Lo spirito di Elba del 25 Aprile è la festa italiana europea della Liberazione dal giogo nazifascista


Lo spirito di Elba del 25 Aprile è la festa italiana europea della Liberazione dal giogo nazifascista. In tutta Italia si celebra il 73mo anniversario della Liberazione, in ricordo del 25 Aprile 1945, giorno che segna il termine della Seconda Guerra Mondiale. Una data fondamentale per la costruzione della nuova Repubblica Italiana libera, indipendente, sovrana e democratica che sarebbe nata dal 1946. In quei giorni primaverili di 73 anni fa, in Italia, i nostri Partigiani Eroi Patrioti liberarono le città dal giogo nazifascista insieme agli Alleati. Fulgido è l’esempio dell’Abruzzo. Ma pochi ricordano che il 25 Aprile 1945, le truppe sovietiche e americane si incontrarono sul fiume Elba in Germania: fu un momento simbolico molto importante per le Armate Alleate nella lotta comune contro il nazismo per la liberazione della martoriata Europa. La Russia fu decisiva, dopo aver versato il più alto sacrificio di sangue con oltre 30 milioni di vittime, come ricordiamo il 9 Maggio di ogni anno, celebrando la Vittoria della Grande Guerra Patriottica. Quest’anno il settantatreesimo anniversario della Liberazione merita in Italia tutta l’attenzione che questa ricorrenza impone. Con l’ammirazione per quanti si sacrificarono in prima persona. Con il rispetto per coloro i quali vissero un drammatico travaglio interiore. E con grande riguardo per il significato, quanto mai attuale, dei valori politici, costituzionali e sociali conquistati allora, e che abbiamo il dovere di consegnare intatti alle future generazioni di Italiani liberi e forti. È necessario guardare al quel periodo così fondamentale per la nostra Storia non solo per scrivere più dettagliatamente quella pagina, insieme alla Russia, ma soprattutto per negare ogni alibi a chi oggi, con slealtà intellettuale, sfrutta ogni incertezza per proporre revisionismi o ripensamenti. Inquietano i richiami, fin troppo frequenti in Italia e in Europa, a discorsi e simboli di regimi nefandi, o la fascinazione per i moderni autoritarismi imperialisti globalisti, che non possono essere confusi con forme più efficienti di Democrazia, ma sono al contrario inganni per svuotare la Democrazia di ogni valore e significato autentico, come nelle guerre di aggressione verso stati e popoli, magari più deboli dell’Italia, ma pienamente liberi e sovrani. Affiorano ogni tanto, anche nelle democrazie apparentemente più mature (Italia, Unione Europea, Usa) segnali politici preoccupanti che manifestano rigurgiti di autoritarismi, di negazionismi, di indifferenza rispetto ai fondamentali diritti della persona umana, di antisemitismo, di malintesi egoismi nazionali, di globalismi imperialistici. Chi ha lottato, chi ha sacrificato la propria vita, per la libertà, per la giustizia e per la democrazia, costituisce un esempio per tutti e ci ha consegnato un patrimonio di valori che va custodito e trasmesso in Italia e in tutto il mondo. L’azione che, attraverso le Associazioni patriottiche italiane, viene posta in essere il 25 Aprile, rappresenta un servizio alla democrazia e alla memoria del nostro popolo e di tutti i popoli afflitti da guerre di aggressione. È di grande importanza in tal senso far conoscere ai giovani, con le testimonianze e la coerenza delle scelte passate, il valore dell’impegno, della responsabilità, del dovere e della solidarietà. La Festa di Liberazione dell’Italia dal nazifascismo è la festa della Costituzione Italiana erede diretta di quella stagione storica fondamentale, che nel 70mo della sua entrata in vigore, attende ancora piena attuazione (www.anpi.it/media/uploads/files/2015/09/costituzione_anpi.pdf). Le ragioni del 25 Aprile stanno come monito e risposta per non soccombere alle vecchie e alle nuove dittature. Al Senato della Repubblica (www.youtube.com/watch?v=QARzBjAVEpA) e alla Camera dei deputati (www.youtube.com/watch?v=TNsoW0Qity0) il giorno 17 Aprile 2018, il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, riferendo sui recenti sviluppi della situazione in Siria, dopo il bombardamento di Usa, Gran Bretagna e Francia, espone gli Italiani a una pesante rappresaglia termonucleare in caso di Terza Guerra Mondiale. La via della pace e della lotta contro la violenza e i soprusi è ardua, ma è l’unica che possa produrre qualche risultato concreto. Il 25 Aprile è in tutto il mondo l’Elbe Day. Viva la Resistenza, viva il 25 Aprile, viva l’Italia libera, indipendente, sovrana e democratica!

(di Nicola Facciolini)

La via della pace e della lotta contro la violenza e i soprusi è ardua, ma è l’unica che possa produrre qualche risultato concreto. In tutta Italia si celebra il 73mo anniversario della Liberazione, in ricordo del 25 Aprile 1945, giorno che segna il termine della Seconda Guerra Mondiale. Una data fondamentale per la costruzione della nuova Repubblica Italiana libera, indipendente, sovrana e democratica che sarebbe nata nel 1946 e nel 1948. In quei giorni primaverili di 73 anni fa, in Italia, i nostri Partigiani Eroi Patrioti liberarono le città dal giogo nazifascista insieme agli Alleati. Ma pochi ricordano che il 25 Aprile 1945, festa nazionale in Italia, le truppe sovietiche e americane si incontrarono sul fiume Elba in Germania: fu un momento simbolico molto importante per le Armate Alleate nella lotta comune contro il nazismo per la liberazione della martoriata Europa. La Russia fu decisiva, dopo aver versato il più alto sacrificio di sangue con oltre 30 milioni di vittime, come ricordiamo il 9 Maggio di ogni anno, celebrando la Vittoria della Grande Guerra Patriottica. Il 25 Aprile è in tutto il mondo l’Elbe Day. Today is the Elbe Day. On 25 April 1945 Soviet and American troops met at the Elbe River in Germany: it was a highly important symbolic and strategic moment in the common fight against Nazism. The Spirit of the Elbe serves as a reminder of what we can achieve by Working Together versus evil forces. The April 25 is commemorated each year internationally as Elbe Day, the day when Soviet and US troops met on the River Elbe in Torgau, Germany, as they closed in from East and West on Hitler’s regime in 1945, marking an important step toward the end of World War II, when the two powers had effectively cut Germany in two parts. In that day Lt. Alexander Silvashko (Red Army) and 2nd Lt. William Robertson (U.S. Army) clasping hands awith arms around each other’s shoulders marking the meeting of the Soviet and US armies at Elbe River.
