre 25mila persone hanno venerato la reliquia di San Nicola nel primo giorno in cui i resti sacri del santo sono stati esposti nella Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca. La notizia è stata riferita dall’agenzia Tass. Il serpentone di fedeli in coda per entrare nella cattedrale è arrivato fino alla fermata della metro Park Kultury, per un’attesa durata non meno di quattro ore. La reliquia lascia Bari nella giornata di Domenica 21 Maggio, con le costanti dirette di Russia Today sul Web, accompagnata dal suono delle campane e dal saluto commosso di una folla di fedeli ed è stata trasferita a Mosca a bordo di un jet privato messo a disposizione per lo storico evento. Le spoglie di San Nicola custodite a Bari sono visitate e venerate ogni anno da migliaia di fedeli ortodossi che si recano in Italia per rendere omaggio al santo. Il trasferimento della reliquia è stato definito un evento di portata storica dal Patriarca Kirill, visto che in quasi mille anni di storia i resti sacri del Santo non avevano mai lasciato Bari. Per il trasferimento dei resti sacri è stato realizzato uno speciale reliquiario costruito in una cittadina a 40 chilometri da Mosca, decorato con preziosi rilievi che raccontano la vita e i miracoli del santo. In Russia è stata trasferita una costola sinistra di San Nicola, un pezzo di 13 centimetri che è stato prelevato attraverso una delicata operazione dalla tomba del santo nella cripta della basilica di Bari. La traslazione temporanea della reliquia in Russia venne autorizzata da Papa Francesco l’anno scorso durante il suo incontro all’aeroporto internazionale di l’Havana, Cuba, con il patriarca Kirill. In passato si era cercato in vari modi di organizzare il trasferimento della reliquia, per consentire anche ai fedeli russi che non possono recarsi in Italia di venerare i resti del santo. Ma ogni tentativo si è rivelato vano, fino all’incontro dell’Anno Domini 2016 tra papa Francesco e il patriarca Kirill. Per l’occasione il traffico della capitale russa ha subito delle modifiche per consentire ai fedeli di mettersi in fila, in attesa del proprio turno. A vigilare sulla folla, quasi duemila poliziotti e 10mila volontari. Nei pressi della Cattedrale sono stati allestiti anche dei punti ristoro e bagni chimici. La delegazione era guidata dal metropolita Ilarion e dal vescovo Antonij. Il reliquiario è stato trasferito in aeroporto a bordo della “San Nicola mobile”, scortato dalle forze dell’ordine. Una volta giunto a Mosca è stato trasferito nella Cattedrale di Cristo Salvatore, dove alle 18 sono iniziate le funzioni religiose. La reliquia, sottoposta a un particolare trattamento medico-scientifico, è stata conservata all’interno di una teca per giungere nella Terra dei Cremlini a bordo di un aereo privato messo a disposizione dalla Federazione Russa. “Ogni anno – ricorda monsignor Cacucci – centinaia di fedeli del patriarcato di Mosca si recano a Bari per venerare le sue reliquie”. Ma “questo straordinario evento – sottolinea Andrey Boytsow, rettore della Chiesa russa di Bari – offre la possibilità di venerare le reliquie anche a tutti quei fedeli che non possono permettersi il viaggio fino in Italia”. Le spoglie di San Nicola che fu vescovo dell’attuale Demre (Turchia) furono conservate nella cattedrale di Myra fino al 1087. Quando Myra cadde in mano musulmana, una spedizione barese di 62 marinai raggiunse la città e si impadronì di una parte dello scheletro di Nicola, trasferito a Bari il 9 Maggio 1087. Secondo la leggenda, le reliquie furono depositate là dove i buoi che trainavano il carico dalla barca si fermarono. “Il ritorno a Bari della reliquia va inquadrato nella esperienza che il popolo russo ha vissuto e, attraverso di esso, tutta la cristianità”. Si è trattato di un ecumenismo di popolo che molte volte è più intenso e può essere più determinante dell’ecumenismo dei capi delle Chiese cristiane. Dopo il ritorno della reliquia a Bari, Koch celebra nella Basilica nicolaiana, alle 20, i Secondi Vespri della Traslazione di San Nicola, in continuità con quanto avvenuto a Mosca, quando Kirill accolse la reliquia nella Cattedrale di Cristo Salvatore, celebrando i Primi Vespri della Traslazione. Al termine si svolge una processione in cripta per la reposizione della reliquia nella tomba del Santo. “Si è trattato di un evento che è andato al di là di ogni previsione e che ha dimostrato come il popolo di Dio viva l’unità – ricorda Cacucci – il discorso del patriarca Kirill quando ha accolto la reliquia è stato determinante. Ha svolto un intervento aperto all’unità dei cristiani. Kirill l’ha inoltre considerato un evento storico ed ha espresso grande gratitudine verso il Papa”. È stato papa Francesco, attraverso una lettera, a comunicare all’arcivescovo Cacucci di mettere a disposizione del patriarca Kirill una reliquia del santo. “Si tratta di un gesto straordinario”, scrive il Pontefice che sottolinea nella lettera l’importanza del tema delle reliquie e della comune venerazione dei santi per il dialogo ecumenico. “Si è trattato – aggiunge Cacucci – dell’evento ecumenico di popolo più rilevante dopo il Concilio”. Padre Capotosto rileva: “Abbiamo vissuto un evento straordinario che si sposa con la vocazione che noi domenicani viviamo qui nella Basilica, accogliendo le migliaia di pellegrini russi che ogni anno arrivano in pellegrinaggio e concedendo la cripta per la celebrazione della Divina Liturgia. Abbiamo seminato, un giorno speriamo che i frutti, giunti a maturazione, possano essere raccolti”. Ogni anno centinaia di fedeli si recano nella basilica pugliese per rendere omaggio a San Nicola. E ora il luogo di culto russo apre le porte a chi desidera ammirare le icone e gli interni. Fin dal 10 Dicembre 2016, la chiesa russa di San Nicola a Bari apre le porte ai fedeli con delle visite gratuite guidate all’interno dell’edificio. L’iniziativa è stata lanciata dall’Associazione “Prima Ponte Russia-Italia migliori amici”, che dal 3 Dicembre organizza delle visite per far conoscere il luogo di culto ortodosso in Puglia. Così come racconta Veronika Litvinova, presidente dell’associazione, la risposta del pubblico è stata fin da subito entusiasta. “Nel primo giorno della visita si sono presentate più di 140 persone. Fra di loro c’erano adulti, ragazzi e bambini. Il nostro desiderio è quello di far conoscere agli italiani il nostro luogo di culto a Bari”. Risalente agli inizi del XX Secolo, la chiesa è visitata ogni anno da migliaia di fedeli russi. “I primi pellegrini arrivarono a Bari più di seicento anni fa per rendere omaggio alle reliquie di San Nicola e con il trascorrere del tempo ci si è resi conto che era necessario costruire un luogo per i fedeli – spiega Litvinova – siamo molto soddisfatti dei risultati della prima visita e a tal proposito i nostri ringraziamenti vanno a padre Andrej Boytsov che ha accettato la nostra proposta”. L’altare, le icone, la cripta e la tomba di San Nicola: i visitatori sono rimasti a bocca aperta davanti allo splendore di questa Chiesa, pensata nello stile dell’architettura sacra di Pskov e di Novgorod del XV Secolo, con l’iconostasi a più piani, e progettata dall’architetto russo Aleksej Shchusev. Nel suo discorso nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, il Patriarca Kirill, accogliendo la reliquia di San Nicola Taumaturgo, insegna: “A molti avvenimenti gli uomini sono inclini ad attribuire l’epiteto “storico”, ma il tempo passa e di questo cosiddetto avvenimento storico non rimane nulla, né nei fatti né nella memoria delle persone. Ma l’evento che in questo momento sta avvenendo sotto i nostri occhi e con la nostra partecipazione, è realmente un evento storico, denso di molti significati. Forse, noi non possiamo cogliere tutti questi significati, ma certamente questo evento storico si rifletterà sulla vita della nostra Patria, sulla vita del nostro Popolo, sulla vita della nostra Chiesa. Le reliquie del santo e taumaturgo Nicola sono giunte a noi da Bari la vigilia del 22 maggio (9 maggio secondo il vecchio calendario), quando la nostra Chiesa celebra la Traslazione delle reliquie da Mira di Licia, città dell’Asia Minore, a Bari. Questo avvenne 930 anni fa. Allora i cittadini di Mira come in generale i cristiani in Oriente ebbero a soffrire che le reliquie dalla città di San Nicola finissero nel lontano Occidente. Ecco perché in Oriente questo giorno non veniva mai celebrato, ma in modo sorprendnete, cominciando col XVI Secolo o, forse, qualche tempo prima, appena i primi pellegrini russi cominciarono a recarsi a Bari, la festa della Traslazione da Mira di Licia a Bari divenne una delle più importanti nel calendario della Chiesa russo ortodossa. Perché avvenne questo? Perché la coscienza religiosa del nostro popolo aveva percepito una semplice verità storica: se le reliquie fossero rimaste nella casa di San Nicola a Mira di Licia, di esse non sarebbe rimasto nulla. La Traslazione delle reliquie in Occidente, nella città di Bari nella penisola appenninica, fu accolta dai russi come una manifestazione della provvidenza divina. A partite da quel momento un numero sempre maggiore di pellegrini russi, coprendo una distanza immensa per quei tempi, raggiungevano Bari per venerare i resti stillanti manna del santo e taumaturgo Nicola. E questo avvenne perché dal punto di vista della devozione popolare il santo e taumaturgo Nicola è stato ed è ancora oggi il Santo numero uno nella Rus’. Praticamente in tutte le case degli ortodossi, così nel passato come nel presente, ci sono immancabilmente tre icone: il Salvatore, la Madre di Dio e il santo e taumaturgo Nicola. Su che cosa si fonda una tale devozione per San Nicola nel nostro popolo? Ogni devozione religiosa si collega a qualche grande fenomeno, con la risposta che l’uomo di fede riceve quando rivolge la sua supplica al cielo. Nella coscienza del nostro popolo, nella sua memoria storica è impressa una moltitudine di miracoli, di fatti prodigiosi, che si sono avverati nella vita personale e sociale grazie alle preghiere rivolte al santo e taumaturgo Nicola. Ecco perché la comunità russa dei fedeli è una comunità piena di profondo amore verso San Nicola Taumaturgo. Ecco perché nella nostra coscienza esso è percepito come un santo russo, benché egli non fu mai nella Rus’ e non è legato al nostro paese né per nazionalità né per cultura. Ma noi lo sentiamo come santo russo, perché ha attraversato in nostra compagnia la tragica e sanguinosa storia del nostro popolo. Forse nei momenti più difficili di questa storia la nostra preghiera a San Nicola fu particolarmente intensa, tanto che proprio a questa