Pescara – Lutto nel mondo del teatro dialettale per la perdita di Guido Antonioli


Guido Antonioli ha sempre sentito l’esigenza di esprimere i suoi sentimenti e la sua visione della vita “letterariamente”, e, prevalentemente, in versi.

Fin da giovanissimo il suo talento non era passato inosservato agli insegnanti, nelle pur rarissime occasioni in cui aveva avuto modo di manifestarsi; ad esempio, nel tema per l’esame di licenza media.

Purtroppo, però, il talento naturale non ricevette mai un’adeguata formazione. L’autore, nato a Pescara il 7 novembre del 1924, era il primo di ben nove figli, e crebbe in una famiglia piuttosto problematica con scarsissime risorse economiche e culturali: situazione che lo spinse, esasperato, a lasciare la propria casa e ad arruolarsi in marina a soli 16 anni.

Dunque i suoi anni giovanili trascorsero lontani dai banchi di scuola e segnati da esperienze dirette, vive e spesso crudeli: viaggi per il mondo, cameratismo, ma anche la dura disciplina militare ed, infine, la seconda guerra mondiale.

Finita la guerra, Antonioli vinse un concorso in polizia ed in pochi anni divenne maresciallo. Nel frattempo aveva conosciuto la signorina Rita Lalli, maestra, che sposò nel 1952 e con la quale ebbe tre figli. Qualche anno più tardi, avendo la moglie vinto un concorso per l’insegnamento, si trasferì con la famiglia a Bergamo, città che gli resterà per sempre nel cuore per l’organizzazione, la laboriosità, la gentilezza e la discrezione della sua gente. Fu proprio in quegli anni di serenità che A. tornò a dedicarsi alla scrittura, seppure a livello dilettantistico, componendo poesie in lingua italiana che restavano però nel cassetto, non avendo l’autore alcuna conoscenza né rete associativa nella quale inserirsi per confrontarsi ed, eventualmente, portare all’esterno le sue composizioni.

Tornato a Pescara nel 1974, Antonioli fece finalmente l’incontro che gli permise di entrare nel mondo della poesia vernacola. Fu Rino Fabiano, amico non patentato che Antonioli accompagnava spesso in macchina, a parlargli delle attività di un’associazione operante a Pescara chiamata “la Settembrata Abruzzese”, il cui scopo era (ed è tutt’ora) quello di organizzare delle rassegne di teatro e poesia dialettale abruzzese da tenersi annualmente nel mese di settembre, e al termine delle quali avvengono le premiazioni degli autori che hanno costituito una più vibrante interpretazione dei valori e delle tradizioni del nostro popolo, e, dunque, un  maggior arricchimento della nostra cultura.

Fabiano invitò Antonioli ad iscriversi all’Associazione e a comporre delle poesie e commedie in dialetto abruzzese per poter competere con gli altri partecipanti. Antonioli non aveva mai scritto per il teatro ma, spinto dall’amico, si volle comunque cimentare nell’impresa e, nel 1981, portò alla Settembrata la sua prima commedia, “’Scimbise la vecchiajie”. Un enorme successo lo incoraggiò a proseguire in quella direzione e, negli anni successivi, egli continuò a scrivere per il teatro abbandonando quasi del tutto la poesia. Le commedie di Antonioli sono vivaci e briose, concepite innanzitutto per incuriosire e divertire il pubblico tenendolo impegnato in un serrato succedersi di avvenimenti e scene ora esilaranti ora più drammatiche; dunque non vi si trovano mai punti morti o monologhi/dialoghi finalizzati a “fare la morale” al pubblico, né tantomeno un lessico ricercato e ridondante. L’autore preferisce piuttosto affidare allo stesso svolgimento dei fatti la sua visione del mondo e la caratterizzazione dei personaggi nei quali davvero qualunque spettatore può agevolmente identificarsi. Personaggi spesso attinti da storie vere, vissute o ascoltate dall’autore nel corso della propria infanzia e adolescenza, in cui l’uomo “medio” viene spesso strappato alla serena quotidianità di cui sembra essere l’assoluto (e un po’ ottuso) padrone per essere posto di fronte ad una sfida morale, economica o affettiva che quasi sempre lo obbliga a scegliere tra l’orgoglio e la sicurezza degli schemi noti da una parte, e la necessaria e dolorosa accettazione di fatti retti da logiche impreviste, dall’altra. Logiche la cui validità appare evanescente agli occhi dei dubbiosi protagonisti, che pure però sono costretti, al fin fine, ad adeguarvisi, con un sorriso liberatorio, con una lacrima di commozione, o con malcelata amarezza.

