Il culto di Sant’ Antonio, tra passato e presente


​’Ndricc’ ‘ndricc’ ‘ndricc’ ‘ndricc’

 damm’ nu cacchj d’ sauciccia

i s’ tu n’ m’ la vo dà

Sand’ Andonj’ c’ pozza p’nzà.

 

Cerchio. Già nella giornata di ieri, venerdì 20 gennaio 2017, era possibile ascoltare, per le strade del paese, le prime manifestazioni ludiche legate al culto di Sant’Antonio Abate.

È solito, infatti, in occasione di questa festività, che i ragazzi cerchiesi e marsicani si riuniscano, nei giorni della settimana che precedono la festa, per dar vita alla realizzazione dei cosiddetti “carr d’ Sand’ Andonj’ “. La preparazione di questi carri, nella maggior parte dei casi, altro non è che l’allestimento rurale di un rimorchio atto ad ospitare la compagnia che, suonando e cantando, trainata da un trattore, si snoderà per le vie del paese facendo la gioia di grandi e piccini. I musici e i cantori saranno accompagnati, nel succitato giro, dalle figure dei bifolchi, ” i b’fulgj”, che, vestiti da un sacco di patate, raccoglieranno le offerte generosamente dispensate dai propri compaesani.

Anche i bambini, nei giorni che precedono la festa, parteciperanno, depositari di una vecchia tradizione, alle manifestazioni imitando il canovaccio dei più grandi. Fino a qualche anno fa, infatti, con molta semplicità, gruppetti di adulti formavano una piccola rappresentazione teatrale composta da almeno tre elementi: Sant’Antonio (rappresentato da un vecchio barbuto), il diavolo (rappresentato con in capo le corna, il volto annerito con carbone e in mano le catene) e un musicante ( generalmente suonatore di fisarmonica) che, in giro per il paese, bussavano di porta in porta cantando la consueta filastrocca ricevendo in dono “robba purcigna” e un bel fiasco di vino. Tradizione, questa, a sua volta tramandata da generazioni.

Ma dove affonda le proprie radici il culto di Sant’Antonio Abate?

Probabilmente il culto del Santo fu istituito, nella nostra comunità, agli albori del Medioevo in quanto speciale protettore degli animali e della terribile malattia conosciuta come il “Fuoco di Sant’Antonio” ( è questa la malattia nota come “ergotismo canceroso” dovuta all’ingestione di pane o altri cibi preparati con farina di segale cornuta: essa produce dapprima un senso di insopportabile bruciore interno, da cui fuoco, poi compaiono in varie parti del corpo chiazze nere evolventesi in cancrena e, infine, gravi mutilazioni con il distacco degli arti. Oggi si da il nome di “Fuoco di Sant’Antonio” anche all’ ” Erpes Zoster”, malattia cutanea di eziologia oscura). Da questo momento il culto di Sant’Antonio non ha mai abbandonato la nostra comunità.

A Cerchio una delle famiglie più potenti, i D’Amore-Fracassi, agli inizi dell’800 acquistò, a proprie spese, per un maggior culto del Santo, la bellissima statua in legno policromo che ancora oggi si porta solennemente in processione. I componenti di questa famiglia, inoltre, erano soliti preparare il giorno della festa (17 gennaio) nei pressi del loro palazzo, in piazza San Bartolomeo, dei fuochi dove ponevano delle enormi caldaie di rame con dentro i famosi “granati” ( miscuglio di grano, granturco, ceci e fave) e, una volta cotti, venivano donati a tutti i poveri (i cosiddetti ciarlott’) sia di Cerchio che dei paesi limitrofi. Un rito similare, naturalmente in tono più sommesso, veniva compiuto da tutte le famiglie benestanti del paese.

Esattamente 38 anni fa, domenica 21 gennaio 1979, la comunità cerchiese volle riproporre, in maniera più vigorosa, una festività che, nonostante fosse ben radicata, andava, negli anni, sempre più scemando. Proprio in questa circostanza la comunità volle apportare delle modifiche al rituale di festeggiamento: fu costituito in primis un unico grande fuoco vicino alla piazza principale del paese ( anziché trovarne uno in ogni contrada) e fu istituita la prima sagra dei granati e della porchetta sollevando dunque le famiglie più abbienti, qualora la distinzione fosse ancora così netta, dall’onere di organizzare il succitato rituale.

Fin dall’acquisizione di tale culto nella nostra comunità le famiglie più abbienti, forse per espiare le proprie colpe e ingraziarsi un posto nell’azzurrità del cielo, si occupavano, forti della propria potenza economica, della buona riuscita della festa dispensando un pasto caldo ai bisognosi. Oggi, invece, nello smisurato amore nei confronti di questo “Santo burlone”, sono le comunità intere, con grandi e piccini, ad organizzarsi insieme per poi unirsi, come un tempo intorno al fuoco, intonando il suo inno di gioia.

E allora:” ‘Ndricc’ ‘ndricc’ ‘ndricc’ ‘ ndricc’ “.

Alex Amiconi

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