preghiera noi attribuiamo la liberazione della nostra Patria da tante catastrofi della storia. Noi crediamo che anche oggi il santo e taumaturgo Nicola è con noi e, nonostante le immani persecuzioni del XX Secolo, a lui nuovamente vengono innalzate fervide preghiere sulla terra russa. E coloro che ne hanno la possibilità fanno di tutto per visitare la città di Bari, per pregare presso la tomba di San Nicola. Ma questa è solo una piccola parte a poter realizzare un simile sogno; ecco perché nel nostro popolo fedele sempre si nutre la speranza che arriverà il momento in cui venerare le sante reliquie stillanti manna sarà possibile qui, in terra russa, affinchè la comunità credente che ama San Nicola possa inginocchiarsi dinanzi a lui e dinanzi a lui elevare la sua preghiera. Diverse circostanze hanno impedito che questo avvenimento avesse luogo prima di adesso. Noi crediamo che il Signore ci mostra in modo visibile i segni della Sua presenza, della Sua misericordia, della Sua grazia quando questi sono più necessari a coloro che si rivolgono a Lui con la preghiera. Oggi noi abbiamo bisogno della presenza di San Nicola, il santo taumaturgo, affinchè non soltanto nel nostro popolo si preservi la fede, ma anche affinchè le grandi immutabili verità divine non siano estromesse dalla vita dell’uomo contemporaneo. Per questo dinanzi alle reliquie del santo Vescovo noi dovremo pregare non soltanto per noi e non soltanto per i nostri paesi, uniti alla Chiesa russo ortodossa in una famiglia ortodossa. Noi pregheremo per il mondo intero, affinchè San Nicola attiri la misericordia divina e conservi la fede di Cristo nei nostri contemporanei. Probabilmente questo evento straordinario non avrebbe mai visto la luce se non ci fosse stato il mio incontro con Sua Santità il Papa di Roma Francesco. Noi ci incontrammo a l’Havana in quel tempo particolare in cui i cristiani del Medio Oriente stavano attraversando e, purtroppo, ancora oggi attraversano momenti drammatici, tempi in cui si intraprendono tentativi di eliminare la loro presenza nei luoghi ai quali il cristianesimo è legato nel corso di tutta la sua storia, da dove prese origine. Mossi dalla preoccupazione di fermare l’eliminazione dei cristiani in questa regione, come le persecuzioni negli altri paesi, Sua Santità il Papa Francesco ed io prendemmo la comune decisione di incontrarci di persona e fare appello a tutti di prestare attenzione alla tragedia del cristianesimo contemporaneo, e non soltanto in Medio Oriente ma anche nei paesi che orgogliosamente si autodefiniscono civilizzati, ma dove le persone si sono staccate dalle radici cristiane della loro cultura e della loro civiltà. Il Signore ci ha fatto realizzare quell’incontro, durante il quale fu presa la decisione sul trasferimento delle reliquie di San Nicola taumaturgo nella città primaziale di Mosca e a San Pietroburgo. Vogliamo esprimere un cordiale ringraziamento a Sua Santità Francesco, come pure a tutti coloro che hanno portato a compimento la volontà del loro prima gerarca ed innanzitutto a Voi, reverendissimo padre Francesco, arcivescovo di Bari. Parole di speciale gratitudine rivolgo ai frati della santa comunità che porta la responsabilità della custodia delle reliquie di San Nicola a Bari, alle autorità civili, agli studiosi e a tutti coloro che con i loro sforzi hanno realizzato la decisione presa dal Papa e dal Patriarca nell’incontro dell’Havana. Siamo convinti che San Nicola, venerato dall’Oriente e dall’Occidente, sia ora in preghiera dinanzi a Dio per tutti noi. Oggi noi siamo ancora divisi nella misura in cui i problemi teologici trasmessi dall’antichità non ci danno la possibilità di ricostituire l’unità. Ciò nondimeno, come hanno previsto molti santi uomini, se il Signore vorrà riunire tutti i cristiani, ciò avverrà non per i loro sforzi, non in virtù di passi ecclesiastico diplomatici quali che siano, non per qualche accordo teologico, ma solo se lo Spirito Santo riunirà tutti coloro che professano il nome di Cristo. E siamo convinti che San Nicola, che ascolta le preghiere dei cristiani d’Oriente e d’Occidente, starà anche lui dinanzi al Signore a pregarlo di ricomporre l’unità della Chiesa. Vorrei esprimere la speranza che la permanenza delle reliquie del santo e taumaturgo Nicola aiuti molti nostri contemporanei a percepire la Sua presenza nella loro vita. Io pregherò in modo speciale per i nostri giovani che oggi sono sottoposti alla pressione di idee false e pericolose sul piano emotivo e psicologico. Oggi è necessaria una speciale concentrazione del pensiero, una speciale forza della fede, una particolare forza delle convinzioni cristiane, per mantenersi fedeli figli della Chiesa e, per coloro che ancora non sono tali, mostrare la bellezza spirituale della vita della comunità cristiana. E sono convinto che San Nicola aiuterà molti a trovare la propria strada verso Dio. Che per le sue preghiere il Signore preservi il nostro popolo e la nostra Chiesa, e aiuti i cristiani dell’Oriente e dell’Occidente ad attraversare le difficili vie della storia. Amen. Christus resurrexit! Cristo è risorto”. Il Natale senza Gesù Cristo non è più Natale. Le altre feste e i canti “laici” dell’amicizia organizzati per il 25 Dicembre in Occidente e 13 giorni dopo in Russia, hanno a che vedere con la natività di Gesù di Nazareth? Il presepe in Italia spesso e volentieri viene nascosto, perché dà fastidio al politicamente corretto. Vogliono cancellare il Natale. Nelle scuole, ma anche nelle piazze e nei posti pubblici italiani i simboli del Natale vengono sempre più spesso sostituiti da attributi e immagini festose che richiamano il tema dell’Inverno, della luce e dell’amicizia. In Tv vengono trasmessi film horror. Tutti temi strani. Il grande “assente” è Gesù con la Sacra Famiglia e alla fine dei festeggiamenti non rimangono che il pagano Albero di Natale e le bollicine dello spumante appena “esploso” il tappo! I “botti” illegali del 31 Dicembre coronano spesso al Pronto Soccorso le amare conseguenze degli immancabili fuochi pirici. Bellissimi se ben governati. È nota a tutti la battaglia che spesso si conduce nelle scuole per togliere il Crocefisso dalle classi, com’è nota la scelta di diversi presidi e professori nel modificare le rappresentazioni natalizie a scuola in chiave mondialista. Si pensi solo un attimo a tutte le opere pittoriche, ai crocefissi, alle sculture che rappresentano simboli e temi cristiani: si vuole davvero cancellare e nascondere in Italia anche tutto questo? Annullare il Natale significa rinnegare una parte della propria cultura e quindi anche sé stessi. Significa uccidere l’Italia. Secondo Luca Nannipieri, storico dell’arte e autore di numerosi saggi fra cui “Vogliono cancellare il Natale”, siamo di fronte a una vera e propria guerra ai simboli cristiani. “A Nazareth ad esempio quest’anno il sindaco, che è di religione musulmana – rivela Luca Nannipieri – ha voluto cancellare il Natale e Nazareth è la città per eccellenza del Cristianesimo, come tutti sappiamo Gesù è di Nazareth. Questo è un esempio su scala mondiale e con una simbologia di fortissimo impatto. Però anche in Italia nelle nostre province, nelle nostre città, nelle nostre scuole, nelle vetrine dei nostri negozi sta avvenendo una cosa molta silenziosa ma evidente: si fa sempre più fatica a vedere i presepi, la Natività di Gesù Cristo. Al posto di questi presepi vengono fatte altre iniziative oppure i presepi vengono spostati dalla piazza principale ad un angolo più periferico. Invece di essere una festa attorno a cui si riunisce un’intera Civiltà, in sua sostituzione vengono organizzati altri eventi molto più innocui nei simboli. Se la Natività viene sostituita con una festa dell’amicizia, se il presepe è sostituito con un’iniziativa sull’integrazione, sostanzialmente cancelli un simbolo, un racconto, una narrazione che ha cambiato la storia dell’Uomo. Parliamo di iniziative che di per sé non sono negative, ma non hanno nulla a che fare con il Natale. Se tu al Natale togli Gesù Cristo ti rimane l’alberello con le luci e il panettone”. Sappiamo già chi vuole cancellare il Natale e con quale scopo si fa tutto questo. “Sicuramente è vero quello che diceva Papa Benedetto XVI: l’Occidente spesso ha in odio sé stesso, vede solamente quello che di negativo e deprecabile ha fatto, mentre non riesce ad innalzare ciò che di grande e illuminato ha prodotto. Gesù Cristo è la figura che più di tutte ha rivoluzionato la storia dell’Occidente, questo invece di essere un fondamento della nostra Civiltà diventa una cosa da accantonare in nome del politicamente corretto. Non puoi rappresentare Gesù Cristo sennò dovresti rappresentare Maometto, Buddha, il simbolo degli agnostici e dei panteisti. Siccome non puoi rappresentare tutto, alla fine non rappresenti niente. Secondo questa logica gli spazi pubblici devono essere neutrali, ecco che vengono tolti i segni di riconoscimento, anche quelli che costituiscono le nostre ossa, il nostro sangue, la nostra memoria e la nostra identità. Tutto ciò a prescindere se uno sia cristiano o meno, lo dice uno come me che è un mangiapreti”. Il Natale non è solo una festa religiosa, ma fa parte della cultura e riguarda tutti, credenti e non. Volendo cancellare i simboli cristiani si potrebbe arrivare a nascondere opere italiane fantastiche: crocefissi, sculture e quadri immortali come il “Salvator Mundi” di Leonardo dell’Anno Domini 1499. “Il rischio più importante è che non si abbia consapevolezza della propria cultura. Se tu pensi che togliere il crocefisso o il presepe significhi togliere il Cristianesimo dalla cultura occidentale, in realtà non realizzi che si toglie il 98% della cultura prodotta nella nostra Civiltà. La nostra >Civiltà è sia Paltone, Aristotele, Socrate e la civiltà classica, ma soprattutto e anzitutto tutto ciò che si è prodotto dall’Aanno Zero fino al 2017: un tripudio di opere in onore, in conflitto e in riferimento a Gesù Cristo. Gesù di fatto è la figura per i cristiani e per i non cristiani di riferimento in ogni scrittura e in ogni opera d’arte. Socrate è importantissimo, Platone è fondamentale, ma non hanno trasformato la nostra Civiltà com’è riuscito a fare Gesù Cristo. La Civiltà prodotta da dopo la nascita di Gesù Cristo ha permeato in modo profondo e inestricabile il nostro modo di pensare e di parlare. Disconoscere questo dà l’idea di una Europa, come diceva Benedetto XVI, che ha in odio sé stessa. Vorrei che le persone guardassero la realtà con gli occhi aperti. Avendo consapevolezza della realtà riuscirai a mantenerla in ciò che di splendente ha. Il Natale è la festa per