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ELENA SANGRO. LA SENSUALE DIVA ABRUZZESE CHE ISPIRO’ D’ANNUNZIO


Affascinante, sensuale, carismatica, Maria Antonietta Bartoli Avveduti in arte Elena Sangro,  nasce a Vasto  il 5 settembre del 1901 da una famiglia della borghesia locale. Il padre è amministratore del duca Quarto di Belgioioso.

Abbandona gli studi classici per sopravvenute difficoltà economiche e tenta la carriera teatrale interpretando Elisabetta ne La cena delle beffe e Raffaella in Patria di Sardou. La svolta nel Cinema muto arriva nel 1917, quando viene notata dal regista Enrico Guazzoni che la volle come protagonista nel film Fabiola e, l’anno successivo, nel ruolo di Erminia de La Gerusalemme liberata.

L’apice del successo lo raggiunge nel 1924, interpretando Poppea in Quo vadis?  per la regia di Georg Jacoby e Gabriellino D’Annunzio, figlio del celebre poeta pescarese.

Gabriele D’Annunzio rimane estasiato dalla sua bellezza e dalla sua sensualità. Lei ne diventa  musa e amante. La relazione è documentata da lettere e telegrammi conservati presso l’Archivio del Vittoriale.

Per la Diva il poeta compone Carmen Votivum, un vero e proprio inno erotico dedicandolo “Alla piacente” che sarebbe dovuto rimanere un segreto tra amanti. L’Opera, invece, viene pubblicata dalla Mondadori per  un limitato numero di copie da distribuire agli amici, fra i quali Benito Mussolini, provocando l’indignazione dell’attrice e la rottura della relazione.

Con l’avvento del sonoro, Elena si ritira dal cinema ed inizia ad esibirsi come cantante soprano con il nome di Lilia Flores, pur continuando ad interpretare piccoli ruoli in film come Il re burlone diretto da Enrico Guazzoni (1936), L’abito nero da sposa,  Enrico Caruso,  Leggenda di una voce di Gentilomo, e persino un cameo in 8 e 1/2 di Federico Fellini.

Fonda la Stella d’Oro Film con la quale produrrà il primo film interpretato da una giovanissima Gina LollobrigidaVilla d’Este  e, tra il 1947 e il 1950, con lo pseudonimo maschile di Anton Bià, produce alcuni documentari di Arte tra cui Sogno d’amore (1947), Villa Adriana (1948) e Le Madonne di Raffaello (1950), in collaborazione con l’ormai anziano Enrico Guazzoni.

Muore a Roma l’8 dicembre 1973.

Di Elena restano le straordinarie foto d’epoca, testimoni del fascino indiscusso della donna amata dal vate pescarese, ed uno dei più appassionanti poemetti erotici che questi le dedicò, il Carmen Votivum, appunto, di seguito in versione integrale.