Le opere teatrali di Antonioli furono inizialmente rappresentate da diverse compagnie teatrali attive sul territorio, specie su quello pescarese; solitamente secondo uno schema che alla “prima” tenuta in settembre al teatro S. Andrea, faceva seguire varie repliche in tutto l’Abruzzo nel corso dello stesso anno o degli anni successivi, ad opera di varie compagnie e a seconda della popolarità di ogni singola opera. Nel 1996, tuttavia, l’autore, da sempre figurante come autore e, talvolta, come interprete delle sue commedie, decide di fondare una propria compagnia teatrale di cui è anche regista per portare in giro le vecchie e nuove opere. Nasce così “Lu tecchjie” (vocabolo con cui si indica un robusto ciocco di legno da ardere nel camino), nome che richiama l’unità intorno al focolare domestico e, al tempo stesso, forza e resistenza nel tempo. La compagnia è rimasta operativa fino al totale ritiro dalle scene dell’autore, avvenuto per ragioni di salute nel 2013.

Qui di seguito una panoramica delle opere con la data della prima rappresentazione e, dove possibile, una piccola introduzione:

1981 – “Sci ‘mpise la vecchiaje” , atto unico (Compagnia “Lu Travocche”)

1982 – “La prima cosa: la salute”, atto unico in due quadri, (compagnia teatrale “L’Adriatico” – Pescara)

“Lu pane secure”, commedia atto unico, (compagnia teatrale “Lu Travocche”)

1984  -“L’amore quelle vere”, dramma in tre atti (compagnia teatrale “Li paganisce”)

Una drammatica storia d’amore ai tempi della guerra: a seguito dell’esplosione di una mina, il ragazzo viene rimandato a casa. La gioia della ragazza nel poterlo finalmente riabbracciare e sposare si trasforma in tragedia quando si scopre che lui, divenuto cieco, ha deciso di rompere il fidanzamento e non vederla mai più.

1986 – “Ecche nen è l’Amereche”, atti unico (“Gruppo 4”)

1988 – La fije di Zinille”, commedia in due atti, (“Gruppo 4” )

Storia paesana dell’ amore contrastato tra una ragazza benestante ed un giovane di umili origini e dell’ingegnoso espediente grazie al quale riusciranno comunque a sposarsi.

1989 – Lu sante vede, sente e fa mette judizije (compagnia teatrale “il Gruppo 4” di Pescara)

1990 – “Nci sta cchiù l’età”  commedia in due atti, (gruppo teatrale “M. Della Porta” di Semivicoli)

Simpatica commedia sugli stili di vita delle nuove generazioni che spesso mettono in difficoltà quelle precedenti.

1991 – “Lla brutta notte di timburale – commedia in tre atti, (gruppo “G. Marzoli” di Pescara)

Probabilmente la più popolare e acclamata di tutte. Una donna sposata ad un soldato italiano ritenuto da tempo disperso in Russia durante l’ultimo conflitto mondiale, ha un figlio da un paracadutista temporaneamente rifugiato a casa sua. Le cose si complicano quando in paese viene annunciato il ritorno del marito.

1992 – “La resa de li cunte”  – atto unico, compagnia (“Ammandimme ca mo casc” di Pescara)

1996 – “Prime la grosse”, (“Lu Tecchjie” di Pescara)

Fedeli alla tradizione che vuole che sia la figlia maggiore a sposarsi per prima, una coppia di coniugi di mezza età ce la mette tutta per riuscire a “piazzare” la pigra e stravagante primogenita, in modo che anche la corteggiatissima minore possa convolare a giuste nozze. Ma l’impresa è tutt’altro che semplice…

1997 – “Moje e buoi”, due atti , ( “Lu Tecchjie” di Pescara)

La vita di una tranquilla famigliola è movimentata dal ritorno in paese del figlio, che porta a conoscere la nuova fidanzata conosciuta in Cina ed il padre di lei.