eccellenza dove si riflette, dove si mette a fuoco la nascita di uno che si è fatto crocifiggere per ciò che ha detto e ha fatto. Questo non può essere sostituito o annacquato con la festa dell’amicizia. Va benissimo la festa dell’amicizia e dell’integrazione, ma non possono essere celebrate il 25 Dicembre. Celebriamo queste feste per Capodanno, siamo tutti amici e integrati. Il 25 Dicembre, così come la Pasqua, è una festa che immortala nel nostro cuore il racconto di Gesù Cristo”. Cristo vince il mondo e le martellate dell’ateismo capitalista, nazifascista e comunista. Negli Anni Trenta, all’apice della campagna antireligiosa sovietica, anche il monumento simbolo di Mosca e della Russia era a rischio abbattimento. Petr Baranovskij, architetto e restauratore, riuscì a convincere Stalin a risparmiarla. Potreste non aver mai potuto scattare quella vostra foto a Mosca con la Cattedrale di San Basilio sullo sfondo. Nel 1935, mentre la campagna antireligiosa era all’apice nell’Urss, Stalin tenne un incontro con i vertici politici per decidere il nuovo aspetto architettonico della capitale. Uno dei politici più influenti presenti in quell’occasione, Lazar Kaganovich (1893-1991) che fu tra le altre cose il responsabile della costruzione della metropolitana di Mosca che portò il suo nome fino al 1955 prima di essere ribattezzata in onore a Lenin, rimosse il modellino della cattedrale dal plastico. Abbatterla avrebbe facilitato il passaggio dei carri armati durante le sfilate sulla Piazza Rossa. Una leggenda non confermata vuole che la reazione di Stalin sia stata furiosa: “Rimettila al suo posto”, avrebbe ordinato il dittatore. Nessuno sembra avere una prova documentata di questo breve ma fatidico incontro, ma molti credono che sia stato un semplice architetto, Petr Baranovskij (1892-1984), a salvare la cattedrale simbolo di Mosca che era già stata rimossa dalla mappa della capitale del futuro “paradiso” socialista.  Ingegnere certificato e specialista d’arte, Petr Baranovskij fece del salvataggio e del restauro dei monumenti architettonici, il più delle volte di natura religiosa, la missione di tutta la sua vita, peraltro in un’epoca in cui mostrare compassione per la Chiesa e le sue strutture poteva causare seri problemi. Dopo la “rivoluzione” rossa, il governo sovietico lanciò una dura campagna contro la religione, additando il clero come un ostacolo sulla via della società senza classi che i sovietici avrebbero dovuto costruire. Mentre molte antiche chiese venivano trasformate in palestre, sale cinematografiche, magazzini, dormitori e fienili, Baranovskij intraprese una campagna altrettanto decisa per preservare i rimanenti monumenti architettonici per i posteri. L’architetto è responsabile del restauro di innumerevoli chiese e altri monumenti architettonici, tra cui la tenuta ecclesiastica di Krutitsy, il complesso di chiese e monasteri di Kolomenskoe e la Cattedrale di Kazan. È impossibile immaginare Mosca senza uno di questi simboli oggi, ma nessuno avrebbe potuto garantire che sarebbero sopravvissuti al dominio sovietico. In effetti, la Cattedrale di Kazan fu demolita nel 1936 ed è stata ricostruita da zero solo nel 1990-1993, proprio grazie ai disegni e alle fotografie dell’archivio di Baranovskij. La più grande vittoria dell’architetto e restauratore è stata comunque la Cattedrale di San Basilio. Sua figlia, Olga Baranovskaja, ha riscontrato voci che affermano che suo padre l’avesse chiusa a chiave, da piccola, dentro la cattedrale per ostacolare fisicamente la demolizione, ma lei non ha alcun ricordo di questi improbabili eventi. Invece, crede che la lotta di suo padre sia stata meno drammatica ma altrettanto pericolosa e di ampia portata: l’architetto avrebbe inviato un telegramma a Stalin in persona. “Ha lasciato l’ufficio di Kaganovich dopo essersi schierato contro la demolizione e ha sbattuto la porta. Andò all’ufficio postale e scrisse un telegramma: Mosca. Il Cremlino. Al compagno Stalin. Per favore, evita la demolizione della cattedrale di San Basilio perché causerà un danno politico al regime sovietico”, ricorda la Baranovskaja. Nessuno ha mai visto il telegramma, e altri resoconti del salvataggio miracoloso della cattedrale citano un Baranovskij che minaccia il suicidio, rinchiudendosi all’interno della cattedrale e sfidando la burocrazia sovietica fino ai più alti vertici. È difficile che la verità venga mai tirata fuori dalle storie accuratamente abbellite per i posteri, ma una cosa è certa: la Cattedrale di San Basilio si erge orgogliosamente sulla Piazza Rossa, attirando milioni di turisti affascinati da tutto il mondo. E Petr Baranovskij è l’uomo da ringraziare per questa meravigliosa “bomboniera” cristiana. La Russia resisted a sempre. Nella lotta contro Mamaj (1374-1380), fin dalla metà del XIII Secolo, i vari principati russi erano stati politicamente ed economicamente assoggettati dall’Orda d’oro. Alla fine del XIV Secolo il Principato di Mosca, rafforzatosi, cercò di liberarsi dal potere dei Khan. Dopo l’assassinio di Mehemmet Birde Bek nel 1359, l’Orda d’oro finì nel caos delle guerre intestine per il trono. I principati russi furono costretti a trattare con Mamaj, uno dei maggiori generali mongoli. Non era tra i discendenti di Gengis Khan, e quindi non aveva il diritto di governare l’Orda d’oro. Ma era sposato con la figlia di Birde Bek e, mettendo sul trono un khan fantoccio, Bulak, di fatto governava, usurpando il potere. Nel 1374, il principe di Mosca Demetrio di Russia (Dmitrij Ivanovich, in seguito conosciuto come Dmitrij Donskoj) rifiutò di rendere omaggio ai mongoli, e ne seguì una serie di scontri. Dopo la sconfitta nella battaglia sul fiume Pjana nel 1377, le truppe russe sconfissero i mongoli nella battaglia del fiume Vozha l’anno successivo. Fu questa la prima seria vittoria russa sull’Orda d’oro. La battaglia di Kulikovo del 1380 fu il culmine della guerra. Le truppe di Mamaj subirono una sconfitta impressionante. Non riuscì a mantenere il potere nell’Orda d’oro e lo perse contro Toktamish, un discendente di Gengis Khan, e nuovo sovrano dello stato mongolo. Mamaj cercò di riparare nella parte di Crimea territorio della Repubblica di Genova, ma venne ucciso a Caffa (oggi Feodosia). La battaglia di Kulikovo non liberò i principati russi dal potere dei mongoli. Toktamish lo restaurò, bruciando Mosca nel 1382. La Russia fu finalmente liberata dai mongoli solo cento anni dopo, dopo il “Grande fronteggiamento” sul fiume Ugrà nel 1480. Tuttavia, l’importanza della vittoria nella battaglia di Kulikovo fu grande. L’autorità e il prestigio militare dei mongoli ne risultarono gravemente danneggiati. Non riuscirono mai a ristabilire la loro precedente influenza sui russi. La battaglia determinò inoltre il futuro volto dello Stato russo, dal momento che il Principato di Mosca si delineò irreversibilmente come il centro politico dell’unificazione dei principati russi. La Grande Guerra del Nord (1700-1721) divenne una delle più importanti della Storia russa, poiché segnò la nascita della Russia come Impero che fu proclamato da Pietro il Grande proprio nell’Anno Domini 1721. Per anni lo Stato russo aveva cercato di impadronirsi della Livonia e dell’Estonia e di garantirsi l’accesso al Mar Baltico. L’ultimo grande tentativo era stato compiuto da Ivan IV, ma era terminato in catastrofe, con lo Zarato di Moscovia sconfitto da due nemici: la Svezia e la Confederazione polacco-lituana. Alla luce di questa amara esperienza, Pietro il Grande si preparò per la prossima guerra più a fondo. L’Alleanza del Nord tra la Russia, la Confederazione polacco-lituana, la Danimarca e la Sassonia si mise insieme per schiacciare la potenza egemone dell’Europa orientale e settentrionale, il Regno svedese. Tuttavia, dopo che il re svedese Carlo XII sconfisse tutti i membri dell’Alleanza del Nord, la Russia affrontò da sola il forte esercito svedese. La battaglia di Narva nel 1701 fu un disastro per l’esercito russo e costrinse Pietro il Grande a intraprendere profonde riforme militari. Lo Zar russo persistette nel voler raggiungere il suo obiettivo principale: aprire una “finestra verso l’Europa”. Fondò la futura capitale della Russia, San Pietroburgo, nel 1703, su un territorio appena strappato agli svedesi, e sconfisse infine la Svezia con il suo esercito modernizzato nella battaglia di Poltava (1709). Il 1714 vide la battaglia navale di Gangut, la prima importante vittoria della flotta russa nella sua storia. Dopo che il trattato di Nystad fu firmato nel 1721, la Russia acquisì i vasti territori di Livonia, Estonia, Ingria e parte della Carelia e il nuovo Impero russo iniziò a giocare un ruolo da protagonista nella politica europea. La Guerra russo-turca (1768-1774) che oppose Caterina II di Russia all’Impero ottomano, è considerata una delle più importanti tra i numerosi conflitti russo-turchi e mostrò al mondo diversi eccezionali comandanti russi. Nella battaglia di Kagul del 1770, una delle più grandi battaglie del XVIII Secolo, un esercito russo di quasi 40mila uomini sotto il comando di Petr Rumjantsev sconfisse l’esercito ottomano composto da 150mila soldati. Il leggendario “signore della guerra” Aleksandr Suvorov, con 5mila uomini a sua disposizione fu in grado di sopraffare un esercito ottomano cinque volte più grande in uno degli scontri più decisivi della guerra: la Battaglia di Kozludzha nel 1774. Le gloriose vittorie non si ebbero solo a terra, ma anche per mare. Durante la battaglia navale di Çeşme nel 1770, la maggior parte della flotta ottomana fu decimata. Il trattato di Küçük Kaynarca (1774) permise all’Impero russo di prendere piede sulla costa del Mar Nero: si assicurò le città di Kerch e Yeni-Kale in Crimea, e il diritto di fondare una flotta militare nel Mar Nero, così come il diritto alla difesa dei cristiani nei principati vassalli degli ottomani di Moldavia e Valacchia. Secondo i termini di pace, il Khanato di Crimea ottenne l’indipendenza dall’Impero Ottomano. In effetti, cadde sotto la potente influenza della Russia e, alla fine, fu annesso nel 1783. Vale la pena ricordare che il territorio del Khanato comprendeva non solo la penisola di Crimea, ma anche vasti territori sulla costa del Mare d’Azov e del Mar Nero. In generale, la guerra permise alla Russia di avanzare significativamente verso Sud, quando l’Impero ottomano iniziò a declinare. Nell’invasione francese della Russia e nella guerra della Sesta coalizione (1812-1814). Dopo che l’Impero russo fu sconfitto da Napoleone nella Guerra della Quarta Coalizione (Gran Bretagna, Prussia, Impero Russo, Svezia, Sassonia e Regno di Sicilia) nel 1807, fu