BASTA CON I FALSI MITI. ECCO IL VERO SIMBOLO DEI MARSI


Come hanno lavorato sodo per far dimenticare ai Marsi la loro appartenenza ad un popolo completamente diverso da quello prettamente agricolo, seppellendo dalla memoria qualsiasi reperto che potesse legarli ad un antico e prestigioso passato!

Già Torlonia, da parte sua, fece sparire tutto ciò che potesse ricordare il lago. Infatti, ad oggi, non esiste una barca, un remo, una rete, nulla che ci possa ricondurre al Lago del Fucino. Come se non fosse mai esistito.

Allo stesso modo stanno occultando anche la simbologia più antica. E’ sempre più comune l’associazione del popolo dei Marsi a simboli che nulla hanno a che fare con questo territorio, non sono nativi, o meglio,  non sono stati ritrovati nella Marsica Lacustre.

Il Kardiophylax, il disco corazza che qualcuno ha trasformato in simbolo dei Marsi, appartiene alla cultura picena, ed i ritrovamenti sono avvenuti ad Alfedena, a Pagliata CH, ad Atri, a Campovalano (TE), a Contrada Farina e Colle Fiorano a Loreto Aprutino, a Montebello di Bertona, a Castiglione a Casauria, a Nocciano- Catignano (PE).

Il vero simbolo dei Marsi, è quello ritrovato ad Aielli e il cui originale è attualmente al Museo di Perugia.

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Cosa era il Kardiophylax?

Era un oggetto emblematico dell’elevatissimo status di questi personaggi delle antiche aristocrazie abruzzesi, un disco-corazza o kardiophylax, parte dell’armamento difensivo dal significato apotropaico e simbolico. Il kardiophylax si canonizza nelle sepolture come distintivo di re (raks-) e principi (nerf), mentre la spada corta (detta “gladio a stami”) e l’elmo a calotta sono appannaggio di tutti i guerrieri (Piceni 2000, p. 114), che vengono così connotati in modo eroico, come dediti al combattimento oplitico e poi (dal VI secolo a.C.) al duello.

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La produzione di kardiophylakes si diversifica ben presto in più tipi: nel Fucino appare sui dischi-corazza il motivo dell’animale fantastico” (cd. gruppo “Capena”), dalla valenza fortemente simbolica, con il significato di potere di vita e di morte conferito a chi indossa il disco.

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La chimera è stata considerata di origine capenate, ipotizzando un ambito definito “safino-etrusco”, ma è più probabilmente anch’essa di origine abruzzese, poiché si trova su un monumento quale la stele di Guardiagrele e sembra difficile giustificare, su un simbolo che celebra un eroe locale, un simbolo appartenente ad un gruppo etnico esterno.

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Un’altra tipologia di disco, che però come già accennato ha funzione di ornamento femminile, è quella a decorazione geometrica, spesso con decorazioni a traforo (Colonna 2007, pp. 19-22).

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Vi era dunque una differenziazione dell’utilizzo dei dischi in base al sesso: i dischi maschili, con il simbolo di potere della chimera o senza epísema, erano utilizzati in coppia sul davanti e sul retro del torace ed avevano dimensioni maggiori; i dischi femminili, singoli (o anche in coppia ma asimmetrici) e più piccoli (al massimo 10 cm di diametro), avevano funzione ornamentale ed erano portati su una spalla  o appesi alla cintura.  Probabilmente la coppia di due dischi asimmetrici è ciò che rimane di un tipo di stola, segno del ruolo primario rivestito dalla donna nel suo nucleo familiare.

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Nell’unico simbolo della Kimera o Chimera ritrovato nella Marsica si identifica, di primo acchito, l’animale fantastico forte e possente, una bestia che nell’Iliade è descritto da Omero come “mostro di origine divina, lion la testa, il petto capra e drago la coda e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco”. Secondo la leggenda, esso nacque da Tifone (uno dei Titani che cercarono di uccidere Zeus, un mostro spaventoso con cento teste di drago) e da Echidna (altra creatura mostruosa, per metà donna bellissima e metà orribile serpente maculato).  Secondo sempre il mito, Chimera, solitamente descritta come mostro con corpo e testa di leone, coda di drago e una testa di capra sporgente dalla schiena, fu allevata da re Amissodore e per moltissimi anni terrorizzò le coste della Lycia, fino a che re Iobate ordinò a Bellerofonte (figlio del dio Poseidone ) di ucciderla. In realtà Iobate, certo che la Chimera fosse imbattibile, affidò a Bellerofonte l’impresa desiderando la sua morte. Prima di partire Bellerofonte consultò tuttavia l’indovino Polido, il quale gli suggerì di catturare ed ammaestrare il veloce e selvaggio cavallo alato Pegaso. Bellerofonte chiese quindi aiuto a Minerva, che gli apparve in sogno e lasciò all’eroe una briglia dorata per poter domare il mitologico cavallo. Ammansito Pegaso, Bellerofonte sconfisse quindi la Chimera usando proprio le sue terribili armi: immerse la punta della sua lancia nelle fauci della belva ed il fuoco che ne usciva sciolse il piombo, uccidendo l’animale per soffocamento.

Tuttavia i Marsi del Fucino riuscirono a costruirsi la Kimera a loro uso e costume eliminando la testa di Capra (che significava la transizione, il crepuscolo, l’autunno e la primavera)  e mantenendo la possenza del Leone (simbolo del sole, del calore e dell’estate), e la malvagità del Serpente (la notte, la vecchiaia e l’inverno). Non poteva essere altrimenti per un popolo guerriero con una Dea Angizia incantatrice di Serpenti (oggi nel rito sacro e profano di San Domenico a Cocullo).

In seguito a tali e comprovate verità, frutto di lunghe ricerche e studi, trovo inutile sponsorizzare e continuare ancora a diffondere un mito che nella sua raffigurazione non è quello usato o, perlomeno, non è quello ritrovato sul nostro territorio.

Giancarlo Sociali

 

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