With this decisive operation, the two armies effectively cut Nazi Germany in half and just two weeks later, the WWII in Europe ended. Today we celebrate the Spirit Of Elbe. Russian Ambassador in Washington DC (Usa) Antonov and US Under Secretary of State Shannon attend the Spirit of Elbe commemoration ceremony at Arlington National Cemetery. They laid wreaths symbolizing meeting of Soviet and American militaries at River Elbe on April 25, 1945 (#GreatPatrioticWar). Quest’anno il settantatreesimo anniversario della Liberazione merita in Italia tutta l’attenzione che questa ricorrenza impone. Con l’ammirazione per quanti si sacrificarono in prima persona. Con il rispetto per coloro i quali vissero un drammatico travaglio interiore. E con grande riguardo per il significato, quanto mai attuale, dei valori politici, costituzionali e sociali conquistati allora, e che abbiamo il dovere di consegnare intatti alle future generazioni di Italiani liberi e forti. È necessario guardare al quel periodo così fondamentale per la nostra Storia non solo per scrivere più dettagliatamente quella pagina, insieme alla Russia, ma soprattutto per negare ogni alibi a chi oggi, con slealtà intellettuale, sfrutta ogni incertezza per proporre revisionismi o ripensamenti. Inquietano i richiami, fin troppo frequenti in Italia e in Europa, a discorsi e simboli di regimi nefandi, o la fascinazione per i moderni autoritarismi imperialisti globalisti, che non possono essere confusi con forme più efficienti di Democrazia, ma sono al contrario inganni per svuotare la Democrazia di ogni valore e significato autentico, come nelle guerre di aggressione verso stati e popoli, magari più deboli dell’Italia, ma pienamente liberi e sovrani. Nei fatti compresi fra l’8 Settembre 1943 e il 25 Aprile 1945, affondano le radici dell’Italia di oggi e le fondamenta della nostra Democrazia costituzionale più volte minacciata in questi 73 anni. Giorni che videro una straordinaria resistenza degli Italiani, durante i quali venne, accanto agli Alleati, la risposta militare da parte delle Forze Armate provate ma non vinte da anni di conflitto e propaganda, venne la risposta dei Partigiani, delle persone comuni che non esitarono ad affrontare la morte per difendere, col proprio gesto, la vita dei civili presi in ostaggio. Gli Italiani di allora, come oggi i Siriani, gli Yemeniti e i Palestinesi, vissero una fase straordinaria e drammatica della Storia, e lo seppero fare animati da giusti ideali ed eccezionale coraggio. Li salutiamo idealmente per il tramite dei più alti Rappresentanti delle Associazioni combattentistiche e partigiane, e delle Associazioni d’Arma. Che sono un patrimonio nazionale di conoscenza, quali custodi di Valori fondanti per la nostra Nazione più volte minacciata. I Partigiani e i Veterani della Brigata Maiella ricordano ogni anno il valore e il contributo che hanno dato alla Storia dell’Italia. Vi è una Storia che viene non soltanto trasmessa ma testimoniata dall’impegno raccolto anche nell’ANPI. Vi è un significato particolare nel ricordare la Liberazione, il 25 Aprile, a Casoli, uno dei centri nevralgici della Resistenza in Abruzzo. Celebrare la festa della Liberazione consente di sottolineare le pagine di Storia, non sempre adeguatamente studiate e conosciute, scritte dalla Resistenza nell’Italia Meridionale. In questa Regione così bella e così fiera si svolsero, tra il 1943 e il 1944, alcuni degli episodi più drammatici e decisivi della lunga e sanguinosa guerra per liberare l’Italia dal nazifascismo e per restituire il nostro Paese al novero delle nazioni democratiche e pienamente civili. Da Ortona s’imbarcarono verso Sud, il Re e i membri del governo Badoglio, “abbandonando” precipitosamente Roma al suo destino di occupazione germanica. Sul Gran Sasso fu detenuto e poi prelevato dai soldati tedeschi, Benito Mussolini, con un evento che portò alla nascita della Repubblica di Salò, con lutti e sangue tra gli italiani, sotto il controllo pieno e incondizionato della Germania nazista. La linea Gustav, fortissimo caposaldo della difesa tedesca taglia in due l’Italia, dall’Adriatico al Tirreno, e riesce a fermare l’avanzata degli Alleati verso Roma. Il Fronte Italiano, come viene chiamato dagli Anglo-Americani, si stabilisce, per lunghi e durissimi mesi, tra Ortona, Cassino e Minturno, attraversando queste terre e queste montagne di cui oggi noi apprezziamo la grande bellezza ma che allora videro immani tragedie. Le battaglie che si combattono in Abruzzo, sul versante adriatico, nel 1943, sono tra le più aspre di tutto il conflitto sul territorio italiano. Ortona viene soprannominata “la Stalingrado d’Italia”. La guerra, combattuta per anni in fronti “di aggressione” lontani (Africa, Grecia, Balcani, Russia) irrompe fragorosamente nel territorio italiano, coinvolgendo con il suo carico di distruzione e di morte la popolazione italiana. Iniziano i bombardamenti aerei alleati, i feroci combattimenti terrestri. E poi, per i civili, la barbara sequenza di saccheggi, deportazioni, sfollamenti, rappresaglie, violenze, eccidi e stragi. In quel periodo la regione Abruzzo, con i suoi abitanti, vive una vera epopea, tragica e insieme eroica, diventando insieme alle aree limitrofe il teatro di operazioni belliche di primaria importanza per le sorti della Seconda Guerra Mondiale. Lungo la linea Gustav si riproduce, in una scala ridotta, il conflitto mondiale che oppone la Germania