costretto a unirsi al Blocco continentale contro la Gran Bretagna voluta da Napoleone, che però danneggiava l’economia russa. I termini imposti dal trattato di pace erano considerati umilianti dalla leadership russa, che presto smise di rispettarli. La guerra divenne inevitabile e scoppiò nel 1812 con l’invasione della Russia da parte della Grande Armée. Perfettamente consapevoli del genio militare di Napoleone, i comandanti russi si rifiutarono di concedergli la battaglia su vasta scala che tanto desiderava. Una grande battaglia ebbe luogo solo alla periferia di Mosca, a Borodino, senza che nessuno dei contendenti prevalesse in modo netto. L’occupazione della capitale russa non dette niente di positivo all’imperatore francese. La città fu incendiata dai russi, e Napoleone fu costretto a lasciarla, non riuscendo a concludere una pace o una tregua con l’imperatore russo Alessandro I. L’incendio di Mosca del 1812 durò dal 14 al 18 Settembre (2-6 Settembre secondo il calendario giuliano) durante l’occupazione dei soldati di Napoleone I. Il 13 Settembre (1° Settembre secondo il calendario giuliano) 1812 durante il consiglio militare a Fili Michail Kutuzov ordinò di lasciare Mosca senza combattere. Insieme ai soldati se ne andò dalla città la maggior parte della popolazione. Nel primissimo giorno dell’ingresso dei militari francesi a Mosca scoppiarono degli incendi che durarono diversi giorni consumando la città. Per prima bruciarono le mesticherie, i ferramenta, gli edifici lungo il ponte Jauzk e sulla Sol’janka, intorno all’orfanotrofio, i negozi, le botteghe, il mercato di alcolici, le chiatte con proprietà dei dipartimenti per l’artiglieria e il commissariato. Il fuoco si espanse gradualmente in tutte le zone di Zamosvkoreč’e, Pjatnickaja, Serpuhovskaja e Jakimanskaja, attraverso il fiume Moscova si riversò nelle zone di Jauzkaja e Taganskaja, avvolse diverse strade di Prečistenskaja, invase il Quartiere tedesco. Nella notte tra il 18 e il 19 Settembre (6 e 7 del calendario giuliano) l’incendio raggiunse la maggior potenza. Successivamente l’incendio si attenuò anche se in determinati posti nacquero nuovi focolai che perdurarono sino all’abbandono di Mosca dell’esercito francese. L’incendio distrusse 6532 delle 9158 case, 7153 delle 8521 botteghe e 122 delle 329 chiese. Tra le altre le più colpite furono Kitaj-gorod e Zemljanoj gorod. Fu incenerita l’Università con i suoi archivi, le collezioni, la Biblioteca ed anche molte tenute con inestimabili opere d’arte tra cui l’unico esemplare del “Canto delle schiere di Igor” della collezione Musin-Puškin. Alla fine morirono più di 2000 soldati russi i quali essendo feriti gravemente erano stati lasciati, come si era soliti fare a quei tempi, in custodia al nemico data l’impossibilità di una loro evacuazione. L’incendio permise a Kutuzov di allontanarsi dal nemico che da più di una settimana aveva perso il contatto con l’Esercito russo, gli permise di far riposare i soldati per un breve tempo e di completare la marcia sulla Kalužskaja verso Tarutino. Le conseguenze furono rovinose per Mosca ed ebbero ripercussioni per i quasi successivi vent’anni. La questione sulle cause dell’incendio di Mosca del 1812 emoziona le menti degli studiosi di Storia da più di 200 anni. Le tesi, proposte da diversi autori, accusano o il governatore generale di Mosca Rostopčin o l’esercito nemico o un movimento patriottico di ignoti eroi russi. In diversi periodi vi furono anche versioni che vedevano la partecipazione di Alessandro I e di Kutuzov. La versione sulla rovina di Mosca per mano dei soldati francesi venne utilizzata attivamente dal governo russo per scopi propagandistici. Già in un messaggio governativo del 29 (17 secondo il calendario giuliano) Ottobre 1812 tutta la responsabilità dell’incendio veniva attribuita all’esercito napoleonico e l’incendio stesso venne definito come il frutto di “una mente disturbata”. In uno dei rescritti imperiali del 1812 a nome di Rostopčin si indicava come la distruzione di Mosca avesse rappresentato per la Russia e l’Europa un eroico salvataggio che avrebbe dovuto glorificare il popolo russo nella Storia, una conseguenza della provvidenza divina. In un altro rescritto invece si indicavano i francesi quali colpevoli dell’incendio. Tra coloro i quali non hanno avuto dubbi sul fondamentale ruolo che il governatore generale moscovita Rostopčin ebbe nell’organizzazione dell’incendio, vi è lo storico russo Dmitrij Buturlin il quale scrisse: “Non potè fare nulla per la salvezza della città che a lui era stata affidata, e quindi decise di raderla al suolo e attraverso la perdita della città creare un vantaggio per la Russia”. Secondo Buturlin, Rostopčin aveva fatto preparare in anticipo le sostanze incendiarie. Per la città furono sparsi dei mercenari incendiari guidati da agenti di polizia camuffati. Anche lo storico Aleksandr Mihajlovskij-Danilevskij non aveva dubbi riguardo l’ordine di Rostopčin, reputato l’unico promotore dell’iniziativa, ma aggiungeva che tutta una serie di edifici andò in fiamme a causa dell’impeto patriottico dei moscoviti e poi successivamente a causa del saccheggio dei francesi e di vagabondi russi. Vi furono anche altri punti di vista. Nel 1836 lo storico Sergej Glinka avanzò l’ipotesi che Mosca bruciò a causa di una serie di circostanze: per provvidenza divina, come ritenne lui, ad incendiare Mosca fu la “guerra; una guerra incondizionata, una guerra come non ve ne erano mai state, quando la rovina dell’umanità iniziò a camminare tra tuoni e lampi”. Tra i seguaci della teoria che Mosca fosse andata in fiamme a causa di una serie di circostanze casuali, vi fu Lev Tolstoj. Nel romanzo “Guerra e pace” scrisse: “Mosca bruciò a causa dei caminetti, a causa delle cucine, dei falò, della trascuratezza dei soldati nemici, degli abitanti non proprietari di case. Se vi furono degli incendi dolosi (cosa assolutamente questionabile dato che nessuno avrebbe avuto un motivo per appiccare degli incendi e, in ogni caso, sarebbe stato molto difficile e pericoloso), questi incendi non possono essere considerati come la causa dato che anche senza di questi le cose sarebbero andate allo stesso modo”. Negli anni sovietici la questione delle cause dell’incendio di Mosca assunse una connotazione politica. Se i primi storici sovietici non dubitavano del decisivo ruolo di Rostopčin, nella storiografia successiva tale problema assunse un’impronta ideologica. Verso questo problema nel corso dei decenni vi è stato spesso un opposto atteggiamento. Negli Anni Venti del XX Secolo predominava l’opinione che l’incendio fosse stato organizzato dai russi. Negli Anni Trenta Evgenij Zvjagincev propose che la causa fu “la trascuratezza dei francesi nei confronti dell’incendio”. Negli Anni Quaranta risuonò la posizione di Milica Nečkina secondo la quale, senza fare concretamente alcun nome, l’incendio fu una dimostrazione del patriottismo del popolo russo. Nel 1950 per la prima volta in tempi sovietici comparve una seria ricerca di Ivan Polosin che affermava come l’incendio fosse un’espressione dell’approccio patriottico dei moscoviti, ma la sua principale causa fosse l’ordine di Kutuzov. Infine negli anni 1951-1956 si formò la tesi di Ljubomir Beskrovnyj e Nikolaj Garnič su come i francesi avessero deliberatamente dato alle fiamme Mosca. A questi nel 1953 si unirono la Nečkina e Žilin. La medesima tesi predominò negli anni 1960-1970. Al giorno d’oggi, secondo tutta una serie di esperti, quando si analizzano le cause dell’incendio di Mosca del 1812 è necessario avere un approccio complessivo. L’incendio ebbe diversi focolai ed è quindi possibile che tutte le versioni siano in un modo o in un altro realistiche. Nel 2010 il sindaco di Mosca Jurij Lužkov propose di condurre una ricerca speciale con i cui risultati sarebbe stato possibile spiegare la causa dello scoppio dell’incendio del 1812 dato che nei libri di storia, persino in quelli scritti subito dopo la guerra del 1812, sono state date interpretazioni diverse di questo avvenimento. La verità la troviamo oggi nella Grande Enciclopedia Russa. Il ritiro della Grande Armata francese fu un disastro. Il freddo feroce, la guerriglia attiva e l’incessante inseguimento dell’Esercito russo la distrussero completamente. Su 680mila uomini, quasi il 90% venne ucciso, imprigionato o risultò disperso. La campagna estera dell’Esercito russo, inquadrato nella Sesta Coalizione con Austria, Prussia, Svezia, Spagna, Regno Unito, Regno di Sicilia e Regno di Sardegna, si concluse con la presa di Parigi nel 1814 e l’abdicazione di Napoleone. La vittoria su Napoleone fece di molto salire la posizione e la considerazione della Russia nel mondo. L’Impero russo fece ciò che gli altri non erano stati in grado di fare per oltre un decennio: schiacciare il fino ad allora invitto genio militare francese. Nella Seconda Guerra Mondiale la vittoria sulla Germania nazista e sui suoi alleati è l’evento più importante della Storia russa. Questo conflitto differisce significativamente da quelli precedenti, poiché è per tutti una vera guerra di sterminio. Americani compresi. Sebbene l’Esercito sovietico avesse cominciato a ricevere equipaggiamenti militari moderni prima della guerra, c’era un’enorme carenza di comandanti capaci, dato che molti ufficiali di alto rango erano stati giustiziati durante la Grande Purga alla fine degli Anni Trenta. La catastrofe dei primi anni della guerra sollevò un punto interrogativo sull’esistenza stessa in futuro dell’Unione Sovietica. Il consolidamento e l’accettazione a livello nazionale del potere sovietico, la guerriglia su larga scala e una nuova ondata di comandanti di talento trasformarono la sconfitta in vittoria, con battaglie simbolo come quella di Stalingrado e Kursk. Il prezzo pagato dal popolo sovietico fu sconvolgente: oltre 27 milioni di morti che il Cinema mondiale non ha mai doverosamente onorato. Oltre all’eradicazione del nazifascismo, la Seconda Guerra Mondiale migliorò notevolmente lo status geopolitico dell’Urss. Regimi amici furono istituiti nell’Europa orientale appena liberata. L’Unione Sovietica divenne una delle due superpotenze globali, un gigante militare e industriale che fu in grado di lanciare nello spazio il primo satellite artificiale, lo Sputnik, appena 12 anni dopo che la devastante guerra era finita, e di far sbarcare sul pianeta Venere diverse sonde spaziali russe, le cui imprese sono state offuscate dalla propaganda Usa della “guerra fredda”. Oggi la Russia resiste alla russofobia occidentale con altri mezzi. I “social network” si sono scatenati dopo la notizia che gli atleti russi