Elena, è vano il gemito, non odo. 
Se forte sii come le schiere achèe, 
io giovine ti dòmo. non ti lodo 
come il vegliardo in su le Porte Scee. 
Nell’anelito madida io t’agogno: 
nova ti fanno il desiderio e il sogno. 
Elena, il tuo madore è una rugiada 
stillante sopra uno stillante miele. 
Un alito d’amor sopra una spada? 
O Spada dell’arcangelo Ariele! 
Ma il céspite che l’ìnguine t’infiora 
non è come l’ascella dell’ Aurora? 
Piacente sopra te, quanto mi piaci! 
Assai più d’ogni frutto e d’ogni fiore, 
assai più d’ogni fonte. ne’ tuoi baci 
la musica e il silenzio del sapore 
s’avvicendan così che tu m’insegni 
l’arte dell’ape ne’ suoi favi pregni.
Frutteto modulato dal mio flauto, 
scandito brolo dalla mia misura, 
munifico piacere, amore lauto 
di freschezza ora acerba ora matura, 
Héléné, io sono alla divina mensa 
una divinità breve et immensa. 
Non mi disseto né mi sazio. è scarsa, 
ahi, la sorgente della tua saliva. 
Non cavo, se la gola m’è riarsa, 
gora di sangue dalla carne viva. 
Se abbocco i pomi, se i ginocchi lisci 
rodo, tanto urli che m’impietosisci. 
Così talor m’è l’ìnguine coltello 
di furibondo contro furibonda. 
Il bene scosso amplesso m’è macello 
che non di sangue il vasto letto inonda. 
Il non bevuto nèttare si spande, 
e il non vermiglio eccidio è gaudio grande. 
Verso i lavacri, tu ti snodi e t’alzi 
e balzi, molle nube ove celato 
sia l’arco dèlio. i tuoi be’ piedi scalzi 
fanno de’ miei tappeti un fresco prato. 
Pur invertita m’ardi in ogni vena, 
alta Aphrodita dalla ricca schiena. 
Forma che così pura t’arrotondi, 
là dalla pura falce delle reni, 
e nella man che ti ricerca abbondi 
avanzando in tua copia tutti i seni, 
la parabola io solva della Cruna 
e del Cammello, o specie della Luna! 
Via d’oro che nel tuo cominciamento 
lanuginosa come l’albicocca 
t’avvalli, forse valico al portento 
ambiguo t’offri. al dardo che t’imbrocca, 
Elena, forse giova il curvo errore, 
se il dubbio ‘nel ferir giovi all’ Amore. 
La tua divinità biforme strazia’ 
il desiderio. fra il tuo mento e il pollice 
del tuo piede una melodia si spazia 
quasi pimplèa. ma tra la nuca e il poplite 
in sino al tuo calcagno tinto in minio 
la dolosa Pertunda ha il suo dominio. 
Bìfora, non tra il ritto et il rovescio 
d’alcuna sua medaglia il Pisanello 
mai mi partì come tu suoli, a sbiescio 
atteggiata nel lepido tranello. 
Perché dita sol m’ebbi cinque e cinque 
e l’undecimo solo? utrinde, utrinque. 
Così con studio strenuo m’ingegno 
di circondurti come il chiaro fiume 
che te creata levigò per segno 
della progenie, o tu color di fiume. 
Nella greca mia mente Euclide istesso 
tra circolo e triangolo è perplesso. 
«O bella , o piacente, o più preziosa dell’oro.»
la lingua degli iddii 
ti parlo, e tu mi ridi. il tuo sorriso 
è un modo eolio che di Psappha udii 
in Mitylana, oplìte non fuggiasco. 
«O tu dolcemente sorridente» parlo, e in te mi pasco. 
O tu dolcemente sorridente.» colan nelle vene, 
quasi studio d’ancor disgiunte bocche, 
le liquefatte sillabe. llapeive
«Tu che conservi vergine la vita», o dalle intonse ciocche 
Tu, Ninfa nel profondo». tu m’intendi 
e mi ridi e m’eludi, e t’avvicendi. 
lo, non oplìte Alceo che targa ed asta 
lasci al nemico, io ben dal modo eolio 
appresi Anche ogni audacia» mi basta. 
«Osare l’inosabile» è il mio scolio 
d’eroe, che insano illustra le parole 
di Psappha tessitrice di viole. 
«Elena, cara musa» non ti sazia 
questo mio canto carico di frutti? 
«Fertile canto» vinco di grazia 
Meleagro, per te che non rilutti, 
«O ingannatrice» per te che mi secondi, 
e ti alterni, e m’eludi in dove abbondi. 
Ma che val Meleagro avere io vinto 
per vincer di freschezza ogni tuo gioco? 
Per te non tesso il giglio col giacinto, 
non intreccio l’anèmone et il croco. 
Spargo i miei freschi frutti al chiaro fiume 
del nome tuo, pome color di fiume. 
Tu parli: «lo generata fui diurna 
dal fiume che dà il nome alla mia gente. 
Tal fiume non il cubito su l’urna 
preme, né torvo guata la corrente. 
Con mille volti e senza volto arride 
a quel che vede e a quel che mai non vide. 
Sovvienti: un tempo era nomata Sangue 
la Zancle. sotto il ponte del Crudele 