hitleriana e i suoi marginali alleati europei, a Eserciti Alleati venuti da ogni parte del mondo: Inglesi, Americani, Polacchi, Canadesi, Neozelandesi, Nordafricani, Indiani, Russi. Tra queste montagne, alte e innevate, sulle pendici del Gran Sasso, nelle valli della Majella, tra i paesi e i borghi d’alta quota, nascono spontaneamente nuclei del movimento di Resistenza al nazifascismo. I primi in Italia. Tra essi vi sono intellettuali, contadini e pastori, militari tornati dal fronte, carabinieri. Ci sono antifascisti di lungo corso ed ex militanti fascisti che si sentivano delusi e traditi. C’è tanta gente semplice, decisa a difendere il proprio territorio dai saccheggi e dalle prepotenze. La riconquista della libertà e dell’onore ne costituisce l’elemento unificante pre-costituzionale. L’8 Settembre del 1943, con le sue tragiche conseguenze, rappresenta il simbolo più evidente, per alcuni aspetti grottesco, della disgregazione dello Stato fascista, grazie ai bombardamenti alleati sull’Italia e sulla Capitale. Ma in molti cuori e in molte coscienze l’adesione al fascismo si era già frantumata. A partire dai campi di battaglia, in Africa e in Russia, dove uomini male armati e male equipaggiati vengono cinicamente mandati allo sbaraglio per gli sciagurati e velleitari sogni di potenza, gloria e conquista della dittatura. L’occupazione nazista, spalleggiata dai fascisti di Salò, con i suoi metodi barbari e disumani, con le rappresaglie, le torture, le deportazioni, la caccia agli Ebrei, le stragi di civili, apre definitivamente gli occhi della popolazione italiana sulla natura oppressiva e violenta del fascismo. Non è certamente, quella fascista, la Patria che aveva meritato il sacrificio eroico di tanti soldati italiani. La Patria, che rinasce dalle ceneri della guerra, si ricollega direttamente al Risorgimento, ai suoi ideali di libertà, umanità, civiltà e fratellanza. Non è, dunque, per caso, che gli uomini della Brigata Maiella scelgono per sé stessi il nome di “patrioti”. La stessa denominazione dei giovani che rischiano la morte in nome della Unità di Italia nel Risorgimento. La Resistenza è un movimento corale, ampio e variegato, difficile da racchiudere in categorie o giudizi troppo sintetici o approssimativi. A lungo è stata rappresentata quasi esclusivamente come sinonimo di “guerra partigiana” ante litteram nelle regioni del Nord d’Italia o nelle grandi città. È certamente vero che le “bande armate” operanti al Centro-Nord, costituiscono il fenomeno più ampio, evidente e caratteristico della guerra di Liberazione. Ma gli studi storici hanno, via via, allargato l’orizzonte al contributo fondamentale che alla Resistenza offrono le Forze Armate Italiane. Sia nei teatri di guerra lontani (è importante ricordare i drammatici episodi di Cefalonia, Coo e Corfù) sia sul territorio nazionale, dove circa 260mila Italiani combattono a fianco degli Alleati, partecipando all’avanzata. Il prezzo pagato, tra gli Italiani, fu di circa 21mila morti e 19mila dispersi. Il Generale Clark, soldato Usa piuttosto ruvido e non certo avvezzo ai complimenti (vedi Montecassino), riconosce che “I quattro gruppi di combattimento italiani e i partigiani sostennero una parte importante nella vittoria, avendo così l’onore di partecipare alla liberazione del Paese”. Da qualche tempo, e doverosamente, gli storici hanno puntato l’attenzione anche sui militari italiani deportati nei campi di concentramento in Germania, in condizioni terribili, per il loro rifiuto di servire sotto le insegne di Salò e dell’esercito nazista. A loro viene persino negato lo status di prigionieri di guerra. Sono più di seicentomila, una cifra enorme. Tra di loro molti generali e ufficiali superiori. Pochi cedono in cambio di cibo e di condizioni di vita più accettabili. La stragrande maggioranza, la quasi totalità, rimane compatta, nonostante la fame, i patimenti, il freddo e i maltrattamenti. Circa cinquantamila non faranno più ritorno in Italia. Va rammentato anche che il movimento della Resistenza Italiana non avrebbe potuto assumere l’importanza che ha avuto nella Storia d’Italia senza il sostegno morale e materiale della popolazione civile. Per essere “resistenti” non è necessario imbracciare il fucile. I terrificanti proclami germanici promettono la fucilazione immediata e la distruzione della casa per chiunque sfami un soldato alleato, nascosto un renitente alla leva, aiutato un Ebreo, sostenuto una banda partigiana. E i nazisti passano con crudeltà dalle parole ai fatti. Senza fermarsi davanti a donne, bambini e anziani inermi. Chiunque, in quegli anni foschi, sfida la morte con coraggio e abnegazione merita pienamente la qualifica di resistente. Come notava con molto acume Aldo Moro, in un discorso del 1975, il contributo delle popolazioni permette alla Resistenza di superare “il limite di una guerra patriottico-militare, di un semplice movimento di restaurazione prefascista”. E di diventare “un fatto sociale di rilevante importanza”. Una considerazione che getta ulteriore luce anche sull’importante contributo alla lotta di Liberazione delle popolazioni meridionali italiane. Le tante insurrezioni, da Napoli a Matera, da Nola a Capua, alle tante avvenute in Abruzzo, attestano la percezione da parte degli Italiani della posta in gioco: da una parte i massacratori, gli aguzzini, i persecutori di Ebrei; dall’altra la luce della civiltà, la libertà, il rispetto dei diritti inviolabili