potranno partecipare ai Giochi invernali di Corea 2018 solo sotto bandiera neutrale e senza inno nazionale russo! Le risposte più ironiche alla decisione del Cio sono sul Web. La Russia è stata esclusa, per le accuse di doping, dalla partecipazione alle prossime Olimpiadi invernali in Corea del Sud, che si terranno nella località di Pyeongchang dal 9 al 25 Febbraio del 2018. Una chiara “vendetta” dopo lo strepitoso successo di Sochi. Il Comitato olimpico internazionale ha però concesso agli atleti “puliti” di prender parte ai Giochi sotto una bandiera neutrale con i Cinque Cerchi Olimpici, senza inno, e riuniti sotto il nome di Atleti Olimpici della Russia. La cosa non ha però convinto molto i russi, che hanno reagito alla notizia. “Donald Trump riuscirà, forse, a terminare il suo primo mandato – scrive Giulietto Chiesa – ma ogni giorno che passa si accresce il sospetto che sarà anche l’ultimo. La decisione di spostare l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme ha lasciato soli gli Stati Uniti e Israele a guardarsi negli occhi in perfetta solitudine. Washington è stata costretta a ricorrere al diritto di veto per bloccare la risoluzione dell’Egitto, che vedeva unanime (salvo gli Usa) tutto il Consiglio di Sicurezza. È stata la 43esima volta che gli Stati Uniti hanno affondato, con il loro veto, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu su questioni che riguardano Israele e i suoi atti illegali nei territori palestinesi occupati. E non è stata la “solita” risoluzione, in cui il “resto del mondo”, seppure variamente “mitragliato” da defezioni dovute alle pressioni e ai ricatti americani nei confronti dei Paesi minori di Africa e Asia impossibilitati a difendersi, si oppone alla coalizione “occidentale” dei Paesi più ricchi. Questa volta anche tutta l’Europa non ha potuto seguire le orme imperiali e ha dovuto schierarsi criticamente contro Washington. Oltre all’intero mondo arabo, all’intero schieramento musulmano, alla Turchia, membro della Nato sempre più riottoso, si assiste a un plebiscito mondiale dissenziente. Poche volte nella storia delle Nazioni Unite gli Stati Uniti si sono trovati in una situazione analoga. Cosa significa è presto detto: Donald Trump sta cercando di trovare riparo e respiro all’offensiva che lo paralizza all’interno, cercando rifugio sotto le ali delle potentissime organizzazioni lobbystiche sionistiche e filo-israeliane che controllano gran parte della politica estera americana. Le quali furono contro di lui, e a favore di Hillary/Obama, durante la campagna elettorale. Ma le stesse lobbies – osserva Giulietto Chiesa – erano state ferocemente ostili alla politica di Obama, favorevole al negoziato sul nucleare iraniano. Frenetici contatti sottobanco tra queste forze e il Presidente in carica hanno convinto Trump che era il momento di offrire loro concessioni sostanziali. Del resto una mossa come quella su Gerusalemme avrebbe avuto il vantaggio di soddisfare anche una parte cospicua dei senatori americani dei due partiti, a loro volta influenzati potentemente dalle lobbies sioniste. Il tutto avrebbe concesso a Trump non solo una tregua, ma un’alleanza sostanziale contro lo “stato profondo” delle varie “intelligences” (alleate con i democratici) che continuano a puntare su un futuro “impeachment” del Presidente. Il “regalo” di Gerusalemme a Netanyahu è stato il risultato finale di questa “covert operation”. Ma è avvenuto al prezzo di un rovesciamento totale della politica americana verso il conflitto israelo-palestinese. Una politica che, sebbene abbia consentito in tutti questi anni a Israele di fare ciò che era nei suoi piani, tuttavia permise a Washington di mantenere un’ambiguità sufficiente per mantenere il consenso dei suoi alleati attorno all’idea di una possibile soluzione del conflitto con la formazione, a fianco di Israele, di uno stato palestinese, con capitale a Gerusalemme Est. La rottura di quest’ambiguità è stata sottolineata dallo stesso ambasciatore francese all’Onu, Francois Delattre, il quale, appoggiando il progetto di risoluzione presentato dall’Egitto, lo ha definito come “il frutto del consenso internazionale su Gerusalemme, costruito nel corso dei decenni” dalla comunità internazionale. Almeno una decina di giovani palestinesi uccisi e oltre 1900 feriti sono stati fino ad ora il risultato di una tale inversione di marcia. Ma c’è di peggio per Washington. La salvezza, per altro temporanea, del Presidente americano in carica toglie agli Stati Uniti la posizione di garante principale di ogni futuro processo di pace in Medio Oriente. La quale cosa, a sua volta, squaderna di fronte al mondo intero la sbalorditiva constatazione che la politica estera americana, il suo ruolo tradizionale di “egemone mondiale” è ormai divenuto ostaggio della lotta politica interna alle élites americane. Sembra di leggere l’antica massima latina: “omne imperio in se ipsum divisum, desolabitur”, ogni impero che sia diviso al suo interno, finirà con l’essere distrutto”. Washington e Mosca fanno fronte comune contro il terrorismo? La Cia sembra aver condiviso con i colleghi russi informazioni importanti che avrebbero permesso di sventare un attentato terroristico a San Pietroburgo. Intesa raggiunta sulla Siria per lo scambio di informazioni fra i servizi segreti? I servizi di sicurezza russi della FSB avrebbero arrestato i membri di una cellula terroristica legata all’Isis che pianificava di colpire la cattedrale e altri luoghi di San Pietroburgo. Il Presidente Putin ha personalmente ringraziato Trump per l’aiuto da parte dell’intelligence statunitense. La notizia del Cremlino (http://en.kremlin.ru/events/president/news/56398) che ha fatto il giro del Sistema Solare appare di fatto il segnale di una più ampia intesa fra i due leader. Cambieranno gli equilibri geopolitici mondiali? Secondo Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss Guido Carli di Roma, “la mia impressione è che l’America First di Trump si situi in una perfetta linea di continuità rispetto ad una tendenza che è affiorata dopo la fine della Guerra Fredda: ad ogni elezione presidenziale svoltasi dal 1992 in poi, gli elettori statunitensi hanno fatto prevalere il candidato più credibile nel promettere una riduzione degli impegni militari esterni americani e una maggiore concentrazione sul rilancio della competitività degli Usa. È stato vero per Bill Clinton contro Bush senior, per Bush junior contro Al Gore, per Barack Obama contro la Clinton e poi McCain e quindi per lo stesso Trump. America First vuol dire che gli Stati Uniti smettono di promuovere l’americanizzazione del pianeta per perseguire un’agenda di interessi nazionali definita in termini più ristretti. Per me, è un fatto positivo, perché reca con sé la promessa di una politica estera meno invadente e più rispettosa delle sovranità nazionali. Trump vi fa continuo riferimento”. Mosca non sarebbe più definita “un nemico” come nell’era Obama, quando l’ex presidente di colore fra le minacce nei confronti dell’America citava la Russia subito dopo il Daesh. Per Trump la Russia sembra essere un interlocutore importante. “La collaborazione è nei fatti, prima ancora che nelle parole. Lo stiamo vedendo in Siria e un po’ in tutto il Medio Oriente ed è il riflesso di un’altra opzione decisiva per Trump, per il quale il ripiegamento americano non deve provocare instabilità. Il giornalista investigativo americano Seymour Hersh ha rivelato al mondo intero che nella lotta al Daesh Russi e Americani sono andati ben oltre il cosiddetto “deconflicting” nei cieli, spesso concordando insieme gli attacchi più importanti. Riconciliazione ed intesa con la Russia sono per Trump una precondizione necessaria alla realizzazione del suo programma di disimpegno dagli affari mondiali e rilancio interno degli Stati Uniti. L’espansione dell’influenza di Mosca nel Mediterraneo avviene quindi quasi certamente con il pieno consenso di Trump. Fa parte dello smantellamento dell’impero informale americano, che molti esponenti dello “stato profondo” statunitense avversano, perché implica il ridimensionamento del loro potere. Di qui, il Russiagate, a mio avviso destinato prima o poi a sgonfiarsi, che non serve tanto all’impeachment, ma ad impedire al Presidente di realizzare il suo programma di politica estera. In termini geopolitici, le idee di Trump sugli equilibri internazionali sembrano ricalcare quelle di Spykman, per il quale ad americani e sovietici insieme sarebbe spettato dopo la II Guerra Mondiale il compito di controllare le frange esterne dell’Eurasia. Non sono il frutto di un’improvvisazione. In questo senso, la nuova National Security Strategy (https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2017/12/NSS-Final-12-18-2017-0905-2.pdf) appena presentata non riflette veramente gli obiettivi americani. Stende invece una cortina fumogena loro attorno”. È emblematico il recente “aiuto” della Cia nello sventare un attentato terroristico in Russia. “È soprattutto interessante notare come sia stato mediatizzato: Putin e Trump non si sono nascosti, ma hanno lanciato al mondo un segnale significativo dell’ampiezza dell’intesa già raggiunta. Vero o falso che sia, i due leader hanno affermato che ormai la collaborazione investe anche l’impenetrabile livello delle rispettive agenzie d’intelligence. L’alleanza russo-americana contro il terrorismo e l’Islam Politico c’è”. Insomma, Putin-Trump, questo nuovo binomio potrebbe influenzare gli equilibri geopolitici mondiali. “Può influenzarli notevolmente, perché prepara un trasferimento di responsabilità dagli Stati Uniti verso la Russia nel mantenimento dell’ordine in diverse regioni “sensibili” del pianeta. Della Siria abbiamo appena parlato. Mosca avrà probabilmente una sua base militare anche in Egitto: difficile immaginare che Il Cairo, le cui forze armate dipendono dagli aiuti americani, si sia risolto ad un passo del genere senza che vi fosse un avallo di Washington. Andiamo verso un nuovo concerto mondiale delle potenze, con l’America in posizione di supremazia ma non egemonica e la Russia che recupera lo status di grande potenza. In Estremo Oriente, invece, vedo stringersi intorno alla Cina un “anello di fuoco” composto da varie potenze nucleari. Xi sembra preoccupato”. Non è certo che Trump riuscirà a proseguire la linea del dialogo con Putin: il Congresso Usa potrebbe non permetterlo. “Sarà una battaglia durissima. Ma Trump ha le carte in regola per spuntarla. Secondo me si sta rafforzando. I sondaggi più seri lo hanno sempre dato poco al di sotto del livello di consenso raggiunto il giorno del voto, l’8 novembre 