1999 – “Li fi’?… nin li fi’?… chi li sa gna va ffinì?” , tre atti, ( “Lu Tecchjie”)

Argomento comico-drammatico a carattere sociale. Tratta lo stato di disagio di un uomo il quale, rimasto vedovo ed afflitto dalla solitudine, cerca una nuova compagna.

2000 – “Po’ darsi… ma j ‘n ci crede!” – (Gruppo “S. Rocco delle Piane”)

2001 – “Nu pete dentr’a ddù scarpe”, (gruppo teatrale “Lu Tecchjie”)

2003 – “So ‘ite pe’ farme la croce…” ( “Lu Tecchjie”)

2004 – “‘N sa da perde mai la speranze” atto unico, ( “Lu Tecchjie” )

2005 – “Lu barbone”, due atti, (“Lu Tecchjie”)

Un vecchio muratore emigrato in Australia con propositi di far condurre alla famiglia asciata i  patria una vita migliore, con il passare del tempo, adescato dalla malavita locale, si ritroverà coinvolto in loschi affari tanto da essere condannato da quei tribunali a molti anni di detenzione. Ma la giustizia morale e divina non hanno fretta e colpiranno…

Commedie scritte negli ultimi anni:

“Lu mahare”

“Nn’è mai troppe tarde”

“Ddo’ sta cchiù la famijie”

“Minelle” – dramma in tre atti: Una donna anziana ormai stanza di gestire una piccola attività di bar-cantina nel suo paese, è in attesa che la figlia Rosalba, operaia in una fabbrica di Milano, torni in famiglia per aiutarla nella gestione dell’attività. I fatti le daranno ragione, ma…

“Un catino d’olio bollente” – dramma in tre atti (in lingua): un giovane funzionario di banca viene colpito da una forma grave di schizofrenia a causa di situazioni sia familiari che di lavoro stressante. Con il passare del tempo, rifiutando qualsiasi intervento curativo a riguardo, la malattia prenderà una forma sempre più morbosa, finchè…

“Lu lupe perde lu pele…”, compagnia teatrale “Il Girasole”

2015 – “Tempi di ‘na vota” compagnia teatrale “Il Girasole”

Ultima commedia scritta dall’autore, che ha voluto offrire una affettuosa rievocazione della Pescara degli anni ‘40. Una ragazza proveniente da un’umile famiglia di pescatori viene impiegata nel pastificio “Puritas”. Il figlio dei proprietari si innamora di lei e decide di sposarla ma, a sorpresa, è proprio la famiglia di lei ad essere ostile alle nozze.

L’autore si è cimentato anche in brevi commedie allegoriche in vernacolo e scenette per ragazzi, rappresentate per lo più nelle scuole: “Biancaneve e i sette nani”, “Lu sbruffone”, “Lu ritorne di Ulisse”, “Lu pustine di la salute”.

Questo, nella sintesi dell’autore stesso, il senso della sua attività di scrittore teatrale:

“Il teatro incentra la sua funzione nella ricerca dei valori peculiari che si sono sviluppati in certe aree più o meno lontane nel tempo, per riprodurre tradizioni, sottraendole al caso ed alla improvvisazione. Il dialetto nel teatro abruzzese, come promozione culturale e sociale delle nostre genti, caratterizza ed interessa con tematiche arricchite da nuove esperienze, senza pregiudizi e senza compromessi. (…) Noi ci sentiamo abruzzesi anche nel piacere di ritrovarci con le emozioni della storia del nostro teatro, nella convinzione artistica, laddove le emozioni assumono forma. Occorre perciò recuperare dalle origini l’antefatto nella progressione delle manifestazioni di natura popolare e non imporre testi che poco offrono per contenuto (…). La nostra gente, sempre alla ricerca del calore del focolare, se non giustamente soddisfatta in queste esigenze, si perderà sulla strada dell’invadente marea di civiltà nuove. Il nostro teatro vuole vivere sulle orme delle origini senza purtuttavia perdersi nell’arcaico, ma cercando comunque nuove forme di cultura contemporanea da inserire, e non sostituire al tradizionale. (…) Il pubblico, che ascolta la “parlata paisana”, si immette istintivamente nel gruppo degli attori ed assimila subito la parte migliore dell’opera, tutto preso dalla genuinità del suo dialetto e dalla vivacità espressiva nella sintesi di un’esigenza artistica di cui la nostra regione ha bisogno. Tutti gli abruzzesi che possiedono l’animo del vero Abruzzo e che non si sono fatti ammaliare dalla chimera del modernismo, vivono il fascino del dramma e l’ansia dell’antica fonte. Nel teatro dialettale si muovono persone reali, caratteri, passioni, sentimenti che delineano con autenticità la sostanza di un popolo in pieno consenso con la matrice del suo passato. Perciò ben vengano i cultori di questa nobile antichissima arte per mostrarci senza pregiudizi e forzature artificiose la loro capacità creativa e la loro forza di penetrazione nelle nostre coscienze. I vari concorsi per testi teatrali, banditi un po’ qua un po’ là nella nostra regione, hanno lo scopo di individuare certe tendenze innovative del teatro dialettale abruzzese, senza peraltro discostarsi da esigenze della cultura popolare contadina. La stretta osservanza linguistica è fattore indispensabile alla stesura del testo, in quanto solo nella stretta osservanza del dialetto l’autore non si imbatte in pastoie di espressioni, ma resta fedele alla lingua della sua area etnica. La fedeltà a questo costume, pur se per un certo verso porta il testo all’interpretazione ristretta del linguaggio al di fuori dell’area in cui opera, dall’altro canto è certa di essere portatrice di autenticità e genuinità della propria radice. Forse a torto alcuni affermano il contrario, predicando una regionalizzazione del dialetto, non considerando l’impossibilità di espressione linguistica univoca delle varie aree operanti. (…) Non mitizzazione, dunque, ma realtà. Realtà la più aderente possibile al fatto nel momento evocativo, che non dissacra ma consacra tutta l’opera in una simbiosi quanto mai semplice e chiara di contenuti che rimarcano espressioni delle nostre antiche genti d’Abruzzo che, dalla viva voce del teatro, riprendono un discorso che le porta alla riscoperta delle loro tradizioni.”

E’ stato inoltre autore di una via Crucis in 15 tappe (alle tradizionali 14 stazioni è stata aggiunta la stazione della Resurrezione, trovando l’autore opportuno concludere la processione con l’evento finale più lieto a cui tutta la Passione è finalizzata) , rappresentata praticamente tutti gli anni da varie Parrocchie e Associazioni Cattoliche.

Per quanto concerne la carriera poetica, nel 1982 La Settembrata Abruzzese pubblica il suo primo volumetto di liriche dialettali “Na vrancatelle di sentimente” , il quale è così presentato dallo stesso presidente della Settembrata, Antonio De Laurentiis: “Na vrancatelle di sendemende, costituisce sicuramente un arricchimento del patrimonio culturale abruzzese, sia perché ci fornisce l’occasione di esplorare il vissuto di un uomo che, per vocazione o per dovere, approda alla poesia tardi, dopo aver trascorso gli anni migliori in acque aperte, nel Pacifico, in altri continenti e poi al servizio dello Stato come uomo d’ordine, sia perché ci viene data ulteriore prova della vitalità della Musa vernacola che trova sempre la sua giusta collocazione (e con quale efficacia) nei momenti del riaggancio sociale, delle sollecitazioni dei sentimenti, del confronto tra esperienze personali e realtà.  Dal contrasto di una vita trascorsa in continua tensione anche morale, dalla fiducia nei sani principi maturati nel tempo, (la fedeltà alla parola data, la stretta di mano, la santità della famiglia, l’amore per la propria terra) alla caduta dei valori comuni, prende vita tutto il pathos di Antonioli. L’impatto non poteva che essere che traumatico, di rimpianto (…) ma anche di speranza per le capacità di rinascita dell’uomo. In questo contesto si dipana tutto il tessuto di questi frammenti di vita del mondo del poeta, mondo che egli estrinseca assai bene nei testi teatrali già largamente noti nella regione.”

A questa raccolta di poesie seguirà poi un’altra, edita nel 1986 con la stessa Associazione, dal titolo “Scintille”.

Le poesie di Antonioli sono state più volte pubblicate nell’annuario dell’Associazione, nonché candidate e spesso vincitrici di molteplici premi letterari abruzzesi.

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