CEMENTIFICAZIONE DELLA COSTA, PESSIMA GESTIONE DEI CORSI D’ACQUA E CAMBIAMENTI CLIMATICI ALLA BASE DELL’EMERGENZA EROSIONE COSTIERA CHE STA COLPENDO L’ABRUZZO


La situazione migliore dove si è mantenuto un minimo di sistema dunale

Interventi spot costano milioni di euro alla collettività e non risolvono i problemi.

Quanto è accaduto nei giorni scorsi sulla costa abruzzese non rappresenta una novità. Sono anni che l’erosione interessa larghi tratti del nostro litorale. È naturale che il mare avanzi o indietreggi nel corso degli anni. Gli effetti di questo fenomeno sono però amplificati dal fatto che si è costruito lungo tutta la costa e che si sono realizzati interventi puntuali su determinati tratti che hanno finito per danneggiarne altri.

Il dato della “occupazione” costiera è evidente dall’esame degli studi condotti in questi ultimi anni a partire dal Rapporto ISPRA pubblicato nel 2018 che poneva l’Abruzzo tra le regioni maggiormente colpite dalla cementificazione: 91 km risultano urbanizzati, il 63% della costa è stato comunque modificato e un terzo lo è stato in maniera pesante con una infrastrutturazione ormai irreversibile. Entro 300 metri dalla linea di costa (la fascia che per la Legge Galasso del 1985 dovrebbe essere tutelata) abbiamo già cementificato il 36,6% del nostro territorio.

L’ingessatura della costa non fa altro che aumentare i problemi di erosione che già riguardano il 61% del litorale e d’altra parte l’avanzamento del mare produce danni sempre maggiori sulle costruzioni che vengono autorizzate in luoghi che invece dovrebbe essere lasciati liberi.

Le ragioni di quanto sta accadendo sono note.

In primo luogo la gestione scriteriata dei corsi d’acqua che vengono deviati, captati e imbrigliati. Costruiamo dighe e traverse che modificano radicalmente il flusso naturale delle acque e di conseguenza tutto il territorio a valle fino a mare. Si continua a consentire il prelievo di sabbia e pietre dai fiumi. Paghiamo per decenni di una gestione scellerata di fiumi, torrenti e fossi che continua tuttora. Si spendono milioni di euro per mettere in sicurezza opere costruite negli alvei che dovrebbero essere lasciati totalmente liberi. Invece di intervenire in maniera mirata e razionale, ancora oggi si procede con il taglio a raso di tutta la vegetazione spondale determinando, in caso di piena, la velocizzazione del flusso di acqua che arriva a valle con effetti peggiori. Centrali idroelettriche e cementificazione delle sponde determinano una diminuzione del materiale solido trasportato con conseguente aumento dell’azione erosiva. I problemi del mare iniziano molto più a monte della fascia costiera ed è lì che si dovrebbe intervenire in maniera più oculata facendo meno chiacchiere e convegni e più azioni di rinaturalizzazione per ricreare le condizioni ottimali di apporto alla linea di costa.

Gli interventi che invece si continuano a portare avanti con la creazione di barriere frangiflutti e pennelli risolvono (in parte) i problemi del tratto in cui si interviene, ma aumentano quelli dei tratti vicini. Procedere in questo modo è sbagliato, come dimostra proprio quello che sta accadendo in questi giorni, a meno che non si voglia creare una barriera lungo tutta il litorale con costi insostenibili per la collettività di centinaia e centinaia di milioni di euro e con effetti comunque totalmente negativi sulla balneabilità per il mancato ricambio di acqua verso il mare aperto.

Con i cambiamenti climatici in atto queste situazioni di repentino peggioramento con forti precipitazioni e mareggiate improvvise tenderanno a diventare sempre più frequenti. Manca una politica di adattamento a quanto ormai stiamo vivendo sulla nostra pelle. Per non parlare poi del fenomeno di innalzamento del livello del mare che potrà diventare un problema reale nel giro di pochi anni e che secondo gli studi dell’ENEA colpirà pesantemente anche la fascia adriatica.

In questi giorni – e questo è un dato sul quale si dovrebbe riflettere – i pochi tratti di costa abruzzese meno invasi dall’uomo hanno resistito meglio alla forza del mare. Mentre crollavano stabilimenti e piste ciclabili, la spiaggia dell’Area Marina Protetta Torre del Cerrano, dove c’è la duna con una vegetazione retrodunale, dove i fondali del tratto di mare antistante presentano ancora delle secche e non vengono “arati” dalle turbosoffianti delle vongolare, non è stata intaccata. Simili situazioni si registrano a Ortona nel tratto di litorale dove sono presenti ancora le dune, ad Alba Adriatica alla Spiaggia del Fratino e del Giglio di mare o a Martinsicuro. In tutti i tratti meno cementificati dove si è mantenuto un minimo di naturalità il sistema trova un suo punto di equilibrio e i danni diminuiscono.

Una politica oculata da questo dovrebbe ripartire. Dovrebbe essere capace di mettere da parte le emozioni del momento e avviare in tempi rapidi un piano di tutela della costa, di adattamento ai cambiamenti climatici, di pianificazione territoriale e di rinaturalizzazione che si discosti totalmente dagli errori del passato e che possa aiutare a gestire un territorio ormai fragilissimo.

Ma le dichiarazioni che si sentono in questi giorni, purtroppo, non fanno ben sperare…   

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