2016. Ha inflitto perdite ragguardevoli di pubblico ed entrate anche alla Lega nazionale del Football americano, dopo le insulse polemiche inscenate da alcuni sportivi contro l’Amministrazione. Quando la sua riforma fiscale sarà a regime, per i candidati democratici saranno problemi seri. Chiunque guadagni meno di 24mila dollari all’anno (duemila al mese) non pagherà le tasse, mentre l’aliquota del 20% sarà applicata a chi guadagna fino a 90mila dollari. Queste misure agevolano milioni di persone. È prevedibile che Trump beneficerà di un forte incremento di consensi già alle lezioni di medio-termine”. La Russia resiste a coloro che me minano gli interessi economici. L’esplosione avvenuta all’impianto del gas di Baumgarten in Austria ha destato molta preoccupazione in Europa e in Italia, ma ha anche risollevato la questione della partita del gas, in cui gli Stati Uniti ostacolano ogni riavvicinamento fra Russia ed Europa. La geopolitica dei gasdotti. L’incidente all’hub austriaco di Baumgarten, snodo fondamentale per la distribuzione di gas proveniente dalla Russia, ha provocato un blocco delle forniture verso l’Italia solo per qualche ora, ma ciò è bastato per creare panico sui giornali e per ritornare al vecchio dibattito sulla diversificazione energetica e sulla dipendenza dal gas russo. Altro spauracchio russofobico! Negli anni molti grandiosi progetti come il South Stream, il Turkish Stream e il Nord Stream hanno infastidito gli Stati Uniti d’America che in tutti i modi, anche ricorrendo a sanzioni, cercano di allontanare l’Europa dalla Russia impedendo la costruzione dei gasdotti e degli Stati Uniti d’Europa. Possiamo parlare di una vera e propria guerra del gas, anche se la costruzione dei gasdotti porta milioni di posti di lavoro, cooperazione fra governi e industrie anche spaziali. La partita del gas non ha quindi un valore solamente economico, ma anche geopolitico ed è l’Europa il teatro di questo scontro. Una cosa è certa: il gas russo a tutti gli effetti è quello più conveniente per l’Italia e per l’Europa, e difficilmente sostituibile. I gasdotti, capaci di unire Paesi lontanissimi, sono una necessità e un’opportunità per tutti i russo-europei. Secondo Marco Valerio Solia, storico e studioso della politica mediterranea italiana, autore di “Mattei, obiettivo Egitto”, l’incidente a Baumgarten in Austria “ci ha ricordato che la diversificazione energetica è sempre positiva. L’Italia si è vista venir meno, seppur per poche ore, l’approvvigionamento da uno dei canali più importanti, cioè dalla Russia via Austria. Ovviamente si è riaperto il dibattito sulla diversificazione e sulla necessità di saper rispondere anche ad emergenze simili. Fortunatamente tutto si è risolto in poche ore, peraltro l’Italia è uno dei Paesi con il maggior numero di scorte in Europa. Da un punto di vista geopolitico il caso di Baumgarten ci mostra come non possiamo affidarci esclusivamente ai corridoi esistenti. Qualsiasi ipotesi di nuovi rifornimenti sia dalla Russia sia dal settore mediorientale è positiva. In Italia al momento vi è un grosso dibattito su quello che riguarda la Trans Adriatic Pipeline, l’arrivo potenziale di 10 miliardi di metri cubi di gas dall’Azerbaigian. È un gasdotto che collegherebbe Grecia, Albania e Italia, ma a sua volta si connetterebbe ad altri gasdotti che stanno prendendo piede in Turchia, in Georgia, in Azerbaigian per collegare il Mar Caspio con l’Italia”. Al momento il gas russo è quello che prevale nelle forniture all’Italia, parliamo di un tasso maggiore del 40%. “Il gas russo quindi è fondamentale per l’Italia e difficilmente sostituibile. Per quanto riguarda il petrolio, l’Italia lo importa dalla Russia in discreta percentuale, per quanto riguarda il gas le cifre invece raddoppiano. Oltre al gas russo va aggiunto che un quarto delle importazioni italiane provengono dall’Algeria. Ci rendiamo conto di come oltre due terzi delle importazioni italiane di gas provengano da appena due Paesi. Questo deve farci riflettere dal punto di vista della diversificazione. Se i Paesi importatori di gas hanno una dipendenza rispetto al Paese che esporta, c’è da dire che anche il Paese esportatore è dipendente dagli altri. Il 70% del gas che la Russia esporta lo manda infatti verso l’Europa. È un rapporto di interdipendenza. Non si tratta infatti solo di questioni energetiche ed economiche – avverte Marco Valerio Solia – ma qui tocchiamo anche un ambito prettamente geopolitico, dove subentrano altre dinamiche. Esiste una forte tendenza da parte dell’establishment statunitense a impedire che si possano saldare le materie prime russe con l’industria europea. Si cerca in altre parole di dividere il territorio dell’Eurasia, che sarebbe in grado ipoteticamente di congiungere il continente europeo alla Russia ed alla Cina. Si creerebbe quindi un Blocco che potenzialmente sarebbe in grado di rivaleggiare con gli Stati Uniti. Molte delle crisi attuali derivano da queste tensioni. Ci ricordiamo le pressioni contro il raddoppio del Nord Stream che legherebbe ancora di più la Russia alla Germania, ancora prima le pressioni contro il South Stream e la preferenza per il TAP. Parliamo di pressioni per dividere l’Europa dalla Russia. Non solo economia quindi, ma anche geopolitica”. Il gas russo fra l’altro è quello più conveniente per l’Europa, soprattutto se lo confrontiamo allo “shale gas” americano. Anche il gas di scisto rientra nel disegno per dividere Europa e Russia. “Sì, non a caso si parla del 2018 come dell’anno della Guerra del Gas, in senso lato ovviamente. Sicuramente esistono delle pressioni verso un allontanamento fra Russia e Europa, allo stesso tempo le condizioni geografiche impongono che Russia ed Europa collaborino. È una collaborazione che difficilmente si potrà arginare. Nonostante esistano forti criticità nei confronti dei diversi progetti infrastrutturali in campo, il mio parere è che alla lunga non potrà che prevalere la prossimità geografica. La Russia ha la necessità di esportare idrocarburi, l’Europa ha bisogno di gas. Il gas inoltre ad un prezzo conveniente serve. Quando poi parliamo di Unione Europea dobbiamo ricordarci che non abbiamo a che fare con un soggetto che agisce in maniera univoca e compatta. Parliamo di diverse sensibilità nei confronti della Russia. È quasi banale sottolineare come i Paesi dell’Europa orientale, paradossalmente quelli più dipendenti dal gas russo, sono quelli più distanti di fatto dalla Russia. È un approccio diverso alla Russia rispetto a quello del cosiddetto “club di amici della Russia”, come la Francia, l’Italia e per certi versi la Germania. Sarà interessante vedere come si delineeranno queste esigenze con le pressioni di cui parlavamo prima su un’area che dovrebbe essere un unicum fra materie prime e industrie”. I gasdotti dovrebbero unire i popoli e non dividerli, dare possibilità di lavoro. “Sì, innanzitutto un’opera come la costruzione di un gasdotto su tratte così lunghe è un progetto che dura anni. Solo questo crea una serie di passaggi di conoscenze tecnologiche, un aumento della professionalità, contatti fra governi e industrie. È qualcosa che unisce a livello infrastrutturale aree geograficamente non vicinissime. Il gasdotto è la porta preferenziale per trasportare il gas, i russi lo sanno molto bene. È un’esigenza di tutti, anche di noi europei, fermo restando ovviamente che è necessario diversificare”. L’Italia produce e consuma più energia elettrica. Aumentano i fossili ma diminuiscono le rinnovabili. Boom del gas, calo del carbone ma crollo dei petroliferi. Cresce l’eolico ma cala l’idroelettrico e il fotovoltaico. La Fusione Termonucleare non decolla! La pubblicazione della Relazione Annuale sullo stato dei servizi dell’Autorità per l’Energia presenta luci ed ombre. In 590 pagine fa il punto sulla salute energetica del Belpaese e offre un quadro completo sul bilancio della produzione e del consumo di fossili e rinnovabili a bordo dello Stivale d’oro del mondo. Per il secondo anno consecutivo, la produzione nazionale lorda di energia elettrica è aumentata raggiungendo i 289,3 TWh. Ben 6,3 TWh in più (il 2,2%) rispetto al 2015. La velocità di aumento è più che raddoppiata rispetto all’Anno Domini 2015, che a sua volta aveva superato il 2014 per 3,1 TWh (l’1,1%), ma siamo ancora lontani, ad esempio, dai 299,3 TWh già raggiunti nel 2012. Intanto, la richiesta di energia elettrica è diminuita del 2,2% passando da 316,9 TWh del 2015 a 310,3 TWh del 2016. L’Italia ha diminuito del 15% le sue importazioni di elettricità aumentando le esportazioni del 38%, ma rimane ancora fortemente dipendente dall’Estero anche per l’energia elettrica: in totale ha acquistato oltrefrontiera 43,2 TWh ma ne ha venduti Oltralpe solo 6,2 TWh. Altri eccessi locali di energia (2,4 TWh) sono stati convogliati verso i pompaggi per rimpolpare le nostre riserve di energia idroelettrica compromesse dalla perdurante siccità. Un aspetto significativo è che l’aumento della produzione nazionale è dovuto alle centrali termoelettriche alimentate a combustibili fossili: queste sono complessivamente in crescita per circa il 4% rispetto all’anno precedente. Ma il dato positivo è che, fra i fossili, il gas natural CH4, l’idrocarburo con il minor impatto ambientale, è balzato in avanti del 13,7% raggiungendo i 126 TWh, mentre è significativamente diminuito l’utilizzo del carbone: 17,6%, ma ancora con una produzione di 35,6TWh. E crolla decisamente la produzione delle centrali alimentate a derivati del petrolio: meno 26,6%. Dopo il calo costante degli anni 2011-2014, il consumo interno lordo di gas è aumentato nel 2015 ed ancora di più nel 2016. Parliamo di 3,4 miliardi di metri cubi in più su un totale di 70,9 miliardi di metri cubi. Nonostante il recupero, però, la domanda complessiva finale resta ancora lontana dai massimi già toccati: il dato del 2016 è infatti solo l’80% del record raggiunto nel 2005. Ma se la domanda di gas è in aumento, la produzione nazionale risulta ancora in discesa (meno 14,6%) corrispondente a un calo di circa 5,8 miliardi di metri cubi. È stato necessario aumentare le importazioni (più 6,7% rispetto al 2015) che si sono attestate su 65,3 miliardi di metri cubi. In uno scenario internazionale tutt’altro che tranquillo, oggi l’Italia importa dall’Estero ben il 92,1% del proprio consumo, peggiorando il bilancio del 2015 che si era fermato all’importazione del 90,6%. I flussi di importazione sono calati da tutti i Paesi, tranne che dall’Algeria, già in crescita nel 2015 e seconda solo alla Russia. Andando più a fondo, la Santa Russia copre da sola il 41% delle importazioni (26,7 miliardi di metri cubi, meno 2,4% rispetto al 2015), l’Algeria è salita dal 12% del 2015 al 29% (19 miliardi di metri cubi), il Qatar copre il 9%, superando la Libia, scesa dal 12% al 7%, mentre Olanda e Norvegia contano insieme meno della metà rispetto al 2015, con il 5% (era il 12% nel 2015). In generale, la produzione termoelettrica è stata utilizzata anche quest’anno per colmare i deficit della rete e ha compensato l’aumento della domanda interna facendo fronte al calo delle importazioni di energia elettrica nucleare “a fissione” dalla Francia. Nell’ultimo trimestre del 2016, infatti, sono andati fuori linea ben un terzo delle centrali nucleari francesi a causa di una campagna straordinaria di test sulla sicurezza delle centrali imposta dall’Autorità francese di vigilanza che aveva ordinato lo stop ai reattori. Le turbine a vapore alimentate da idrocarburi hanno fatto fronte non solo alla “défaillance” nucleare francese ma anche all’ulteriore contrazione della produzione di elettricità da fonti rinnovabili (meno 1,1%). Per effetto di queste dinamiche, nel 2016 il termoelettrico è arrivato a coprire ben il 62% della produzione totale, mentre le rinnovabili hanno assicurato il restante 37%. Il triste andamento delle rinnovabili tricolori è testimoniato dal calo costante negli ultimi 24 mesi: la “quota verde” rappresentava il 39% nel 2015 ed il 43% nel 2014. Interessante la scomposizione dei contributi: mentre l’andamento complessivo è in calo, è aumentata vertiginosamente la generazione da eolico: le pale hanno prodotto il 19% in più, ma in controtendenza si trovano sia l’idroelettrico (le turbine sono calate del 7,2%) sia il fotovoltaico (il Silicio e il Sole hanno prodotto il 3,7% in meno). In termini complessivi sulla produzione da rinnovabili, nell’ultimo anno l’idroelettrico, pur detenendo un primato incontrastato, ha visto un calo (dal 41,8% al 39,2%) a favore dell’eolico (passato dal 13,6% al 16,4%) mentre le altre fonti rimangono sostanzialmente costanti, ad eccezione di una lieve flessione del fotovoltaico, passato dal 21,0% al 20,5%. Infine, uno spaccato sui principali fornitori di energia mostra Enel in calo, con una quota che dal 25,6% del 2015 crolla al 22,1% del 2016. Eni al contrario aumenta dal 8,5% al 9,1% seguita da Edison (da 6,4% a 7,7%) e da A2A (salita dal 3,1% al 5,1% grazie all’acquisizione di Edipower) mentre tutte le altre compagnie si dividono fette non superiori al 3,5%. La frammentazione è elevatissima se si pensa che, a parte le principali 12 Compagnie, tutte le altre si dividono fette inferiori all’1% ma contano complessivamente per il 37,2% del totale (era il 35,5% nel 2015). Gazprom quest’anno batterà il record delle esportazioni dei volumi di gas. Si scopre che l’ampliamento della collaborazione in Europa e in Russia nel settore del gas non può essere impedito né dalla pressione russofobica degli Usa né dai piani di Bruxelles per limitare la quota della società russa sul mercato della UE. I principali consumatori di gas naturale continueranno a rimanere i Paesi dell’Unione Europea. Dei risultati di quest’anno, il capo della Gazprom Aleksey Miller ha riferito al Presidente Vladimir Putin: “Per quanto riguarda l’esportazione, se continua la tendenza che stiamo vedendo negli ultimi 11 mesi, la Gazprom nel 2017 stabilirà il record assoluto di approvvigionamento di gas per l’esportazione di tutta la sua storia: 192 miliardi di metri cubi”, ha dichiarato il magnate. Secondo Miller, quest’anno la produzione ammonterà a 470 miliardi di metri cubi di gas, 50 miliardi in più rispetto all’anno precedente. In questo modo, la crescita è aumentata del 13 percento. Inoltre, nel mese di Dicembre la produzione della società ammonta a più di 550 miliardi di metri cubi di gas. L’aumento delle esportazioni della Gazprom nei mercati dei Paesi UE è andata avanti nonostante la volontà di Bruxelles e degli Usa di imporre sanzioni alla Russia. La Commissione Europea negli ultimi anni sta cercando di formare la cosiddetta Unione Energetica che mira a ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia. Questo obiettivo dovrebbe essere raggiunto entro l’Anno Domini 2019. I funzionari UE non lo nascondono e propongono di “stringere amicizie” massoniche veccho stile in chiave anti-russa! La Russia è accusata di monopolismo. Il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, osserva che è meglio acquistare il gas russo all’ingrosso, per tutti i consumatori della UE. Così sarà possibile concordare con la Gazprom prezzi più vantaggiosi. Attualmente, secondo la Commissione Europea, la quota di gas russo sul mercato della Unione Europea raggiunge il 39 percento. Inoltre, alcuni paesi, come la Bulgaria e la Slovacchia, sono completamente dipendenti dalle forniture di gas naturale dalla Russia. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) nel rapporto annuale “World Energy Outlook 2017” ha fatto una prognosi negativa a lungo termine per la cooperazione di sviluppo di Gazprom con l’Unione Europea. Secondo gli esperti AIE, la quota di gas russo sul mercato europeo oggi ha raggiunto il picco e d’ora in poi inizierà a diminuire. Alla fine l’esportazione per 20 anni diminuirà di quasi un quarto fino a 150 miliardi di metri cubi. Il rapporto indica che entro l’Anno Domini 2040, di 160 volte aumenterà la consegna in Europa di gas naturale americano liquefatto. Grazie alle politiche russofobiche. L’AIE prevede questo perché i Paesi UE dovranno comprare 84 miliardi di metri cubi, pari al 22 percento del volume totale delle importazioni di gas naturale. Gli esperti russi non sono d’accordo con tutte le conclusioni dei colleghi delle AIE. “Minacce per il gas liquido finora non sono previste, perché il gas via tubo ha un minore costo di produzione, a parità di condizioni, come le differenze politiche, le sanzioni e così via, per il consumatore sarebbe preferibile e costerebbe sempre meno”, rivela Ivan Kapitonov, direttore scientifico della Scuola Superiore di governabilità corporativa Ranching. Ad un simile punto di vista aderisce l’analista “senior” di Sberbank, Valery Nesterov. “Il gas dei tubi rimarrà sempre conveniente”, conferma in un’intervista a Ria Novosti. Ora il prezzo della Gazprom per i consumatori UE è di circa 190 dollari per mille metri cubi, e quello di scisto americano costa agli Europei 250 dollari per lo stesso volume, ricorda l’analista. Il record assoluto della fornitura di Gazprom nella UE, secondo Kapitonov, si basa sull’economia: il costo dell’energia elettrica e delle caldaie a gas quest’anno ha dimostrato di essere nettamente inferiore rispetto al carbone. “Di conseguenza, una parte del carbone è stata trasformata in gas. Inoltre, si riduce la produzione di combustibile nei Paesi UE. Quindi ne devono comprare in grandi quantità all’estero, anche in Russia”, rileva l’esperto. “Una serie di fattori ha permesso a Gazprom nel 2017 di aumentare notevolmente le esportazioni verso i Paesi UE e la Turchia”, ritiene Nesterov. Tra questi, l’analista nomina, in particolare, la ripresa della domanda di gas in Europa. In particolare, le centrali elettriche hanno abbandonando per una serie di motivi l’uso di carbone, hanno aumentato il consumo di “combustibile blu” del 17 percento. Nesterov ricorda l’inverno freddo e la tarda primavera di quest’anno: “il gas per il riscaldamento è stato usato più del solito, il che ha esaurito le scorte sotterranee dei Paesi europei; quindi devono rifare le scorte, procedere all’acquisto di ulteriori volumi di combustibile, anche dalla Russia”. Secondo gli esperti, l’aumento della domanda ha contribuito a far calare i prezzi internazionali del gas da 350-500 dollari per mille metri cubi a 170-180 dollari. Il direttore del Fondo per la Sicurezza Energetica Nazionale, Konstantin Simonov, non esclude che nel 2017 Gazprom sarà in grado di ottenere migliori risultati, ritiene che le esportazioni di gas possano raggiungere il livello di 192-193 miliardi di metri cubi, soprattutto se a Dicembre farà freddo. Simonov rifiuta di fare previsioni a lungo termine su come evolverà la situazione in questo mercato, nel medio termine, fino al 2025, non ci sono i presupposti di un calo delle forniture di gas russo alla UE. “Il mercato europeo crescerà per tre anni consecutivi. Nel settore dell’energia elettrica nei Paesi UE in questo periodo l’uso del gas è aumentato del 50 percento. Si espande il suo consumo nel settore abitativo, nei trasporti, nell’industria chimica”, osserva Simonov. Le prospettive per le esportazioni russe rimangono favorevoli. “Nella UE ci sarà la lotta del gas, il consumo di carbone continuerà a diminuire”. Ne è sicuro Nesterov. Un altro fattore favorevole è “la chiusura delle centrali nucleari in Germania. L’energia rinnovabile, solare ed eolica, come dimostra l’esperienza, non è affidabile. Invece del nucleare, si è deciso di creare generatori alimentati a combustibili fossili. Ovviamente, è più sostenibile il gas naturale, a cui verrà data la priorità”. Nesterov rileva che nel medio termine aumenterà la concorrenza nel mercato del gas nella UE. I volumi delle consegne dello scisto gradualmente aumenteranno. Anche perché alla base di questa soluzione c’è la politica. Gazprom dovrà lottare per mantenere la sua posizione in Europa, ma per questo la società si adopererà. Il 2017 va in archivio, anche per quanto riguarda le relazioni economiche italo-russe. Ed è positivo il bilancio stilato dal Segretario Generale della Camera di Commercio Italo-Russa, Leonora Barbiani. I risultati ottenuti sono stati illustrati in una lettera inviata da Leonora Barbiani a tutti i soci della Camera di Commercio Italo Russa: “Il 2017 ha visto la Camera di Commercio Italo-Russa sempre più impegnata nel perfezionare i propri servizi, assistere le imprese, creare opportunità di business tra operatori italiani e russi, organizzare eventi vari e con finalità diverse (percorsi formativi, approfondimenti tematici, business happy hour, seminari, workshop), rafforzare la collaborazione con diversi enti fiera per show in Italia ed in Russia, accogliere delegazioni russe in Italia, coordinare missioni in outgoing di imprenditori italiani, tutte azioni riconducibili alla Mission di CCIR: contribuire allo sviluppo della collaborazione economica, commerciale, tecnica, giuridica, scientifica e culturale tra l’Italia e la Federazione Russa”. L’anno in corso, come il precedente del resto, non ha visto l’abrogazione delle sanzioni antirusse. Dopo la crisi del 2015, le aziende hanno ridisegnato i propri modelli di business muovendosi in due direzioni: quello russo non viene più visto come un