della persona. Nelle parole di un’anziana donna abruzzese fucilata per aver sfamato un Inglese, è racchiusa molta parte del senso della storia della Resistenza italiana: più che approfondite teorie politiche, coltivate dalle élite, è il riconoscimento della comune appartenenza al genere umano a costituire l’assoluto rifiuto a ogni ideologia basata sulla sopraffazione, la violenza e la superiorità razziale e/o tecnologica. Nella lotta al nazismo, la popolazione della regiome Abruzzo è particolarmente esemplare: pagando un tributo alto di sangue che va adeguatamente ricordato, con riconoscenza e con ammirazione. La rivolta comincia subito dopo l’8 Settembre, con episodi spontanei ma diffusi. A L’Aquila nove ragazzi sorpresi con le armi in pugno vengono fucilati sul posto dai soldati tedeschi. Nessuno di loro supera i venti anni. A Bosco Martese, sulle montagne aprutine, si radunano 1600 uomini in armi. Ci sono trecento sbandati, un centinaio di prigionieri di guerra, Inglesi, Slavi, Russi, evasi dal campo di concentramento. Ma la maggior parte sono giovani provenienti da Teramo, decisi a combattere. Per più di ventiquattro ore riescono a tenere testa all’esercito germanico. Poi, di fronte a un nuovo attacco con armi pesanti e rinforzi, si disperdono tra i boschi, per continuare la lotta. Anche qui, un “battesimo del fuoco”! Commenta Parri, comandante nazionale dei Partigiani: “quella di Bosco Martese fu la prima battaglia nostra in campo aperto”. Insorge anche la città di Teramo. Pure qui il bilancio è tragico: i capi dei rivoltosi, guidati dal medico Mario Capuani, sostenuto dai carabinieri della locale caserma, vengono barbaramente trucidati. Si ribella Lanciano. Uno dei protagonisti della rivolta, Trentino La Barba, viene orrendamente seviziato in pubblico da un soldato nazista, prima di trafiggerlo mortalmente. Sono quasi un migliaio le vittime civili di eccidi e rappresaglie. Pietransieri (125 morti), Sant’Agata di Gessopalena (36), Capistrello (33 morti). Francavilla, Arielli, Onna, Filetto, Lanciano, Montenerodomo, Pizzoferrato, Bussi sul Tirino, sono alcuni dei nomi dei paesi della regiome Abruzzo che conoscono la ferocia nazista contro la popolazione civile. Ma il terrore e le fucilazioni non impediscono, anzi, in qualche modo, aumentano l’impegno degli abruzzesi a fianco dei liberatori: anziani, donne, ragazzi, sacerdoti. Chi può si impegna attivamente, rischiando di continuo la vita. Si aprono così, tra i monti abruzzesi, i sentieri della libertà d’Italia. Pastori, cacciatori, guide locali accompagnano generosamente soldati Alleati e Italiani, Ebrei, fuggiaschi e perseguitati al di là della Linea Gustav, mettendoli in salvo. Tra questi, anche Carlo Azeglio Ciampi, in fuga con un suo amico ebreo, Beniamino Sadùn. La grande scrittrice Alba De Céspedes, intellettuale e partigiana, ci lascia una bellissima descrizione del popolo abruzzese in quegli anni. È forse una delle più belle testimonianze di ciò che ha fatto la gente d’Abruzzo in quel momento: “Entravamo nelle vostre case timidamente: un fuggiasco, un partigiano, è un oggetto ingombrante, un carico di rischi e di compromissioni. Ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo. Non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra. C’erano inglesi, romeni, sloveni, polacchi, voi non intendevate il loro linguaggio ma ciò non era necessario; che avessero bisogno di aiuto lo capivate lo stesso. Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti, gratis, se non avevamo denaro”. Queste parole sono splendide. Seguono poi le gesta della Brigata Maiella che conducono oggi a ricordare per tutta Italia la Liberazione del 25 Aprile. Partita dall’Abruzzo e finita nel lontano Veneto. Le narrano, con efficacia e partecipazione, lo storico Marco Patricelli e con la sua testimonianza scritta Antonio Rullo che combatté con questa leggendaria Brigata, accanto a Ettore e Domenico Troilo, straordinarie figure da ricordare sempre. La nascita del movimento della Resistenza, che mosse i primi passi in Abruzzo, segna il vero spartiacque della nostra Storia nazionale verso la libertà. Chiude la fase della dittatura e porta l’Italia all’approdo della libertà, della democrazia, della sovranità, della indipendenza e della Costituzione. La vita democratica, dopo il cupo ventennio fascista, affonda le sue radici nella Lotta di Liberazione. E la nostra Costituzione, sigillo di libertà e democrazia, come scrive Costantino Mortati nel 1955 nel decennale della Liberazione, “si collega al grande moto di rinnovamento espresso dalla Resistenza”. Tutti quei giovani soldati, provenienti da tante parti del mondo, che sono caduti sul suolo italiano per liberarci dal giogo nazifascista e che riposano nei cimiteri di guerra, non sono stranieri, ma sono nostri fratelli. Il ricordo della Repubblica li abbraccia insieme ai nostri caduti della Resistenza, cui è sempre rivolto il nostro pensiero riconoscente e ammirato. Festeggiano giustamente il 25 Aprile le Associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma e, attraverso loro, tutti gli aderenti che, in ogni parte d’Italia, operano, con dedizione e costanza, per mantenere viva la memoria degli eventi e trasmettere i valori della Resistenza e della liberazione del Paese dall’oppressione nazifascista. Rievochiamo in questi giorni quel 25 Aprile 1945, quando il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia chiama alla insurrezione generale. Gran