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ALLA SCOPERTA DEL DIALETTO ABRUZZESE – ARMONIOSAMENTE AMPLIO


Il dialetto, il suono antico della terra, delle radici, della nostra storia, emblemi scolpiti tra le rughe dei nostri avi.Con l’espressione dialetti d’Abruzzo  si definiscono le  varietà linguistiche romanze parlate nella regione italiana dell’Abruzzo(con dialetto si intende, a seconda dell’uso, una lingua contrapposta a quella nazionale o una varietà di una lingua).
L’Abruzzo, per quanto riguarda il dialetto, non è un’unità omogenea sul territorio, infatti i dialetti parlati sono tanti, perché quasi ogni paese ha la sua sintassi, tonalità, fonica. I dialetti abruzzesi, possono essere suddivisi in 2 gruppi, il secondo dei quali ulteriormente ramificato, e a loro volta articolati in 7 aree complessive
L’indebolimento delle vocali atone (l’isoglossa fondamentale), serve a distinguere i dialetti italiani meridionali da quelli dialetti italiani centrali e attraversa l’Abruzzo, partendo da quello di Campotosto, toccando le frazioni dell’estrema periferia della città dell’Aquila, cioè Assergi, Camarda, Paganica e Pianola, per poi scendere più a sud, attraversando alcune frazioni della Marsica, di Avezzano, San Pelino, Antrosano e Cese, fino a giungere intorno a Canistro, confine ciociaro. Pertanto i dialetti abruzzesi possono essere suddivisi in 2 gruppi, il secondo dei quali ulteriormente ramificato, e a loro volta articolati in 7 aree complessive:
Sabino (dialetti italiani centrali)
Aquilano, a nord e ad ovest della città dell’Aquila (antico contado amiternino), che però linguisticamente parte da Accumoli, nel reatino, comprende la valle del Velino, con i centri di Amatrice, Antrodoco, Cittaducale, fino a tutta la provincia di Rieti ed inoltrandosi in parte di quella di Terni;
Carseolano, attorno a Carsoli fra la Marsica e la valle dell’Aniene (Lazio);
Tagliacozzano, limitato a Tagliacozzo e alle località del suo circondario (Castellafiume, Scurcola Marsicana), ed esteso fini alle frazioni periferiche di Avezzano San Pelino, Antrosano e Cese.
Tratto fondamentale di questo gruppo dialettale è la conservazione delle vocali finali atone. In particolare nel dominio reatino-aquilano, area tradizionalmente conservativa, viene tuttora mantenuta la distizione fra -o ed -u finali, a seconda dell’originaria matrice latina: ad esempio all’Aquila si ha cavaju per “cavallo” (latino caballus), ma scrio per “io scrivo” (latino scribo). Mentre ad occidente del suddetto dominio si estendono le parlate dei Piani Palentini, con centri di divulgazione, come Carsoli e Tagliacozzo, la cui punta più a sud, a contatto con l’area abruzzese della Marsica, è San Pelino, frazione di Avezzano: a ridosso dell’area laziale, queste parlate sono caratterizzate dalla confluenza delle vocali originali latine, molto profonde e sentite, -u ed -o nell’unico esito -o (cavajo, fijo), ma come il sabino possiedono il medesimo sistema vocalico, fonetico e morfologico.
Abruzzese occidentale (dialetti italiani meridionali)
Marsicano e Aquilano orientale, parlato nella Marsica e ad est della città dell’Aquila (antico contado forconese)
Peligno, parlato nel circondario di Sulmona (L’Aquila) e nell’area appena ad est delle gole di Popoli, suddiviso, come si vedrà più tardi, in Peligno occidentale, che conserva la -a finale, e in Peligno orientale, che la indebolisce ad -ë e presenta metafonesi di -a.
Abruzzese orientale-adriatico (dialetti italiani meridionali)
Ascolano, parlato nei comuni della Val Vibrata a confine fra le province di Teramo e Ascoli Piceno e nella parte meridionale della Ascoli Piceno fino al fiume Aso.
Abruzzese adriatico, relativamente omogeneo fino alla dorsale appenninica, parlato nel grosso delle province di Teramo, Pescara e Chieti, che presenta le maggiori differenze nel campo della pronuncia vocalica, al punto che può essere ulteriormente suddiviso in: Teramano, Pescarese-Pennese (entrambi a vocali aperte), Chietino occidentale (con isocronismo sillabico completo), Chietino orientale, Lancianese e Vastese, (con isocronismo parziale).
Numerose sono le aree di transizione, per lo più coincidenti con zone conservative e arcaicizzanti della provincia dell’Aquila, come Pescocostanzo ed Ateleta, le aree attorno a Sulmona, Barisciano. A Roccaraso, Castel di Sangro e nella Valle Roveto penetrano forme dialettali strettamente vicine al Campano.