mercato di vendita, ma di produzione, con un ruolo ponte verso gli altri Paesi dell’Unione Euroasiatica; in questa fase di cambiamento si è consolidata la complementarietà dei due sistemi economici, soprattutto nel comparto delle piccole e medie imprese, come già rilevato dal presidente della Camera di Commercio Italo-Russa, Rosario Alessandrello. “Attendere la fine delle sanzioni ha senso da un punto di vista politico, mentre l’economia va avanti”, sottolinea Leonora Barbiani. In generale “l’attenzione delle imprese italiane e russe verso le nostre iniziative e proposte è sempre considerevole e ciò dimostra ulteriormente come da una parte i due mercati siano reciprocamente complementari e le relazioni tra il nostro Paese e la Russia siano privilegiate, dall’altra come CCIR abbia consolidato la propria reputazione sul fronte operativo ed istituzionale quale soggetto prioritario e deputato allo sviluppo di progetti ed azioni di incremento e rafforzamento delle relazioni economico-commerciali tra Italia e Federazione Russa”. Il consolidamento delle relazioni si accompagna alla continua ricerca dell’innovazione, in cui l’impegno della Camera di Commercio Italo-Russa è certificato dal superamento del mezzo milione di contatti sul sito internet dell’Associazione (erano 360mila nel 2016) ed è valso un importante riconoscimento a livello internazionale. “Lo scorso 6 novembre a Torino nel corso della 26ma Convention Mondiale delle Camere di commercio italiane all’estero ho ricevuto per la piattaforma Export Alliance il premio per il miglior progetto presentato da una Camera italiana all’estero (su circa 25 progetti) della categoria Export. Un riconoscimento assegnato su votazione delle imprese ad uno strumento innovativo realizzato per le imprese in collaborazione con una nostra azienda associata (www.ccir.it/ccir/export-alliance/). Questa soddisfazione ci stimola nel proseguire ad offrire servizi ad alto valore aggiunto, a continuare a sondare le opportunità offerte dal mercato russo per le aziende italiane, a realizzare occasioni concrete di incontri ed eventi di networking e a valutare sempre nuove possibilità di business”. Nel 2018 c’è attesa per vedere come e se evolveranno le relazioni politiche tra Italia e Russia dopo le elezioni nei rispettivi Paesi. Per intanto, la Camera di Commercio Italo-Russa ha già fissato in calendario alcuni importanti eventi dedicati ai propri soci: il Seminario “La UE cambia al privacy – Gdpr e tutela dei dati personali: competitività e valorizzazione dei processi aziendali” del 25 Gennaio 2018 a Milano, il Master in “Wine Export Management nei mercati euroasiatici – Le opportunità del mercato russo e dei Paesi dell’Unione Doganale Euroasiatica”  previsto in Primavera e il Seminario tecnico-formativo “Esportare nell’Unione Economica Eurasiatica: le certificazioni”. La Camera di Commercio Italo-Russa è un’Associazione privata non avente scopo di lucro la cui finalità è lo sviluppo della cooperazione economica fra Italia e Russia. Nata nel 1964, è riconosciuta ufficialmente da entrambi i Paesi ed oggi conta più di 300 soci, tra cui istituti di credito, aziende attive sui due mercati, associazioni, consorzi, società di servizi e studi professionali. Allora, sotto l’Albero di Natale pare ragionevole consigliare il libro di Guy Mettan: “Russofobia, Mille Anni Di Diffidenza” (Ed. Sandro Teti, Roma 2016, pagg. 399). L’autore, giornalista, storico e politico svizzero, in questo saggio descrive il percorso storico della russofobia, partendo da Carlo Magno per arrivare ai giorni nostri, con l’intento di smontare il castello di pregiudizi su cui essa si fonda, come ci ricorda Franco Cardini. Il percorso storico della russofobia occidentale è quello di un sentimento che nacque dalla diffidenza verso Bisanzio, per accanirsi poi contro l’imperialismo zarista e infine approdare alla demonizzazione della tirannide zarista durante tutto l’Ottocento, ripresa poi del tutto, e senza soluzione di continuità, per venir tradotta in termini antisovietici. E che oggi è destinata ad aumentare. Sta emergendo con chiarezza un interesse geopolitico che tende a riprodurre grossomodo, mutatis mutandis, i lineamenti della guerra fredda dell’immediato Dopoguerra. In passato è esistita anche la russofilia, ma per brevi periodi. È stata russofilia quella degli Stati Uniti, dall’estate del 1941 a quella del 1945, quando bisognava sconfiggere il Giappone e la Germania nazista. È stata russofilia anche quella dell’Inghilterra dal 1812 al 1815 e dal 1904 al 1917. Ma la russofobia sicuramente ha predominato e continua a predominare. E così, durante tutto il 2014, l’establishment e i media occidentali non hanno mai smesso di insistere su una e una sola tesi: “tutto ciò che è accaduto in Ucraina è colpa dei russi”. La corruzione del governo Janucovyč, il rifiuto di firmare l’accordo con l’Unione europea, gli scontri di Maidan, la “annessione” della Crimea, lo schianto del volo MH17, la rivolta del Donbass: tutti questi eventi sono altrettanti “fuochi appiccati da Mosca”. Sottinteso: gli Stati Uniti e l’Unione Europea non hanno colpa alcuna, e i nazionalisti ucraini nemmeno, hanno solamente cercato di spegnere l’incendio. La manovra è abile: basta fare in modo che si scambi l’effetto per la causa. Nessun opinionista occidentale ha mai menzionato il fatto che la crisi ucraina è iniziata quando il governo provvisorio di Kiev ha deciso di vietare la lingua russa nelle parti russofone del Paese. La manipolazione dell’informazione è continuata con l’attentato alla scuola di Beslan, nel Settembre del 2004, ad opera degli islamisti ceceni: circa 400 morti tra insegnanti, bambini, militari e sequestratori. Ma non appena il sangue si asciuga su muri, ecco che i media occidentali si scatenano. Non contro i carnefici islamisti, come sarebbe stato naturale, ma, paradossalmente, contro le vittime e i loro liberatori. “Bisogna colpire la Russia e soprattutto Putin”, che comunque dirige un Paese molto più democratico della Cina, anche se contro il suo presidente nessuno si è permesso simili attacchi. Un atteggiamento questo, nei confronti della Russia, che viene da lontano, evidenziando però una profonda ingratitudine. Cosa sarebbe stato se, dal XIII al XV Secolo, la Russia non avesse assorbito, infranto, fiaccato l’aggressività dei Khan mongoli e dell’Orda d’oro? Mentre la metà meridionale della Russia veniva ridotta in schiavitù dai mongoli e la metà settentrionale li logorava con operazioni di guerriglia inframmezzate da trattati di pace, mentre i Bizantini si battevano disperatamente contro gli Ottomani, l’Europa medievale ebbe tutto il tempo di ricostruirsi politicamente e culturalmente, di innalzare cattedrali sempre più grandiose, di dedicarsi all’amor cortese e di coltivare le raffinatezze della scolastica. Senza Bisanzio non ci sarebbe stato nessun Rinascimento italiano, nessun Leonardo, nessun Galileo Galilei; ma senza Bisanzio e senza la Russia non ci sarebbero state né l’Europa cristiana né la civiltà Europea. In Europa chi contribuì in maniera fondamentale a nutrire la russofobia è stata la Francia, alimentando il mito dell’espansionismo e del dispotismo orientale, soprattutto attraverso il libro “La Russie en 1839” del barone Astolphe de Custine, pubblicato nel 1843. La russofobia inglese, invece, si manifestò nel 1815 quando, dopo la sconfitta di Napoleone, il Regno Unito si ritrovò senza nemici né per mare né per terra, tranne la Russia che, avendo sconfitto Napoleone nel 1812, occupato Parigi nel 1814 e dominato anche il Congresso di Vienna, rappresentava, per la sua dimensione e il suo esercito, una potenza europea di primaria importanza, divenendo quindi, dopo 1815, una minaccia per i britannici. La russofobia germanica nacque più tardi, alla fine del XIX Secolo e, nel Dopoguerra, fu alimentata dal mantenimento dell’ambiguità tra comunismo e Russia, mentre, come Solženicyn, Zinov’ev e numerosi militanti anticomunisti hanno dimostrato, “è possibilissimo essere anticomunisti senza essere russofobi”. Mentre i crimini e gli aspetti più foschi del comunismo vennero attribuiti ai Russi, fu invece sminuito, fino all’oblio, il contributo sovietico alla sconfitta del nazismo al fine di “mettere in atto un ostracismo della memoria teso ad escludere la Russia dalla sfera occidentale e a screditarla, riducendo l’opposizione Occidente-Urss a uno scontro democrazia-comunismo”. C’è infine la russofobia americana che compare dopo il 1945 e si scatena nel corso di tutta la Guerra Fredda, dal feroce “maccartismo” degli Anni Cinquanta fino alle articolatissime tesi della lotta antitotalitaria di Reagan degli Anni Ottanta a colpi di raggi laser, e al loro riciclo nella lotta anti Putin a partire dagli Anni Duemila. Oggi però se gli Europei vogliono impegnarsi a comprendere la Russia, per non continuare a considerarla “altro-da-noi” bisogna convincersi del fatto che non è necessario odiare la Russia per parlare con essa. Infatti se nel 1939 Churchill descriveva la Russia come “un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”, oggi il mistero russo non esiste più: è tutto a disposizione di chi voglia occuparsene. Basta leggere la Grande Enciclopedia Russa. La russofobia è ipopsia, paura, diffidenza, sospetto generalizzato dell’Occidente da sempre guerrafondaio versus Santa Russia. L’antirussismo è da 300 anni anche la ideologia della massoneria che insanguina la Terra. La russofobia in Europa oggi è soprattutto “made in Usagate” ed è altamente rivoltante che alcuni presunti teologi cattolici mal pensanti non se ne siano ancora resi conto, magari sostenendo la distruzione della famiglia naturale, l’aborto, il divorzio e lo “ius mortis” eutanasico spacciato per “testamento biologico DAT” in Italia, mentre centinaia di tank e missili nucleari Usa si vanno ammassando su tutti i confini euroasiatici della Russia, dalla Georgia europea al Baltico, con i media e i politicanti italiani del “tutto ok” coperti di vergogna nel loro silenzio di tomba. L’Ucraina sta per essere invasa dalla Nato. Il Presidente Vladimir Putin, alla sua quarta candidatura, è disposto a negoziare su tutto, ma non sulla sicurezza nazionale della Russia che non sarà mai il gendarme del mondo. Lo storico discorso di Putin all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (https://www.youtube.com/watch?v=r8DJJ9JMJEs&feature=share) conferma le nostre più rosee aspettative di pace e prosperità.

                                                                                                           © Nicola Facciolini

 

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