parte dell’Italia era già stata liberata. La Resistenza, attiva dal 1943, aveva combattuto con crescente intensità dal Sud al Nord del Paese, pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, cui si aggiungono le orribili repressioni che colpiscono cittadini innocenti e indifesi, anziani, donne e bambini. Alle vittime di queste tragedie si aggiungono i martiri della divisione Acqui nelle isole Ionie. I militari del primo raggruppamento motorizzato caduti nella battaglia di Montelungo e quanti, nelle fila dell’Esercito del Sud, prendono parte alla guerra di liberazione. A tutti loro è rivolto il nostro pensiero e l’abbraccio del ricordo della Repubblica Italiana. La Resistenza fa parte della nostra storia. Nata spontaneamente nelle città, nelle periferie, nelle campagne e sulle montagne, coglie il bisogno di pace, di giustizia e di libertà. Offre dignità alla Nazione. Le Forze Armate così compiono il loro dovere, con il Corpo italiano di liberazione, offrendo il loro prezioso contributo. Tutti questi eventi, comportamenti, passioni, generose dedizioni vanno ricordati costantemente, con convinzione, anche perché, in tanti Paesi, le società di oggi, pur passate attraverso i drammi umani, le sofferenze e le macerie del Ventesimo Secolo, sembrano, talvolta, aver attenuato gli anticorpi all’egoismo, all’indifferenza e alla violenza, avvertiti intensamente dalle generazioni che hanno vissuto il secolo delle due guerre mondiali e le crudeltà delle dittature. Affiorano ogni tanto, anche nelle democrazie apparentemente più mature (Italia, Unione Europea, Usa) segnali politici preoccupanti che manifestano rigurgiti di autoritarismi, di negazionismi, di indifferenza rispetto ai fondamentali diritti della persona umana, di antisemitismo, di malintesi egoismi nazionali, di globalismi imperialistici. Chi ha lottato, chi ha sacrificato la propria vita, per la libertà, per la giustizia e per la democrazia, costituisce un esempio per tutti e ci ha consegnato un patrimonio di valori che va custodito e trasmesso in Italia e in tutto il mondo. L’azione che, attraverso le Associazioni patriottiche italiane, viene posta in essere il 25 Aprile, rappresenta un servizio alla democrazia e alla memoria del nostro popolo e di tutti i popoli afflitti da guerre di aggressione. È di grande importanza in tal senso far conoscere ai giovani, con le testimonianze e la coerenza delle scelte passate, il valore dell’impegno, della responsabilità, del dovere e della solidarietà. Ai nostri militari, che hanno raccolto la tradizione di tanti nobili esempi di dedizione, di altruismo, di sacrificio, rivolgiamo il saluto più cordiale ed esprimiamo la riconoscenza dell’Italia per il prezioso impegno quotidiano, in Patria, al servizio della pace e della sicurezza. Le Fosse Ardeatine, quelle vittime innocenti, nella ricorrenza di una barbarie che non potrà mai trovare spiegazione umana, chiedono a tutti di ascoltare l’appello delle 335 vittime trucidate con tanta aberrazione e tanta violenza. Proprio sulla base della constatazione dell’abisso di sofferenza e di disumanità che hanno subìto i nostri concittadini in quei tragici anni, possiamo guardare con grande ammirazione e riconoscenza all’eroismo, al coraggio, alla tenacia e all’operosità di quella Italia che ha saputo ricostruire e offrire alle nuove generazioni una Patria libera e pacificata che rifiuta le guerre di aggressione contro la libertà, la vita e la sovranità di altri stati e popoli. Il Comitato nazionale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani) esprime “profonda preoccupazione per la situazione internazionale, che diviene sempre più complessa e pericolosa e sembra allontanare, ogni giorno di più, quello che è il nostro obiettivo primario: la pace. Nella zona della Siria si stanno compiendo ripetute stragi di civili e di bambini. Il minacciato intervento militare degli Stati Uniti, sostenuto da Francia e Gran Bretagna, può avviare una escalation dall’esito imprevedibile, che potrebbe condurre a un conflitto globale. La UE deve avere finalmente una propria e autonoma e pacifica politica. Iniziative unilaterali o di “volonterosi” portano a situazioni peggiori, come già successo in Iraq e Libia. Il governo italiano, come rigorosamente disposto dall’Art. 11 della Costituzione, non deve coinvolgere in alcun modo il nostro Paese in questa nuova avventura bellica. Per questo destano gravissima preoccupazione le notizie relative all’uso già in atto delle basi di Sigonella da parte dell’aviazione USA verso il teatro siriano e l’eventuale futuro uso di altre basi italiane. L’ONU assiste, più o meno impassibile, riuscendo a fornire un’immagine di preoccupante impotenza. Infine, il governo turco di Erdogan, approfitta della situazione per sferrare un altro colpo al popolo curdo, dimenticando il contributo, anche di sangue, da esso recato nel corso della guerra contro l’ISIS. Ovunque incombe l’ombra dei foreign fighters. Distrutto, o ridotto quasi all’impotenza il cosiddetto stato islamico, rimane quanto mai evidente il rischio di azioni terroristiche da parte dei suicidi legati a cosiddetto Daesh. Insomma sono ampiamente compromessi, un po’ ovunque, gli stessi diritti umani. Tutto ciò richiede un governo europeo unitario e solidale all’altezza della complessità e della gravità della situazione ed un contrasto senza incertezze nei confronti dei Paesi UE che, in risposta all’emergenza guerre e migranti, hanno