Una volta era sinistra


Una volta, quando eravamo di sinistra, quando ci dicevamo comunisti, quando ci chiamavamo compagni, quando ci consideravamo anticonformisti e via dicendo, negli anni ‘70 e ’80 insomma, non ricordo che stavamo lì a badare se il nostro voto andasse a un partitino minuscolo o ad un movimento politico senza speranza.
Anzi, ricordo che pure allora, quando ad esempio nel mio quartiere, San Basilio, si seppe che la mia famiglia votava compatta per Democrazia Proletaria, ci fu una sollevazione dell’area PCI che ci accusava, spesso pesantemente, di togliere voti alla sinistra, di sprecarli, di fare un favore alla destra.
Ma nella cosiddetta “sinistra extraparlamentare” non si accettava il compromesso, nelle elezioni politiche, di votare il meno peggio, di scegliere tra l’incudine e il martello, quelli che probabilmente avrebbero vinto e governato.
Attualmente mi pare ci sia lo stesso problema. Ma noi, sognatori come eravamo, tenevamo duro e pensavamo che la sinistra che fa il miglior lavoro è quella che non si sporca le mani col potere. Ed è stato così. E’ stato esattamente così: solo con la sinistra all’opposizione si è raggiunto un livello decente di conquiste sociali, politiche, culturali e civili.
Oggi la sinistra non esiste più, o meglio, quella che dovrebbe essere la sinistra istituzionale e governativa è solo un’etichetta per definire, in buona sostanza, una destra capitalistica un po’ diversa dalla destra populista o xenofoba. Ma è una sinistra sostanzialmente molto più simile alla vecchia DC che al PCI. E questo si può riscontrare perfino nell’evoluzione (o involuzione) del nome: DS.
Sono cambiati i tempi e sono cambiati i nomi, ma in fondo le persone di questo paese sono le stesse, semmai un bel po’ peggiorate e ingrigite, anche perché sono peggiorate e ingrigite le relazioni umane.
Non è una questione politica, alla quale sarebbe più facile trovare soluzioni e dare risposte, ma una questione culturale: ci stiamo trasformando da “animali sociali” in “animali individuali” e questo, oltre che andar contro la nostra stessa natura, determina anche lo stato attuale dell’arte.
Adesso noi, tutti quei sognatori che eravamo e che siamo rimasti, sappiamo benissimo che non si può dare una risposta politica a un problema culturale.
Questo è il tempo della semina. Il tempo di rimettersi in gioco nel proprio piccolo. Il tempo di non demandare a qualcuno che già sappiamo non potrà risolvere i nostri problemi. Il tempo di riaprire le porte anziché chiuderle. Il tempo di ricordarsi che siamo, appunto, “animali sociali”. Il tempo di tornare ad essere umani, anche se il tempo, forse, si è stancato di darci altro tempo.

 

di Marco Cinque

 

da Rivoluzione Poetica

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