COME UN GATTO IN TANGENZIALE, un film per ridere…ma non troppo.


                                                                                                                                Emanuela Medoro

“Me so’ capita io!”, memorabile battuta ricorrente nei tanti brillanti e divertenti dialoghi di un film attualissimo, in programmazione in questi giorni nelle nostre sale: “Come un gatto in tangenziale”, regia di Riccardo Milani, con Antonio Albanese e Paola Cortellesi. Nei promo questo film è definito commedia, programmato nel periodo natalizio per evidenti motivi di cassetta, ma, lungi dall’essere un cinepanettone, fa riflettere.

 Si ride all’inizio, quando due persone diversissime fra di loro, Monica e Giovanni, si incontrano perché i figli adolescenti, incontratisi a scuola, hanno una storiella, assai allarmante per ambedue.  Giovanni, il tecnocrate intellettuale, opera nei grattacieli di Bruxelles in una commissione che lavora con il fine di migliorare le periferie degradate delle grandi città di cui, però, ha una conoscenza solo teorica, proveniente da statistiche e pubblicazioni per addetti ai lavori. Monica, la bella popolana madre del fidanzatino della figlia di Giovanni, marito “ar gabbio”, in casa due ladre professioniste, vive a Bastogi, estremo limite della periferia romana in direzione dell’aeroporto di Fiumicino. Lei, la sua casa e la sua famiglia, insieme agli altri dimenticati del quartiere, sono il primo vero contatto di Giovanni con la realtà di cui si occupa nel Think Tank per cui lavora.

 Il loro incontro/scontro si manifesta in battute e situazioni spesso minacciose, ma anche comiche. La scritta su un muro, “lasciate ogni speranza o voi Kentrate”, un cane nero aggressivo, un omone che russa rumorosamente sulla scalinata di casa, coltellacci affilati branditi con disinvoltura, mazze usate senza pietà contro le macchine, bene rappresentano la vita quotidiana di Bastogi.  La tangenziale, da poco entrata nel gotha della cultura pop italiana per quelli che andavano a comandare portandoci i trattori, questa volta con un gatto, invece che con i trattori, indica la durata del rapporto fra i due ragazzi, prevedibilmente fuggevole. Simboli delle differenze di classe le spiagge che essi frequentano, la affollatissima, disordinata, caotica Coccia di Morto, lui; la poco affollata, elitaria Capalbio, lei.    

Ad un certo punto, però, non si ride più, quando l’incontro/scontro diventa palesemente il simbolo di una italianissima situazione di crisi di valori culturali, individuali e politici, in un caos senza speranza. Il raffinato economista vacilla e rimane in silenzio di fronte alla forza sprigionata dalla concreta energia vitale della popolana. Messo in crisi dal contatto con la realtà di squallore e abbandono della periferia di Roma, abitata da 112 etnie diverse, Giovanni abbandona il grattacielo del suo lavoro e si ritrova seduto su una panchina al centro di Roma, a mangiare una pizzetta, fatta nella pizzeria di Monica che, su suggerimento di lui, è riuscita ad avere i soldi della comunità europea destinati al miglioramento delle periferie urbane. Lui non ha salvato la immensa periferia dei dimenticati, ma è riuscito a salvare una persona.

 Due cose da notare a conclusione della storia. Monica, padrona della sua piccola pizzeria, assume un lavorante originario del Bangladesh. Ricordo poi che i due ragazzi, tanto diversi per origini ed educazione, si sono incontrati perché ambedue vanno a scuola. Ecco, è proprio la scuola il luogo e l’istituzione italiana che dovrebbe operare al meglio per colmare le troppe differenze di istruzione, educazione e stili di vita che ci sono fra italiani e fra italiani e stranieri, utilissimi, che vivono e lavorano in Italia.

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L’Aquila, 6 gennaio 2018.   

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