alzato mura materiali, politiche, ideologiche e culturali. In Palestina è bastata una manifestazione pacifica per scatenare reazioni violente, da parte del governo israeliano, sul piano militare e civile, con morti e migliaia di feriti e prosegue, nonostante il motivato e diffusissimo dissenso internazionale e la radicale opposizione palestinese, il progetto dell’apertura da parte degli USA della sede diplomatica a Gerusalemme. Si ha l’impressione che i diritti umani, che dovrebbero essere un valore prioritario per tutti, perdano quota, ogni giorno, a fronte di più o meno sopiti interessi nazionalistici e, talvolta, religiosi. Non cessa l’allarme per lo spostamento a destra (e spesso verso una destra nera) di diversi Paesi d’Europa; ed è preoccupante, certamente, il risultato del voto in Ungheria, oltre ad alcune posizioni tipicamente retrograde della Polonia, che sembrano perfino negare un passato che non si può cancellare né distorcere. Grave è anche la situazione dell’Ucraina, nel cui governo siedono persino ministri esplicitamente filonazisti, mentre nel Paese infuria dal 2014 una sanguinosa guerra civile. Nello scenario coreano, dopo reciproche provocazioni e minacce, sembrano per ora superate le posizioni bellicose di Corea del nord e USA: occorre tenere aperti canali e prospettive di un accordo pacifico fra tutti i protagonisti di quell’area. Questo è il quadro in cui si è sviluppata una migrazione di dimensioni planetarie, accompagnata dal fenomeno criminale degli scafisti. Chi fugge dalla guerra e dalla fame non deve essere fermato con l’avvio a veri e propri campi di concentramento ma le migrazioni vanno regolate nella direzione della inclusione, ove ricorrano gli estremi, non dimenticando mai che l’Art. 2 della Costituzione fa riferimento esplicito ai “doveri inderogabili” di solidarietà politica, sociale, economica. Per l’ANPI resta fondamentale e prioritario l’obiettivo della pace nel mondo, perché ormai non c’è vicenda che non ci riguardi da vicino. Così come è fondamentale che la democrazia ed i suoi valori vengano preservati in ogni Paese e prima di tutto in Europa, respingendo ogni tipo di tentativo autoritario, fascista e razzista. Il Comitato Nazionale ANPI e tutte le strutture periferiche dell’Associazione sono impegnati, in ogni forma possibile, a recare il proprio contributo per la pace, per la convivenza pacifica dei popoli, per il rispetto dei diritti umani, per il pieno radicamento della democrazia nel mondo. Proprio in relazione al rispetto dei diritti umani, il Comitato Nazionale ribadisce l’urgenza di un impegno del governo italiano nei confronti delle autorità egiziane al fine di far emergere con chiarezza le responsabilità dei mandanti e degli assassini di Giulio Regeni. La verità è la giustizia non posso essere negate in nome di qualsiasi ragion di stato. Il Comitato Nazionale, inoltre, si impegna per avviare una nuova stagione dell’antifascismo su scala europea e per questo ritiene indispensabile ed urgente valorizzare le strutture transnazionali antifasciste esistenti e realizzarne delle nuove. L’ANPI è in prima fila nella ricostruzione di un grande movimento per la pace, perché, come è scritto nel documento approvato dal 16mo Congresso nazionale dell’ANPI nel Maggio 2016: “la via della pace e della lotta contro la violenza e i soprusi è ardua, ma è l’unica che possa produrre qualche risultato concreto”. Per questo aderiamo e partecipiamo alla Marcia della Pace “Perugia – Assisi” già indetta per il 7 Ottobre 2018 e alla Conferenza sulla Pace indetta dalla Confederazione Italiana fra le Associazioni combattentistiche e partigiane. La raccolta firme sotto l’appello “Mai più fascismi mai più razzismi” è un momento fondamentale del nostro impegno e invitiamo tutti i coordinamenti regionali e provinciali a proseguire con impegno nella sua realizzazione”. La Festa di Liberazione dell’Italia dal nazifascismo è la festa della Costituzione Italiana erede diretta di quella stagione storica fondamentale, che nel 70mo della sua entrata in vigore, attende ancora piena attuazione. Insomma le ragioni del 25 Aprile stanno come monito e risposta per non soccombere alle vecchie e alle nuove dittature globaliste. Questi fondamentali contenuti siano condivisi molto largamente per un momento di festa inclusivo e aperto a tutti coloro che condividono i valori posti alle fondamenta della nostra Repubblica. Richiamiamo pertanto le ragioni della manifestazione, espresse nell’appello Anpi sottoscritto dalle Associazioni, della Resistenza e della Guerra di Liberazione, “affermando con chiarezza che qualsiasi altra rivendicazione non fa parte degli obiettivi della manifestazione e non ci rappresenta. Così come ci aspettiamo che tutti accoglieranno con fraternità tutti i simboli delle formazioni combattentistiche e partigiane della Resistenza e della Guerra di Liberazione che sfileranno con noi. Il 25 Aprile la priorità è la risposta al fascismo di ieri e al fascismo di oggi. Per un 25 Aprile largamente unitario, libero dal fascismo, libero dai venti di guerra, vediamoci in piazza per un momento fondamentale di partecipazione popolare della nostra città e del nostro paese”. L’attacco alla Siria viola la legalità internazionale. Il Governo italiano lo condanni. Il 14 Aprile 2018, nella sua dichiarazione ufficiale quale Presidente nazionale dell’ANPI, Carla Nespolo chiede “al Governo italiano di condannare l’attacco di stanotte di