TERREMOTO 1915, “LA RAGAZZA DELLA STANZA SULL’ARCO”, RACCONTO DI MARIO CANTORESI


Il 13 gennaio 1915 a Celano, fra le oltre seicento vittime della furia devastatrice del terremoto, morirono nello spazio di soli 200 metri anche tre giovani donne:

Mariannina Letta che abitava a Palazzo Marrama, un edificio ancora oggi esistente a metà di Corso Umberto, Clorinda Scardella, che perse la vita fra le macerie di Palazzo Longo ed una ragazza sconosciuta la cui stanza si trovava su uno degli archi di Sopportico Magnante.

Io le ho viste tutte e tre quelle ragazze.

Mariannina aveva volto e nome ma la morte le aveva impedito di coronare il suo sogno di sposa e madre praticamente alla vigilia del matrimonio.

A Clorinda, invece, aveva riservato la dannazione della memoria, stampando il suo nome nel ricordo della gente ma cancellandone per sempre il volto.

Alla ragazza dell’arco, infine, la morte aveva concesso di salvare il viso, forse per ergerlo a simbolo della tragedia ma ne aveva disperso per sempre il nome.

In tutti questi anni mi sono sempre chiesto chi fosse la ragazza di quella foto.

Davanti a quell’arco lo chiedevo inutilmente alle pietre che sono ancora lì, esattamente nello stesso posto di cento anni fa.

Perché Sopportico Magnate era uno dei pochi vicoli di Celano lastricato dai Sanpietrini in quel primo scorcio del Novecento.

Tutte le altre strade erano fatte solo di sterrato e di polvere.

Nessuno sapeva dire da quanto tempo fossero lì quei selci, ma in fondo cosa importava?

C’erano e basta, facevano compagnia alle case che sorgevano in maniera diversa da quelle che ci sono oggi.

A quell’epoca le abitazioni non coprivano ancora la vista della piazza di San Giovanni e, risalendo il pendio di Via Ciavattella, si poteva scorgere l’entrata opposta del vicolo.

Le case erano state costruite con lo stesso materiale utilizzato per edificare il castello: pietre strappate con la rabbia delle mani da quella roccia che, nel corso dei secoli, aveva segnato i volti ed il carattere aspro dei celanesi.

Esse si sovrapponevano l’una sull’altra fino a creare un’incredibile contraddizione geometrica.

Angoli spigolosi, forme irregolari che, come tozzi mattoni, si fondevano disegnando inimmaginabili armonie stilistiche.

Questo era Supportico Magnate cento anni fa: una lunga teoria di archi di pietra che sorreggevano le case e le esistenze stesse di coloro che le abitavano.

E su uno di quegli archi vi era la stanza di una ragazza.

Una sola, semplice finestra univa gli occhi di quella giovane donna al sole, alla pioggia ed al vento, mentre i pochi anni che aveva le consentivano ogni giorno sogni bellissimi che lei credette eterni.

La ragazza aveva un viso dolce e lunghi capelli ed io lo so… amava pettinarli seduta davanti al suo piccolo angolo di mondo.

Non esisteva altro per lei nel 1915 ma tutto questo le bastava per essere felice.

Quale fosse il suo nome però non sono mai riuscito a scoprirlo.

Ho smesso di chiederglielo perché lei non ha mai voluto dirmelo.

“Cosa t’importa sapere come mi chiamavano” – mi ripete ogni volta che vado a trovarla e mi fermo davanti al suo arco di morte –

“Sai?

I nomi sono solo un inutile dettaglio nell’eternità, si ripetono in continuazione e rendono ogni cosa anonima arrivando persino a cancellare l’identità delle persone e delle loro croci.

Ciò che davvero conta è avere la sensibilità di ascoltate le voci di chi non ha più voce e tu sei stato capace di farlo.

Mario, tu avverti il dolore della gente, lo hai fatto anche con me.

Eri qui anche tu quel 13 gennaio 1915, ed hai visto la mia casa crollare e seppellire i miei tre fratelli e quella grande pietra cadere su di me.

L’hai vista bloccare la mia mano destra, eri spettatore impotente quando essa ha lentamente posto fine alla mia vita, ed ancora oggi confondi le tue lacrime con quelle che piansi io.

Ciò che è successo tu lo vedi ancora, ti prego… continua a farlo perché questa è l’unica vita che abbiamo ed è un dono grande, terribile e breve per permetterci il lusso di dimenticarlo”.

Sapete?

È una cosa talmente banale la morte… un’abitudine che la gente proprio non vuol perdere.

Così è stato anche per la ragazza dell’arco che aveva vissuto i suoi pochi anni come se fossero stati la vita intera e la morte, invece, come se fosse stata una semplice finzione…

Scusami Angela… non volevo dirtelo, ma io lo conosco il tuo nome.

Io so chi eri e so chi erano Rosa, Icilio e Gino, i tuoi fratelli, che quel giorno chiusero gli occhi per sempre insieme te.

Per questo perdonami se stasera lo dico a tutti…

lo faccio perché è giusto farlo…

Sai? È davvero povero quel paese che perde la memoria di ciò che è stato e poi, Angela Catalani, io ti ho sempre voluto bene.

      

Testo: Mario CANTORESI

Montaggio: Guido VILLA

Interprete: Alessia NEUTRATOVA              

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