25 APRILE 1945 – NON UNA FESTA QUALUNQUE


Roma, Dicembre del 1941, nella Capitale si è sparsa la voce che il Duce, sta per fare un annuncio importante alla popolazione, piazza Venezia si riempie in pochi istanti. Il popolo freme ammaliato dal Duce. L’Italia ha dichiarato guerra agli Stati Uniti d’America. Con l’entrata nel conflitto mondiale degli Stati Uniti, iniziano le prime devastanti incursioni sulle territorio italiano. Gli uccelli di ferro americani arrivano a stormi sui nostri cieli, invano contrastate dalla nostra contraerea. Le bombe colpiscono strutture industriali, abitazioni civili, provocando immani distruzioni con migliaia di vittime. Solo Roma è esclusa dai continui bombardamenti.
Per la capitale, l’unico segno di pericolo sono le barriere erette a protezione dei monumenti. I romani sono convinti che è un pericolo lontano: persino il Re Vittorio Emanuele III afferma con assoluta serietà che la migliore batteria antiaerea è il Papa. Il 1943 le nostre truppe sono in ritirata in Russia ed in Africa, ma Mussolini continua a ostentare ottimismo. In un discorso del 24 giugno il Duce afferma che ‘qualora gli anglo-americani osassero mettere piede sulle coste della Sicilia, sarebbero fermate immediatamente sul bagnasciuga.’
Eppure il 10 luglio 1943 gli alleati sbarcano in Sicilia e conquistano l’isola in 39 giorni. Gli americani usano la tattica del bombardamento a tappeto per seminare il terrore nella popolazione civile.  Roma viene bombardata il 19 luglio del 1943. San Lorenzo è il quartiere più colpito dal primo bombardamento degli alleati mai effettuato su Roma, insieme poi al quartiere Tiburtino, al Prenestino, al Casilino, al Labicano, al Tuscolano e al Nomentano. E’ la prima volta in tre anni di guerra: per i romani è un autentico shock. Le bombe provocano circa 3.000 morti ed 11.000 feriti di cui 1500 morti e 4000 feriti nel solo quartiere di San Lorenzo. Al termine del bombardamento Papa Pio XII si reca a visitare le zone colpite, benedicendo le vittime sul Piazzale del Verano. Accorre anche il re, ma a differenza del Pontefice, viene accolto al grido di ‘vogliamo la pace’. Mussolini apprende la notizia mentre è a colloquio con Hitler, in nord Italia. Quando Mussolini arriva a Roma, si reca a San Lorenzo in incognito e di notte, nel timore di una reazione della folla romana.Cinque giorni dopo il bombardamento su San Lorenzo, ad Amburgo, in Germania, una vera e propria tempesta di fuoco causata dalle bombe al fosforo annienta 50 mila persone: sembra che anche per Hitler stia per arrivare la fine. Il 24 luglio 1943 a notte inoltrata, il Gran Consiglio fascista approva un ordine del giorno preparato da Dino Grandi: il Duce è destituito di fatto da tutti i poteri e la parola passa al Re, che convoca Mussolini a Villa Savoia. All’uscita il Duce troverà i carabinieri ad attenderlo.
E’ un momento profondamente intenso e significativo della storia della città e della nazione. Dalla quiete delle strade, dal silenzio del coprifuoco che ormai apparteneva alla vita quotidiana dei romani, alla gioia, alla festa intorno ai carri armati americani e ai nostri partigiani che annunciavano la fine di un incubo.
Un nuovo personaggio entra in scena: Pietro Badoglio, ex vice re di Etiopia, ufficiale piemontese, nominato seduta stante dal Re Primo Ministro, al posto del Duce. A lui è affidato l’ultimo tentativo di far uscire l’Italia dal conflitto. Mentre il Furher, con la scusa di dare una mano all’alleato italiano fa calare dal nord alcuni divisioni della Wehrmacht, alle 11 di mattino del 13 agosto, un nuovo, devastante bombardamento colpisce i quartieri Ostiense, Tiburtino, Tuscolano, Prenestino, uccidendo altre 600 persone. Roma è in ginocchio. L’8 settembre 1943 Badoglio legge il bollettino dell’armistizio. Immediatamente i tedeschi danno il via all’occupazione di Roma e alla nascita di un governo italiano protetto. E nel volgere di una nottata la situazione precipita. Alle 5 del mattino del 9 settembre, una successione di nere limousine trasporta la famiglia reale. Badoglio, i ministri e i capi di stato maggiore in fuga verso le zone liberate dagli americani. L’abbandono di Roma e dei romani al loro destino provocherà una profonda frattura con casa Savoia. La mattina del 9 settembre i romani vengono a sapere da radio Londra che gli angloamericani sono sbarcati in forze anche a Salerno, ma nello stesso tempo i tedeschi, a Roma, occupano la sede legale della Rai di Via Asiago con l’ordine di smantellare gli impianti e trasportarli in Germania. Il 10 settembre a Porta San Paolo c’è l’estremo tentativo di fermare i tedeschi che risalgono la Via Ostiense. In aiuto dei soldati italiani accorrono volontari comunisti, socialisti, cattolici. Il 13 settembre viene firmata la resa della capitale: da questo momento Roma è sotto quella che Hitler chiama ‘la protezione germanica’. E sotto protezione è anche Mussolini che il giorno prima viene liberato dalla sua prigionia di Campo Imperatore dai paracadutisti tedeschi e portato a Monaco dove ad aspettarlo c’e Hitler. Pochi giorni dopo nascerà la Repubblica di Salò. Il 3 giugno 1944 è l’ultimo giorno di Roma nazista. Un lungo corteo di camion militari, carri e uomini si dirige verso nord, uscendo dalla città. I tedeschi portano via con loro anche una quantità incredibile di merce rubata.
Il 4 giugno arrivano i primi soldati americani soffiando sul traguardo gli inglesi. Mark Clark, il comandante della quinta armata americana fa il suo ingresso trionfale a Roma la mattina del 5 giugno: la sua prima tappa è il Campidoglio, poi tutti vanno in Piazza San Pietro ad ascoltare Pio XII. La felicità è alle stelle, ma nessuno a Roma si rende conto di ciò che realmente è successo. Il Generale Clark, pur di entrare nella capitale prima delle truppe inglesi, ha consentito alla decima armata tedesca di fuggire indisturbata verso il nord. Clarck non ha ubbidito agli ordini del suo superiore, il Generale inglese Alexander che gli aveva chiesto, invece, di raggiungerlo con le sue truppe a Valmontone e bloccare i tedeschi. Per i romani l’arrivo degli americani è comunque la salvezza, significa la fine della paura e della fame. Ma scoppiano altri problemi come quello della prostituzione. Come è già successo a Napoli, il numero delle donne costrette dalla fame a fare le prostitute è impressionante. Il primo segno che la Roma sta riacquistando il ritmo abituale. Riaprono le scuole e alcuni esercizi, si torna a passeggiare. I soldati americani si trasformano in turisti, mentre le vicende della guerra diventano ricordi tragici. Nel resto d’Italia si continuerà a morire per molto tempo ancora ma a Roma scoppia la voglia di vivere. Passo dopo passo, piano piano la vita torna ad essere VITA.

 

 

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