Stati Uniti, Inghilterra e Francia ai siti Siriani. Si tratta di una ennesima e deliberata violazione della legalità internazionale. Per di più allarmano le minacce di ulteriori azioni militari. L’attacco di stanotte viola la sovranità di uno Stato, allontana la soluzione della guerra civile siriana, aumenta i pericoli per la pace nel mondo, destabilizza i rapporti internazionali, delegittima l’ONU, incoraggia il terrorismo e divide la UE. È ora che in Italia e in Europa torni a farsi sentire un grande movimento popolare per la pace”. Ma così non è, per bocca del Governo dimissionario Gentiloni, in carica per gli “affari correnti”, e dei suoi sodali. Le esilaranti dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio dimissionario, Paolo Gentiloni, sulla base di fake news Isis “al gas” smascherate dai Russi e dai Siriani (www.youtube.com/watch?v=U9LUV4nde24&feature=push-sd&attr_tag=euAXVEfxLX3-0NL2-6), fanno rabbrividire. “L’Italia non è un Paese neutrale, che sceglie di volta in volta con chi schierarsi tra l’Alleanza Atlantica e la Russia: è un coerente alleato degli Stati Uniti”, tuona Gentiloni che, alla faccia delle Elezioni Politiche 2018 del 4 Marzo, ritiene “inaccettabile l’uso ripetuto di armi chimiche” (non provato) e “motivato l’intervento degli alleati anche se unilaterale e privo di quel mandato internazionale che l’Italia ha sempre considerato copertura necessaria alle azioni militari”. Gentiloni riferisce alle Camere che l’Italia non è neutrale nella vicenda siriana, ma è un alleato coerente degli Stati Uniti. È una situazione tragicomica. Gentiloni è l’ennesimo presidente non eletto dal Popolo da quando l’Unione Europea nell’Anno Domini 2011 si è imposta di far cadere Silvio Berlusconi. Al Senato della Repubblica (www.youtube.com/watch?v=QARzBjAVEpA) e alla Camera dei deputati (www.youtube.com/watch?v=TNsoW0Qity0), il giorno 17 Aprile 2018, il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, riferendo sui recenti sviluppi della situazione in Siria, dopo il bombardamento di Usa, Gran Bretagna e Francia, espone gli Italiani a una pesante rappresaglia termonucleare in caso di Terza Guerra Mondiale. “Le armi nucleari russe con cui saranno armati i droni sottomarini sono in grado di distruggere intere città costiere”, riferisce Business Insider. La rivista si riferisce al nuovo, temibile complesso Status-6, noto nella stampa estera come “l’arma dell’Apocalisse”. I droni sottomarini saranno armati con testate da 50 megatoni. Come osserva il giornale, una testata nucleare da 20 a 50 megatoni che esplodesse in prossimità della linea costiera, potrebbe generare uno tsunami di forza pari a quello verificatosi in Giappone nel Marzo 2011. Inoltre, secondo gli analisti, una esplosione subacquea termonucleare potrebbe generare onde alte fino a 100 metri. La pubblicazione fa notare che l’esplosione di un siluro Status-6 sotto la superficie marina potrebbe proiettare in aria diverse tonnellate di acqua marina radioattiva che ricadrebbero sulla zona interessata sotto forma di pioggia venefica con conseguenze catastrofiche. Se l’esplosione si verificasse al largo di città come Napoli, Roma, Palermo, Catania, Genova, Pescara, Los Angeles, Washington o San Diego, gli effetti distruttivi del “fall-out” termonucleare sarebbero ancora più forti a causa delle frequenti brezze marine. Il 1° Marzo 2018 il Presidente russo Vladimir Putin, durante il suo messaggio annuale all’Assemblea federale, come già riferito, ha presentato gli ultimi tipi di armi russe che non hanno eguali al mondo. Tra queste ha menzionato la creazione di droni sottomarini equipaggiati di testate nucleari capaci di raggiungere profondità e velocità superiori ai sottomarini convenzionali. L’attacco missilistico condotto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia contro la Repubblica Araba Siriana, Stato sovrano membro delle Nazioni Unite, viola ogni più elementare norma del diritto internazionale. È un crimine di guerra compiuto dagli aggressori in base a un’accusa, rivolta al Governo siriano, rivelatasi falsa. Vi sono prove inconfutabili che l’attacco chimico a Duma è stato una messa in scena organizzata dai servizi segreti occidentali. Non a caso Stati Uniti, Gran Bretagna a Francia hanno lanciato i missili contro la Siria nel momento in cui stavano arrivando gli ispettori Onu (www.youtube.com/watch?v=cOf_MZ5DpjQ&t=139s). Le sceneggiate in salsa hitleriana al Parlamento italiano ed europeo, di Gentiloni e Taiani, dopo le gravi decisioni assunte dalla Segreterìa Generale delle Nazioni Uniti e della Nato, per giustificare le guerre altrui con vere e proprie menzogne ai danni del Popolo Siriano, costituiscono un gravissimo precedente per una “democrazia” come l’Italia che non può più permettersi le Guerre Umanitarie inaugurate nell’Anno Domini 1990. La Costituzione della Repubblica Italiana (www.anpi.it/media/uploads/files/2015/09/costituzione_anpi.pdf) insegna ben altro. Se questa festa nazionale non unisce più lo Stivale, le ragioni sono chiare, evidenti, distinte. Forse ci vorrebbero meno politica ed una rinnovata memoria storica, anche a beneficio delle nuove generazioni. Per cercare di mettere un po’ d’ordine nel focolaio di voci contrastanti che puntuali si alzano alla vigilia di questa ricorrenza e capire perché questo non succede in Russia in occasione del 9 Maggio, pare ragionevole illustrare le interessanti osservazioni di Giovanni Savino, storico e