Il fenomeno colpisce le vocali toniche é, è, ó, ò (chiuse/aperte) del sistema romanzo comune, è chiamato Metafonesi, quando la vocale finale della parola originaria latina è i oppure u. In particolare, ciò avviene per i sostantivi e gli aggettivi maschili singolari (terminazione latina – um) e plurali (terminazione latina – i), rispetto ai corrispondenti femminili singolari e plurali (terminazioni – a, -ae).
La metafonesi è tipica dell’Italia centro-meridionale, che include le Marche fino alla provincia di Macerata, l’Umbria al di qua del Tevere con Spoleto, Foligno, Terni, e la Sabina fino alle porte di Roma. 
Invece nel toscano, così come nell’italiano standard, la metafonesi non esiste. 
La parte adriatica è una zona a sé, in quanto vi si presenta solo la metafonesi da i finale. Gli esiti delle vocali alterate sono diversi a seconda della zona, e delle influenze vocali circostanti, ma tuttavia si può dire che dal punto di vista fonetico la metafonia abruzzese sintetizza i processi di elevazione linguale del tipo sardo e napoletano.
La é e la ó passano normalmente a i e, rispettivamente, u. Facendo qualche esempio tratto dalla parlata di Ortona (Chieti), si ha così: nìrë ‘neri’, ma nérë ‘nero’, e gëlùsë ‘gelosi’, ma gëlósë ‘geloso’. Le vocali aperte è, ò possono invece avere due esiti differenti. Il primo tipo di metafonesi, talvolta detto “sabino” perché tipico, tra le altre zone, della Sabina ivi compresa L’Aquila, prevede la chiusura di dette vocali a é, ó. Così, all’Aquila si ha: bégliu ‘bello’, ma bèlla ‘bella’, e bónu ‘buono’, ma bòna ‘buona’. 
L’altro tipo di metafonesi è quello “napoletano” o “sannita”, tipico di larga parte dell’Italia centro-meridionale. Essa prevede la dittongazione, generalmente con esito ié, uó. Nel dialetto napoletano si ha, ad esempio: viécchjë ‘vecchio’, ma vècchja ‘vecchia’, e nuóvë ‘nuovo’, ma nòva ‘nuova’. Molto spesso, il dittongo è ritratto sul primo componente, e così l’esito metafonetico diventa ì, ù. Ciò accade, limitatamente alla metafonesi da -i, ad esempio a Pescara: vìcchjë ‘vecchi’, o nùvë ‘nuovi’.
La situazione in Abruzzo è quanto mai complessa. 
Il tipo sabino è tipico della macro-area aquilana e di quella marsicana-aquilana orientale, incluse le città dell’Aquila e di Avezzano. La metafonesi sannita domina invece la macro-area peligna, con Sulmona stessa, e quella ascolana. Nell’Abruzzo adriatico, invece, si ha solo metafonesi da -i, di tipo sannita (così a Pescara, Chieti, Teramo, Lanciano, Vasto, Ortona). La fonetica della regione Abruzzo è complessa  perché tutto il territorio è stato investito da due correnti, una a metafonesi sabina, l’altra sannita: la prima, proveniente dall’area umbro-laziale, si estese nei contadi amiternino, forconese e marsicano, la seconda, originaria della zona campano-molisana, interessò il contado valvense, che prima della fondazione dell’Aquila, arrivava fino a Barisciano, per poi interessare solo parzialmente l’area montana vicino Sulmona (in quanto alle porte orientali del capoluogo peligno comincia una piccola area con metafonesi nuovamente sabina, con Marane, frazione di Sulmona, Campo di Giove e Pacentro), e traboccare oltre le gole di Tramonti, in alcune località montane dei contadi pennese e chietino.
Successivamente alla fondazione della diocesi aquilana, la metafonesi sabina riconquistò la zona dell’altopiano peltuinese e della valle del Tirino, oltrepassando Forca di Penne fino a Sant’Eufemia a Maiella, ma non intaccò le aree montane più conservative.
Infine, la metafonesi sannita solo da -i si è probabilmente propagata più tardi rispetto alle precedenti, ed ha interessato l’intera area adriatica per la presenza dell’asse della Salaria ascolana.
La tesi di un’antica metafonia da -u nella fascia adriatica sostenuta dal Rohlfs non è accettabile, perché i poci esempi riscontrabili sono dovuti ad altre cause, come la palatalizzazione per consonanti contigue, ad esempio in dicìmbrë, oppure per evitare omofonie e confusioni semantiche, come in trappitë “treppiede”. Anche le forme ùojë “oggi” e uògnë “ogni” del dialetto di Castelli, da cui ùjë e ùgnë del pescarese-chietino derivano non da metafonesi ma da un gruppo fonetico palatale o da un suono palatale.

 

( Cicchetti Ivan )

 

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