scorre. alle mie due bocche allude? lambe 
le soglie di Sant’ Angelo del Mele. 
Chiara al sole, s’intorbida alla nube. 
E s’increspa più lene del mio pube». 
lo dico: Figlia del tuo chiaro fiume, 
«Elena Sangro» all’ombra dell’alcova 
nelle mie braccia sei color di fiume 
turbato appena dalla prima piova. 
Fatta sei di quell’oro avido e fresco 
che passa per Sant’ Angelo del Pesco. 
«Tu che conservi vergine la vita.» 
Anche passa turbato sotto l’erte 
rupi de’ Marsi, recusando il cielo. 
Ma il sasso per te figlia si converte 
in quel marmo ineffabile che a Delo 
incensatrice unto di flavo unguento 
facea le iddie colore di frumento. 
Così la mia diversità ti finge 
onda di fiume et opra di scarpello. 
Così fluisci e induri, se ti stringe 
ignuda il mio vigor sempre novello. 
O Elena, così tu t’insapori 
in ogni frutto, in ogni fior t’infiori. 
«Vostra piacenza tien più di piacere 
d’altra piacente, però mi piacete» 
ti cantò quel di Lucca antico Sere. 
E sol quel canto il mio piacer ripete. 
In te, per Bonagiunta di Riccomo, 
concilio il fonte e il sasso, il boccio e il pomo. 
È il mio marzo natale, ond’io son novo. 
Mi riconduci l’alba della sorte. 
In te tutto il mio popolo ritrovo. 
Di te sono vorace, a te son forte. 
O Vària, se tu sii la mia sostanza, 
immortale è la vita che m’avanza. 
M’appariscon gli ignoti iddii che vidi 
co’ miei grandi occhi aperti; e non tremai. 
Riodo nel cor giovine i miei gridi 
senza eco, in groppa a’ miei puledri bai. 
Scàlpito il rosmarino il nardo il timo 
la menta. alla prim’alba io sono il primo. 
Or, di lungi e da presso, all’alba prima 
senza preghiere albeggia la Maiella. 
Tutta la neve sembra aulire in cima 
de’ miei pensieri, con la tua mammella. 
Tutti i frutteti albeggian di rugiada 
per le fiumane della mia contrada. 
Su tre corde accordate in diapente 
ti modulai ne’ modi miei di Ortona 
un canto inebriato immortalmente; 
che qui ti chiudo a guisa di corona. 
Sviene l’alba. ti piaccia, Elena, ancora 
immortalarmi in grembo all’ altra Aurora.Elena, è vano il gemito, non odo. 
Se forte sii come le schiere achèe, 
io giovine ti dòmo. non ti lodo 
come il vegliardo in su le Porte Scee. 
Nell’anelito madida io t’agogno: 
nova ti fanno il desiderio e il sogno. 
Elena, il tuo madore è una rugiada 
stillante sopra uno stillante miele. 
Un alito d’amor sopra una spada? 
O Spada dell’arcangelo Ariele! 
Ma il céspite che l’ìnguine t’infiora 
non è come l’ascella dell’ Aurora? 
Piacente sopra te, quanto mi piaci! 
Assai più d’ogni frutto e d’ogni fiore, 
assai più d’ogni fonte. ne’ tuoi baci 
la musica e il silenzio del sapore 
s’avvicendan così che tu m’insegni 
l’arte dell’ape ne’ suoi favi pregni.
Frutteto modulato dal mio flauto, 
scandito brolo dalla mia misura, 
munifico piacere, amore lauto 
di freschezza ora acerba ora matura, 
Héléné, io sono alla divina mensa 
una divinità breve et immensa. 
Non mi disseto né mi sazio. è scarsa, 
ahi, la sorgente della tua saliva. 
Non cavo, se la gola m’è riarsa, 
gora di sangue dalla carne viva. 
Se abbocco i pomi, se i ginocchi lisci 
rodo, tanto urli che m’impietosisci. 
Così talor m’è l’ìnguine coltello 
di furibondo contro furibonda. 
Il bene scosso amplesso m’è macello 
che non di sangue il vasto letto inonda. 
Il non bevuto nèttare si spande, 
e il non vermiglio eccidio è gaudio grande. 
Verso i lavacri, tu ti snodi e t’alzi 
e balzi, molle nube ove celato 
sia l’arco dèlio. i tuoi be’ piedi scalzi 
fanno de’ miei tappeti un fresco prato. 
Pur invertita m’ardi in ogni vena, 
alta Aphrodita dalla ricca schiena. 
Forma che così pura t’arrotondi, 
là dalla pura falce delle reni, 
e nella man che ti ricerca abbondi 
avanzando in tua copia tutti i seni, 
la parabola io solva della Cruna 
e del Cammello, o specie della Luna! 
Via d’oro che nel tuo cominciamento 
lanuginosa come l’albicocca 
t’avvalli, forse valico al portento 
ambiguo t’offri. al dardo che t’imbrocca, 
Elena, forse giova il curvo errore, 
se il dubbio ‘nel ferir giovi all’ Amore. 
La tua divinità biforme strazia’ 
il desiderio. fra il tuo mento e il pollice 
del tuo piede una melodia si spazia 