professore associato di Storia contemporanea all’Istituto di scienze sociali dell’Accademia presidenziale russa dell’economia nazionale e del servizio pubblico. “Oggi si è perso un po’ il significato della Festa. Uno storico italiano, molto più bravo di me, Sergio Luzzatto, scriveva nel 2004 un libro che si chiama “La crisi dell’Antifascismo” e secondo me inquadrava quel problema, che forse 10 anni fa non si vedeva, ma che oggi è sempre più evidente, di come cioè ci sia uno svuotamento della Liberazione. Oggi – spiega Giovanni Savino – parlare di antifascismo alla gente crea dei problemi. Per alcuni si tratta di qualcosa di proiettato nel passato, altri la vedono come una contrapposizione per cui antifascismo significa comunismo, anche se poi la lotta di liberazione in Italia, dove pure il Partito Comunista ha dato un grande contributo di sangue e organizzativo, è stata anche la lotta dei socialisti, dei cattolici, persino dei monarchici. Perciò si è persa anche l’idea della contrapposizione fascismo-democrazia, cioè se c’è la democrazia non c’è il fascismo e viceversa. Spesso quello che accade, e a me da storico preoccupa, è la codificazione delle cose. In Italia ci sono delle leggi che vietano l’apologia del fascismo, ma io credo poco agli strumenti legislativi nel piano della memoria storica, perché significa dare una verità di Stato che è sempre qualcosa di pericoloso. C’è una legge che ti dice che non devi prendere la svastica o fare il saluto romano, se no sei cattivo. Ovviamente questo non ha nessun effetto educativo, perché, e lo abbiamo visto anche nei regimi totalitari, ci sono sempre forme di disobbedienza per cui poi ognuno fa come si sente. Questa festa cade in un momento in cui si dovrebbe ripensare al significato dell’antifascismo nella Repubblica Italiana ed a quelli che sono i valori della Resistenza, perché tali rimangono, dei valori”. Sul “Resto del Carlino” è apparso un articolo in cui, secondo un sondaggio fatto a degli studenti delle scuole superiori, solo 2 su 10 sanno esattamente che il 25 Aprile è la festa della liberazione dal nazifascismo. Qualcuno la confonde con il 2 Giugno, altri con il Giorno della Memoria, altri pensano a dove trascorrere il “ponte” peraltro anche “parlamentare”! “Io credo che il problema sia globale perché alla discussione storica si è sostituita la memoria. Che non è un male di per sé, in quanto le due cose se accompagnate vanno bene, ma – avverte Giovanni Savino – ci sono memorie differenti e possono nascere delle lacune. Anche noi se ci capita qualcosa di brutto tendiamo a rimuoverlo. Poi ci sono dei meccanismi nelle riforme dell’istruzione, e questo accade in tutto il mondo, in cui le ore di storia vengono ridotte a favore dei programmi di indirizzamento al lavoro. I nostri nonni e i nostri padri studiavano nozioni più teoriche ma lavoravano molto meglio di noi ed avevano più opportunità. Questa è la situazione di fondo, perché se avessero chiesto agli studenti di parlare in inglese o di risolvere delle operazioni matematiche avremmo avuto gli stessi risultati”. Eppure in molte delle nostre città ci sono monumenti, storie di martiri, di persone uccise in questi giorni di 73 anni fa. Forse se banalmente si portassero i giovani a leggere, con la “realtà aumentata” dei loro telefonini con Intelligenza Artificiale, una lapide per vedere che sono morti ragazzi della loro età, la situazione potrebbe migliorare. “Ci vuole una memoria che faccia capire, e che esisteva già negli Anni ‘50 e ‘60 ed è riprodotta da libri come “Il Partigiano Johnny” o “I 200 giorni della città di Alba”, che quelli che erano andati a morire erano giovani di 17,18,19 anni. Questa è una memoria interessante. È vero che l’insurrezione c’è stata nel Nord Italia, ma questa memoria è assente anche nel Sud. C’è un lavoro curato dallo storico Isabella Insolvibile, “L’Atlante delle stragi nazifasciste in Italia”, grazie al quale ho scoperto che anche nella zona da cui vengo ci sono state fucilazioni di civili, dopo le Quattro Giornate di Napoli e solo in un raggio di 3 chilometri sono state fucilate 100 persone. Noi di queste cose non sappiamo nulla. Sappiamo soltanto la retorica che andava bene negli anni del Dopoguerra, ma che oggi non spiega nulla e non crea un contatto con gli studenti o con i giovani”. Al contrario in Italia il 25 Aprile di anno in anno ci si concentra sulle provocazioni, sui cortei, sul tornaconto politico che perseguono esponenti dell’una e dell’altra parte. “Per il tornaconto politico si usa qualsiasi cosa. Stranamente la divisione è avvenuta negli ultimi 25 anni, quando sono finiti i grandi partiti politici frutto di quella lotta di liberazione, dalla DC al PCI o che ne erano stati trasformati come il PSI. È strano vedere come questi partiti che si definiscono post ideologici (Forza Italia, il PD, o la Lega) di volta in volta usino il 25 Aprile per dire la loro. Se ne sentono di tutti i colori, da che i partigiani erano “quattro ragazzini” al soldo degli Americani o ai paragoni tra l’Unione Europea di oggi e l’Europa di 73 anni fa. I cortei è giusto che ci siano, è parte della normale dialettica, meno che ci siano alcuni che utilizzano i cortei per fare polemica contro, o amministrazioni comunali che neghino l’autorizzazione”. Viva la Resistenza, viva il 25 Aprile, viva l’Italia libera, indipendente, sovrana e democratica!

© Nicola Facciolini

 

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