TESTIMONIANZE DALL’OLOCAUSTO, NATALIA TEDESCHI


Natalia Tedeschi nata a Genova nel 1922, residente a Torino

Arresto

Effettuato dalle SS, nel febbraio del 1944 a Casteldelfino (CN), con la madre e la nonna, dopo essere state denunciate come ebree.

Carcerazione

– a Venasca (CN), nelle scuole
– a Torino, all’Albergo Nazionale, sede SS

Deportazione

Nei Lager nazisti d’Italia: a Fossoli
Nei Lager nazisti d’oltralpe:
– in Polonia, ad Auschwitz-Birkenau, matricola n.A-5404
– in Germania, a Bergen Belsen, A Dessau (sottocampo di Buchenwald)-
– nella Repubblica Ceca, a Terezin

Liberazione

Avvenuta a Terezin, il 6 maggio 1945, da parte dell’Armata Rossa

Ritorno a casa

Non assistito, effettuato per lo più a piedi e con mezzi di fortuna

Note: la madre e la nonna morirono a Birkenau, dove fu ucciso anche il fratello di Natalia, Vittorio, arrestato però in un’altra occasione

La testimonianza

Sono Natalia Tedeschi, sono nata a Genova il 19 giugno del 1922. Sono di famiglia ebrea. I miei fratelli, al momento delle leggi razziali, erano tutti e tre all’università… Io nel 1938 – avevo sedici anni – ho dovuto interrompere gli studi. Poi, con tutte le varie vicissitudini della guerra, siamo sfollati con mia mamma e mia nonna a Saluzzo. Dei miei fratelli, uno era andato con i partigiani, uno era nascosto a Torino e l’altro è andato in Svizzera. Io sono rimasta sola con mia mamma e con mia nonna.
Un giorno, mentre eravamo lì a Saluzzo, sono scesa nella hall di questo piccolissimo albergo, dove eravamo, e sono arrivati due SS italiani. Sento che dicono “Siamo venuti ad arrestare quella famiglia di ebrei”. Io sono corsa immediatamente ad avvisare mia mamma e mia nonna… Ancora adesso penso che, forse, sapendo che eravamo lì, penso, ma con molto ottimismo, solo adesso, che forse hanno voluto darci il tempo di metterci in salvo. Siamo andate a Sampéyre, in Val Varaita. Questo è successo nel febbraio del ’44. Noi siamo state a Sampéyre, con mia mamma e mia nonna, anche lì in un piccolo alberghetto per un periodo di tempo, poi sono arrivati tutti i partigiani su e noi, più che mai, ci sentivamo tranquille. Da fondovalle sono arrivati i tedeschi, hanno cominciato a risalire la vallata. Cosa potevamo fare? Ci siamo portate, sempre con i partigiani, ancora un po’ più verso il confine con la Francia, però lì c’è stata una carissima persona, un certo Flaminio Gazzano, guardia di finanza, che ci aveva viste a Saluzzo e ci ha denunciate. Ci ha denunciate ai tedeschi per la somma di cinquemila lire. Avevamo carte false, ma appena fatte, e poi praticamente non avevamo mica niente da nascondere noi, siamo stati un po’ prese anche alla sprovvista. Appena arrivato, il comando tedesco ci ha detto” Tenetevi a disposizione, che all’una di questa notte veniamo a prendervi”.
Ci hanno portate a Venasca, dove siamo state per tre, quattro giorni, non ricordo esattamente, ospiti delle scuole di Venasca. Di notte dormivamo sui tavolacci. Una mattina, ci hanno caricate su un treno e ci hanno portate all’Albergo Nazionale di Torino, dove ci hanno spogliato di quelle poche cose preziose che avevamo, perché avevamo ben poco, e dopo ci hanno trasferito alle carceri, alle Nuove di Torino, dove siamo state per venti giorni. Io ero in cella con mia mamma e mia nonna. In quelle celle tremende, tremende perché eravamo proprio in stretta sorveglianza e in sola compagnia delle cimici… Ce n’erano a profusione, specialmente di notte.