quasi pimplèa. ma tra la nuca e il poplite 
in sino al tuo calcagno tinto in minio 
la dolosa Pertunda ha il suo dominio. 
Bìfora, non tra il ritto et il rovescio 
d’alcuna sua medaglia il Pisanello 
mai mi partì come tu suoli, a sbiescio 
atteggiata nel lepido tranello. 
Perché dita sol m’ebbi cinque e cinque 
e l’undecimo solo? utrinde, utrinque. 
Così con studio strenuo m’ingegno 
di circondurti come il chiaro fiume 
che te creata levigò per segno 
della progenie, o tu color di fiume. 
Nella greca mia mente Euclide istesso 
tra circolo e triangolo è perplesso. 
«O bella , o piacente, o più preziosa dell’oro.»
la lingua degli iddii 
ti parlo, e tu mi ridi. il tuo sorriso 
è un modo eolio che di Psappha udii 
in Mitylana, oplìte non fuggiasco. 
«O tu dolcemente sorridente» parlo, e in te mi pasco. 
O tu dolcemente sorridente.» colan nelle vene, 
quasi studio d’ancor disgiunte bocche, 
le liquefatte sillabe. llapeive
«Tu che conservi vergine la vita», o dalle intonse ciocche 
Tu, Ninfa nel profondo». tu m’intendi 
e mi ridi e m’eludi, e t’avvicendi. 
lo, non oplìte Alceo che targa ed asta 
lasci al nemico, io ben dal modo eolio 
appresi Anche ogni audacia» mi basta. 
«Osare l’inosabile» è il mio scolio 
d’eroe, che insano illustra le parole 
di Psappha tessitrice di viole. 
«Elena, cara musa» non ti sazia 
questo mio canto carico di frutti? 
«Fertile canto» vinco di grazia 
Meleagro, per te che non rilutti, 
«O ingannatrice» per te che mi secondi, 
e ti alterni, e m’eludi in dove abbondi. 
Ma che val Meleagro avere io vinto 
per vincer di freschezza ogni tuo gioco? 
Per te non tesso il giglio col giacinto, 
non intreccio l’anèmone et il croco. 
Spargo i miei freschi frutti al chiaro fiume 
del nome tuo, pome color di fiume. 
Tu parli: «lo generata fui diurna 
dal fiume che dà il nome alla mia gente. 
Tal fiume non il cubito su l’urna 
preme, né torvo guata la corrente. 
Con mille volti e senza volto arride 
a quel che vede e a quel che mai non vide. 
Sovvienti: un tempo era nomata Sangue 
la Zancle. sotto il ponte del Crudele 
scorre. alle mie due bocche allude? lambe 
le soglie di Sant’ Angelo del Mele. 
Chiara al sole, s’intorbida alla nube. 
E s’increspa più lene del mio pube». 
lo dico: Figlia del tuo chiaro fiume, 
«Elena Sangro» all’ombra dell’alcova 
nelle mie braccia sei color di fiume 
turbato appena dalla prima piova. 
Fatta sei di quell’oro avido e fresco 
che passa per Sant’ Angelo del Pesco. 
«Tu che conservi vergine la vita.» 
Anche passa turbato sotto l’erte 
rupi de’ Marsi, recusando il cielo. 
Ma il sasso per te figlia si converte 
in quel marmo ineffabile che a Delo 
incensatrice unto di flavo unguento 
facea le iddie colore di frumento. 
Così la mia diversità ti finge 
onda di fiume et opra di scarpello. 
Così fluisci e induri, se ti stringe 
ignuda il mio vigor sempre novello. 
O Elena, così tu t’insapori 
in ogni frutto, in ogni fior t’infiori. 
«Vostra piacenza tien più di piacere 
d’altra piacente, però mi piacete» 
ti cantò quel di Lucca antico Sere. 
E sol quel canto il mio piacer ripete. 
In te, per Bonagiunta di Riccomo, 
concilio il fonte e il sasso, il boccio e il pomo. 
È il mio marzo natale, ond’io son novo. 
Mi riconduci l’alba della sorte. 
In te tutto il mio popolo ritrovo. 
Di te sono vorace, a te son forte. 
O Vària, se tu sii la mia sostanza, 
immortale è la vita che m’avanza. 
M’appariscon gli ignoti iddii che vidi 
co’ miei grandi occhi aperti; e non tremai. 
Riodo nel cor giovine i miei gridi 
senza eco, in groppa a’ miei puledri bai. 
Scàlpito il rosmarino il nardo il timo 
la menta. alla prim’alba io sono il primo. 
Or, di lungi e da presso, all’alba prima 
senza preghiere albeggia la Maiella. 
Tutta la neve sembra aulire in cima 
de’ miei pensieri, con la tua mammella. 
Tutti i frutteti albeggian di rugiada 
per le fiumane della mia contrada. 
Su tre corde accordate in diapente 
ti modulai ne’ modi miei di Ortona 
un canto inebriato immortalmente; 
che qui ti chiudo a guisa di corona. 
Sviene l’alba. ti piaccia, Elena, ancora 
immortalarmi in grembo all’ altra Aurora.

 

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