Così sono passati venti giorni, poi un mattino ci hanno caricato su un pullman – in realtà non era un pullman era un camion – ci hanno portate a Porta Nuova, da Porta Nuova, su un treno, siamo arrivate a Fossoli, nel campo di raccolta di Fossoli. Questo è avvenuto, io penso, i primissimi di marzo. Noi eravamo nel campo dei razziali, e siamo state lì venti giorni. Avevamo ancora i nostri vestiti, le nostre cose, la mattina ci hanno caricate su dei carri bestiame… Partenza con destinazione ignota, non si sapeva assolutamente. Però, da quel poco che avevamo saputo, si pensava di andare in Germania, in un campo di lavoro, perché tutti, senza sapere niente, dicevano che la nostra fine sarebbe stata quella. Era il 16 maggio, ci hanno portato alla stazione di Carpi e lì è stata l’ultima volta che ho visto mia nonna, perché il suo cognome da sposata era Sacerdote, mentre noi eravamo Tedeschi, così è salita nel vagone prima e non l’ho più vista… Io sono rimasta con la mia mamma… È stato il Transport più lungo che c’è stato, perché siamo partite il 16 maggio e io sono arrivata a Birkenau il 23 maggio, il più lungo di tutti, non so per quale motivo, abbiamo impiegato ben otto notti e sette giorni. Eravamo tutti stipati nel vagone, saremmo stati una ottantina.
Siamo arrivate di notte e siamo state nei vagoni fino al mattino dopo. Quando poi hanno aperto il portellone del carro bestiame, da cui siamo scese, tutti questi ordini in tedesco, che non si capivano. Abbiamo solo capito che dovevamo lasciare lì tutti i nostri bagagli, perché qualcuno, forse qualche interprete o qualcuno dei prigionieri che sapeva il tedesco, aveva capito che le nostre cose ci sarebbero poi state restituite in un secondo tempo. E noi, anche lì, ci abbiamo creduto. E poi hanno diviso immediatamente le persone giovani, le persone meno giovani, gli uomini dalle donne, selezionando quelli che potevano entrare in campo o meno. Io ero sotto braccio a mia mamma… La mia mamma, che non aveva ancora 50 anni, ne aveva 49, mi è stata proprio strappata via dal braccio, è una sensazione che provo ancora adesso… Sento questo braccio che trema, che mi viene portato via… Io sono andata nel gruppo di quelle che entravano in campo e mia mamma, senza che io me ne rendessi conto, è stata divisa.
Quando poi sono entrata in campo, dopo che ci hanno tolto completamente tutto, anche i vestiti che avevamo addosso, tutto completamente, quel poco che c’era rimasto… Ci hanno tatuato il numero sul braccio, il mio numero è: A5404, e siamo entrati in campo. Io, appena entrata in campo, dopo pochissimo, forse il giorno dopo, no il giorno stesso, vedo nel campo mia cugina Giuliana Tedeschi, che era stata deportata con mio fratello Vittorio, mio fratello che… Era nei partigiani ed è stato denunciato da un amico suo, che era nei partigiani con lui, e l’ha denunciato come ebreo. Poi destino ha voluto che lui sia morto il 25 aprile, il giorno della liberazione di Mauthausen, e questo amico che l’ha denunciato, non so per quali motivi, non l’ho mai voluto sapere, è morto a sua volta a Mauthausen, evidentemente qualcuno ha denunciato anche lui.
La vestizione è stata una cosa tragica… I vestiti erano stracci, non avevamo divise, assolutamente niente. Io, per tutto il tempo che sono stata a Birkenau, ho sempre avuto una scarpa e uno zoccolo, non ho mai avuto un paio di scarpe uguali. I capelli li han poi tagliati dopo.
Come sono entrata nel campo, mi avevano detto tutte: ricordati di morire nel campo, se devi morire, ma non passare dal Revier, perché se vai al Revier non esci più. E io, disgraziatamente, ho avuto un’infezione alla gamba, che non camminavo più, sono dovuta andare al Revier per forza. Durante quei due o tre giorni che ero lì, il nostro lavoro era stato quello di trasportare pietre. Trasportavamo le pietre da un mucchio, lo portavamo lontano nell’altro mucchio, poi viceversa… Ad ogni modo, sono entrata nel Revier. Sono stata seduta su una specie di sedia, con la gamba alzata, e ho fatto per terra una pozza di sangue, di pus, di tutto quanto… Mi hanno messo intorno alla caviglia della carta igienica, poi mi hanno mandato nuda come un verme in quei castelli di legno con una che aveva il tifo. E noi, tutte e due nude per dieci giorni, nude completamente, con questa, che aveva il tifo e naturalmente si sporcava in continuazione, e un’unica coperta. Sono stata al Revier immobile per quaranta giorni… E per quaranta giorni, ogni mattina entrava Mengele. Sai chi era Mengele? Era l’angelo della morte: un uomo bellissimo, elegantissimo, col frustino in mano, che indicava nei vari castelli chi doveva andare alla selezione. Andare alla selezione voleva dire che tu eri segnata, eri destinata ad andare ai forni crematori: ti mettevano in un blocco particolare, ti davano un supplemento di vitto, poi dopo c’era un… Sentivi tutte queste creature caricate sul camion che urlavano perché sapevano che andavano a morire… Uscendo dal Revier, non avevo più forze, non potevo stare in piedi, quando mi sedevo per terra se mi rialzavo tutte le ossa scricchiolavano. Entrata nel campo, dopo aver saputo che mia mamma e mia nonna erano passate per il camino – non l’ho saputo subito, ma dopo essere uscita dal Revier – ho pianto un giorno e una notte consecutivi, da allora non so più piangere, assolutamente.
Sono andata poi a lavorare nelle cucine. Il lavoro consisteva – era un lavoro anche abbastanza fortunato – nel prendere i bidoni di zuppa e portar da mangiare al Revier. Io non sono mai uscita dal campo a lavorare, e quella è stata una fortuna… Andando nel Revier, una delle cose, un ricordo terribile… C’erano delle donne che avevano partorito durante la notte e c’erano tutti quegli esserini messi in fila, su una specie di ripiano, erano tutti lì che si muovevano… Qualcuno si muoveva ancora, non erano ancora morti, si vede che qualcuno era nato dopo oppure era più forte degli altri e stentava a morire. C’erano tutti quei cadaverini di bambini, lì nell’anti-Revier, diciamo.
A novembre ci fu un appello particolare. Siamo state in appello fino a notte. Io avevo anche la febbre, avevo un febbrone… Poi a un certo momento ci hanno avviate e ci hanno detto che potevamo camminare incolonnate, non sapevamo dove saremmo andate, se ai forni crematori o in un altro campo. Siamo arrivate a Bergen Belsen… Mi ricordo che pioveva, non c’era la baracca per noi, così ci siamo buttate per terra a dormire sotto la pioggia, abbiamo dormito lì. Solo successivamente ci è stata assegnata la baracca. A Bergen Belsen non abbiamo lavorato, sono stata poco in quel campo. Cercavano personale per andare a lavorare in una fabbrica, a Dessau, che è un sottocampo di Buchenwald. In questa fabbrica, si faceva del materiale, dei pezzi di ricambio per aerei, pezzi di ricambio, bulloni, cose così, e si lavorava in gruppi da venticinque, venticinque di giorno e venticinque di notte, dalle sei del mattino alla sei di sera, e viceversa. All’interno di questo campo, comunque, il trattamento era leggermente più umano, benché noi si parlasse solo e sempre di mangiare e avevamo un unico argomento e un unico sogno, sempre quello.
Però devo dire una cosa, che la fame è terribile, perché chi non ha provato non può rendersi conto, è inutile che uno dica. Però la sete è peggio. La sete ti fa impazzire, ti porta proprio… La fame è terribile, perché noi avevamo sempre e solo quell’argomento, raccontarti e scambiarti le ricette, di cosa faceva la mamma, di cosa faceva la nonna, di cosa facevamo noi. Era solo quello, c’era un discorso unico, solo quello. Ho già raccontato in varie occasioni che una mia carissima compagna di sventura, Anna Cassutto, moglie del rabbino Cassutto di Firenze, aveva lasciato a Firenze, quando l’arrestarono con il marito, quattro bambini. L’ultima bimba aveva 40 giorni… Non l’ha più trovata… I nonni sono riusciti a portare i tre bambini più grandi in Israele. Lei è stata deportata col marito, che non è più tornato… Lui era oculista ed era anche rabbino di Firenze… Naturalmente una delazione, anche lì… E quando io le ho chiesto “Anna, ma cosa preferisci, un piatto di pastasciutta, o vedere i tuoi bambini?”. E lei dice “Un piatto di pastasciutta”. Guardate che cose… Il colmo… Questa è una cosa che mi è proprio sempre rimasta. Racconto ancora questo… Non riguarda me, ma è una cosa tragica… Anna è poi riuscita ad andare in Israele – allora era ancora Palestina credo – e ha ritrovato i suoi bambini; lavorava in un ospedale… Un attentato arabo sul pullman ed è saltata per aria… Portare a casa la pelle, dopo quella tragedia che c’è stata, e morire così poverina…
Comunque… Una mattina che dovevamo finire il turno, c’era già stato un cannoneggiamento russo, come è successo anche ad Auschwitz, ci hanno spostati. C’era già l’avanzata russa. Ci hanno portato a Terezin. Io poi ho avuto anche il tifo petecchiale, ho un ricordo terribile, di quella febbre che ho avuto, perché sono arrivata proprio al delirio.
E poi… Il 6 di maggio è avvenuta la liberazione. Io ho pensato. “Ce l’ho fatta fino adesso e non ce la faccio più”. Allora mi sono imposta di… Quando stavo leggermente meglio, cercavo di fare qualche passo tutti i giorni, due passi, poi il terzo giorno farne tre, farne quattro, perché… Sono arrivata alla liberazione, perché mi avevano detto “Ci sono i russi, siamo liberi… Ci sono i russi e siamo liberi!”. Ma poi, quando eravamo lì, nessuno veniva a prenderci, nessuno sapeva della nostra esistenza. Però i francesi erano venuti a prendere i francesi, anche i belgi, ma gli italiani niente. Allora, appena stavo un pochino meglio, in quattro siamo partite e siamo andate fino a Praga, con mezzi di fortuna, a piedi, siamo andate alla casa d’Italia, dove ci hanno accolte, ci hanno dato anche qualche soldo… Abbiamo girato un po’ per Praga ed è venuta fuori tutta la nostra femminilità, perché con quei due soldi che avevamo, siamo andate a comprare il rossetto… Puoi immaginare: in quelle condizioni, magre, brutte, smunte, senza capelli, abbiamo comprato il rossetto. Che cose… Nelle cose tragiche, c’è persino una nota comica, perché è comica sì, in quelle condizioni…
Abbiamo cominciare a lanciare degli appelli, via radio, però non abbiamo mai avuto risposta. Allora un giorno abbiamo detto “Cosa facciamo?”, “Andiamo via!”, “Andiamo fino a Vienna? Da Vienna ci sarà qualche mezzo, qualcosa che ci porti in Italia…”. Siamo state poi in case devastate, altri quaranta giorni lì, ma nessuno veniva a prenderci… Allora abbiamo deciso, abbiamo preso una strada una mattina e ce ne siamo andate e siamo arrivate a piedi fino in Ungheria. Di lì siamo arrivati poi, con un treno dei partigiani, fino al confine con la Jugoslavia, poi siamo arrivati a Lubiana. Ad ogni modo siamo arrivate a Trieste, e a Trieste siamo andate alla comunità ebraica, dove ci hanno accolte e ci hanno messo a disposizione delle brande, ma noi non eravamo più abituate a dormire nelle brande, così abbiamo dormito per terra. Poi con tutti i mezzi di fortuna che ho trovato ci ho impiegato otto giorni sono arrivata a Torino. E ho saputo lì che mio fratello era mancato il 25 aprile del 45, il giorno della liberazione.

 

fonte http://www.sansepolcroliceo.it/olocausto

 

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About Ivan Cicchetti

Ivan Cicchetti
Nasce a Roma nel 1978, scrittore, poeta, novellista e librettista teatrale. Nel 2008 e nel 2009 è stato responsabile della sala stampa della mostra internazionale AQUILA ANTIQUA a L'Aquila. E' stato collaboratore di diverse testate giornalistiche abruzzesi. Da Settembre 2017 collabora come giornalista con la testata IL FARO 24 NEWS

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